Jerusalem light of the World

 

Difficile descrivere l’impatto di quando arrivi in Israele, terra da sempre così complessa, e ti accingi a visitare la magica Gerusalemme.

Città controversa, discussa, di luce, di ombre, di energie e di storia secolare.

Gerusalemme è contesa da israeliani e arabi palestinesi dalla fine della Seconda guerra mondiale. I primi rivendicano di averla fondata e averci costruito il luogo più sacro per l’ebraismo, il Tempio Santo, di cui oggi rimane solo un pezzo, il cosiddetto Muro del pianto: il Muro del pianto era un basamento del Tempio, che oggi possono vedere e visitare anche i turisti rispettando alcune precise regole.

 

Le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Un impatto davvero forte: quello che più mi ha colpita sono state le giovanissime donne preganti e piangenti (si perché la preghiera sembra più vicina ad un lamento sofferente e ripetitivo) accanto a donne di ogni età. Una ragazza rasta con uno zaino con scritto ‘we can run the world’, che prega accanto ad una donna anziana di ben altro stile. Ma l’effetto che mi produce osservarle è tutt’altro che scomodo, anzi: mi sembra quasi di sentirne un senso di inspiegabile pace.

I secondi, gli arabi palestinesi, l’hanno abitata per secoli, un periodo nel quale hanno costruito l’edificio più emblematico della città, la Cupola della roccia, ovvero quella cupola d’oro che svetta guardando Gerusalemme da lontano. La Cupola della roccia e la vicina moschea di al Aqsa si trovano sulla cosiddetta “Spianata delle moschee”, cioè il luogo dove si trovava il Tempio Santo.

Gerusalemme è un luogo fondamentale e venerato anche per i cristiani, perché si ritiene che lì abbia vissuto per qualche tempo e sia morto Gesù Cristo: nel luogo della sua morte è stata edificata una basilica, la Chiesa del Santo Sepolcro, meta di milioni di pellegrini, di un’energia così potente da immaginarsi Gesù Cristo uscire dalla sua tomba da un momento all’altro.

 

Tutti gli edifici religiosi più importanti si trovano nella città vecchia, uno spazio di un chilometro quadrato circondato da mura imponenti, costantemente pieno di turisti, pellegrini, soldati israeliani e venditori ambulanti. Sembra quasi di perdersi (che dire, ci si perde!) nei loro labirinti fatti di stradine, scale e scalette irregolari, bazar, intrecci di spezie, profumi e tappeti.

La città vecchia è divisa in quattro quartieri: ebraico, cristiano, musulmano e armeno. Le tensioni non mancano, in particolare il venerdì, quando centinaia di fedeli musulmani entrano nella città vecchia per pregare alla moschea di Al Aqsa. Ma la cosa che più mi sorprende è constatare quanto all’interno di quel piccolo mondo pacifico, le stesse culture coesistano e condividano un senso di pace e di rispetto quasi commovente. Uomini bianchi con splendidi occhi azzurri accanto a uomini più scuri, dalla carnagione più arabesca, e poi vestiari tipici ebraici insieme a ragazzini dalla tipica calzatura da ‘aladino’, accenti differenti e costumi ben riconoscibili: eppure tutto convive ‘apparentemente’ insieme, rispettosamente, in un mix di etnie accumunate forse solo dal senso di profonda riconoscenza verso quella che è per tutti la Terra Santa.

Ma è il Monte degli Ulivi a regalarmi un’emozione davvero particolare. A Est di Gerusalemme, oltre il Cedron, si trova questo monte, spesso attraversato da Gesù. Fin dai primi secoli vi furono costruiti chiese e monasteri. Alla metà della discesa dal monte si trova la chiesa del Dominus Flevit, in cui si ambienta il lamento di Gesù su Gerusalemme.

 

Mi colpisce la navata della Chiesetta, così regolarmente precisa. Ma più di tutto mi imbatto sorpresa nella vetrata della stessa che si apre lungo la spianata che abbraccia tutta la città: non sapevo se scattare una fotografia che rappresentasse la splendida Cupola delle Rocce, o se focalizzarmi sulla bella finestra vetrata della Chiesa cristiana in cui mi trovavo. Poi mi accorsi che la croce scolpita all’interno della vetrata si ergeva perfettamente all’interno del centro del simbolo mussulmano là di fronte. Un gioco di geometrie così perfetto da darmi l’impressione di un messaggio pieno di significato.

La Old City di Gerusalemme risplende davvero di una luce mai vista, sembra quasi riflettere secoli di storia e di culture millenarie direttamente dal bianco del suo marmo, di cui la città è interamente costellata.

 

 

Eppure è di sera che la magia si svela: percorrendo le sue viette oscure quando cala il buio e nel silenzio finalmente incombente, il mistero si fa reale: non un suono, non un rumore, solo i suoi profumi caratteristici, le sue luci tra le ombre. E’ nel buio che quel pezzo di terra sembra manifestare tutta la sua dose di spiritualità.

E non esiste illusione che tenga. Gerusalemme è davvero un piccolo universo irradiante di una luce non comune, unica di una superficie così piccola per uno spazio così conteso e così tanto colmo di storia.

Gerusalemme emana un calore senza eguali. E sian perdonati anche la stanchezza, la difficoltà nel farsi capire, i continui sali-scendi su per le viuzze districate. Quando arrivi in cima al Monte Degli Ulivi e la osservi, così, silenziosa, distinta e luminosa di tutta la sua bellezza, la perdoni eccome: quel posto dove i contrasti regnano perenni, quel posto dove il tempo sembra fermarsi definitivamente.

Non riesci proprio a dimenticarti della magnificenza inspiegabile di Gerusalemme, anche denominatathe light of the world.

La Gerusalemme del mistero, luogo della presenza salvifica di Dio, assume dei significati che possono essere letti in tutti gli aspetti della vita e possono riferirsi a mille realtà della ricerca che Dio fa dell’uomo e del cammino dell’uomo verso Dio.

 

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Il grande sole di Hiroshima

Quando arrivi a Hiroshima e decidi di visitarla, nonostante i dovuti dubbi e le preoccupazioni, l’effetto che hai è così strano.

Sarà che quel giorno di ennesimo giro nipponico, dopo km e km di cammino e di solo tre ore in media di dormita per notte, il mio fisico ha patito i primi ‘acciacchi’ da strapazzo; sarà che la parole Hiroshima mi ha sempre destato inquietudine, sofferenza, rispetto; sarà che fin dai tempi della scuola la sentivo nominare e nominare quasi come se quel traumatico evento l’avessimo patito un pò tutti, silenziosamente e attentamente, scorrendo i titoli dei capitoletti tra i libri di storia.

Non so bene cosa mi abbia spinto a percorrere quel giorno assolutamente sola  senza compagni di viaggio, (un giorno avventuroso e da annoverare fra i più storici della mia vita, ma questa è un’altra storia),  quella tappa culturale così temuta, così importante.

Ma, da tipa curiosa e ostinata qual sono, dentro di me qualcosa mi ha detto che dovevo andarci a tutti i costi, senza sé e senza ma. Dovevo vederla, dovevo sentirmi parte di un mondo spesso così dimenticato, reduce da un evento fra i più brutali mai avvenuti nella storia dell’umanità.

Ed ecco che, dopo due ore e mezza di rilassante viaggio da Kyoto a bordo di uno splendido treno Shinkansen (ormai fedele e affettuoso amico), esco e varco l’uscita della fermata dal nome “Hiroshima”.

Mi dirigo munita di cartina della città a osservare (con solo un’oretta e mezza di autonomia) immediatamente il fulcro di ciò che desideravo vedere, il famoso ‘cerchio’ (perché geograficamente  si tratta proprio di un confine a forma circolare) che delimitava la zona dello scoppio della bomba del famoso e nefasto 6 agosto del 1945.

La mia prima tappa è stata quella del Museo della Bomba Atomica di Hiroshima, un museo modernissimo e   spazioso, da lunghi corridoi bianchi e così incredibilmente silenziosi.

Un intero padiglione ospita una fotografia a 360° del panorama di Hiroshima devastata dalla bomba, realizzata con 140.000 piastrelle sulle quattro mura (il primo numero stimato delle vittime): l’ingresso di questo memoriale è sovrastato da un orologio fermo alle 8.15, l’ora dell’esplosione.

E’ stato lui che più di tutto mi ha parlato, lasciandomi un senso di incredulità e di smarrimento per tutto il resto della visita.

Alle 8.15 quell’orologio si è fermato per sempre, e con sé si è fermato per un istante tutto il Giappone, e a seguito il mondo intero.

Quando di fronte a me osservo con i miei occhi oggetti storici, ritrovamenti e incedibili reperti di un’epoca così decisiva, mi sento così piccola, e riscopro quanto sia reale e contemporanea la sua materia. Materia del tempo che mai s’arresta, ma in quel preciso istante si è fermato con le lancette ancora là, immobili, quasi come a volerci dire che quell’istante fosse davvero troppo anche per il seguire imperterrito del tempo.

Così seguo la visita fra una serie di foto strazianti e di memorie, trattati storici e scientifici sull’effetto del nucleare, tutto incredibilmente utile quanto surreale. “E’ successo davvero“, continuo a ripetermi fra me e me.

Sorvolando le innumerevoli immagini impattanti del museo, mi soffermo su una zona che mi riporta alla memoria uno dei libri più profondi e belli che abbia mai letto, “Il grande sole di Hiroshima“: davanti a me, un corredo fotografico circa la storia della giovane Sadako Sasaki, bimba giapponese che visse l’incubo della bomba, sopravvivendo allo scoppio, ma accusando anni dopo la morte a causa dei devastanti effetti che avrebbero provocato le radiazioni con gli anni.

“Il leggero chiarore diventò una luce abbagliante. Gli occhi di Sadako si spalancarono. Contemplavano il cielo, nel suo eterno splendore”.

Si dice che mentre attendeva, ignara, la sua morte, Sadako non abbia mai perso la sua grande voglia di vivere, e che abbia continuato fino alla fine a costruire mille gru di carta, con la convinzione che l’avrebbero aiutata a guarire.

Ciò spiega il perché le gru colorate con i colori dell’arcobaleno costituiscano il simbolo stesso della città di Hiroshima e dell’invocazione alla pace: un’intera zona del museo è strettamente dedicata a piccole composizioni di gru da parte di bambini e da pensieri per Sadako, divenuta leggendaria a livello mondiale, e per numerosi altri bambini che come lei hanno dovuto soccombere a causa di una guerra spietata.

Gru di carta e arcobaleni che si ritrovano anche lungo tutto il parco del Memoriale della Pace, al di fuori del Museo, dove l’attenzione è rivolta ai bambini di Hiroshima e alle loro gru di carta, simboli di pace, di innocenza e di libertà.

Continuando a passeggiare, il senso di desolazione e di inquietudine mi sembra via via scomparire, sostituiti da una certa pace dei sensi, sarà forse perché il verde e i fiori dei giardini che compongono il parco sono tornati a brillare con i colori accesi di maggio.

Mi perdo in quell’istante, ma non sono turbata, tutt’altro; mi lascio trasportare da quell’evasione sensoriale tutta giapponese, permettendo che ricordi di guerra spariscano, portando avanti quelli di una calma e apparente serenità.

La città è perfettamente moderna, si è alzata dalle ceneri e si presta alla vita meravigliosamente, caratterizzata da un sole caldo e da canali lungo tutto il confine del parco.

Una città non diversa dalle straordinarie metropoli giapponesi, moderna ed efficiente, che più di tutte ha dimostrato la strabiliante operatività dei suoi abitanti nell’averla resa una città rinnovata e con la spiritualità ancora più forte.

Arrivo alla fine della mia passeggiata, e non posso non prestare lo sguardo al monumento che più di tutti è divenuto simbolo stesso dello scoppio della bomba, l’Atomic Dome, ciò che rimane dell”edificio progettato dall’ architetto ceco Jan Letzel risalente al 1915: il palazzo fu destinato a ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima.

Di fronte ad esso un cartello spiega che Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare  avvenne a pochissima distanza dall’edificio  (con ipocentro a soli 150 metri di distanza), unico a sopravvivere (ma solo in parte) alla strage. Questa costruzione rimase nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico, e viene oggi utilizzata come un monito a favore dell’eliminazione di ogni arsenale nucleare e un simbolo di speranza.

Non so bene definire la sensazione avvertita nel momento della visione in vicinanza del monumento, ma so di per certo che di colpo ho avvertito un calore così forte, ma così forte, da volermi convincere di andare e di tornare a raggiungere i miei amici. L’ora di autonomia era già volata, e avrei dovuto riprendere il treno per il mio rientro a Tokyo.

Eppure si, quel calore forte quasi come il sole a ferragosto l’ho percepito bene, ed era così reale da lasciarmi ancora perplessa e stordita.

Quel momento faceva male agli occhi.

Così mi incammino con passo spedito,  raggiungo uno dei tanti pulitissimi ed elegantissimi taxy giapponesi,  saluto quella città così tranquilla, e un fruscio di vento e un lieve rumore di uccellini che volano in cielo mi riporta alla realtà di un clima nuovamente  rasserenato e quieto, fatto anche di bambini che giocano sui marciapiedi perfettamente ricostruiti, di coppie innamorate, di ragazzi in bicicletta. Di Vita nuova, di vita piena di energia.

Perchè si, non mi pento di aver visitato in solitudine quella città, perchè l’emozione di aver potuto fare un salto nel tempo in due ore appena di passeggiata, non la scorderò mai.

Mi allontano dentro il taxy e mi giro quasi come di impulso, salutando con lo sguardo l’Atomic Dome che si fa sempre più piccolo, ma che rimane là, indistruttibile: e ripenso alla piccola Sadako che ancora gioca a costruire gru di carta mentre guarda al mondo speranzoso e sorride come solo i bambini sanno fare.

Con tutta la grinta di chi ha vissuto una tragedia e non ha mai perso la fantasia e la gioia.

Così per me è stata e sarà sempre Hiroshima, fenice risorta dalle tenebre e dalle ceneri più scure.

Giusto in tempo per tornare in stazione, un ultimo sguardo veloce all’epitaffio del memoriale che sembra ammonire in silenzio:

“Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore.”

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