Il grande sole di Hiroshima

Quando arrivi a Hiroshima e decidi di visitarla, nonostante i dovuti dubbi e le preoccupazioni, l’effetto che hai è così strano.

Sarà che quel giorno di ennesimo giro nipponico, dopo km e km di cammino e di solo tre ore in media di dormita per notte, il mio fisico ha patito i primi ‘acciacchi’ da strapazzo; sarà che la parole Hiroshima mi ha sempre destato inquietudine, sofferenza, rispetto; sarà che fin dai tempi della scuola la sentivo nominare e nominare quasi come se quel traumatico evento l’avessimo patito un pò tutti, silenziosamente e attentamente, scorrendo i titoli dei capitoletti tra i libri di storia.

Non so bene cosa mi abbia spinto a percorrere quel giorno assolutamente sola  senza compagni di viaggio, (un giorno avventuroso e da annoverare fra i più storici della mia vita, ma questa è un’altra storia),  quella tappa culturale così temuta, così importante.

Ma, da tipa curiosa e ostinata qual sono, dentro di me qualcosa mi ha detto che dovevo andarci a tutti i costi, senza sé e senza ma. Dovevo vederla, dovevo sentirmi parte di un mondo spesso così dimenticato, reduce da un evento fra i più brutali mai avvenuti nella storia dell’umanità.

Ed ecco che, dopo due ore e mezza di rilassante viaggio da Kyoto a bordo di uno splendido treno Shinkansen (ormai fedele e affettuoso amico), esco e varco l’uscita della fermata dal nome “Hiroshima”.

Mi dirigo munita di cartina della città a osservare (con solo un’oretta e mezza di autonomia) immediatamente il fulcro di ciò che desideravo vedere, il famoso ‘cerchio’ (perché geograficamente  si tratta proprio di un confine a forma circolare) che delimitava la zona dello scoppio della bomba del famoso e nefasto 6 agosto del 1945.

La mia prima tappa è stata quella del Museo della Bomba Atomica di Hiroshima, un museo modernissimo e   spazioso, da lunghi corridoi bianchi e così incredibilmente silenziosi.

Un intero padiglione ospita una fotografia a 360° del panorama di Hiroshima devastata dalla bomba, realizzata con 140.000 piastrelle sulle quattro mura (il primo numero stimato delle vittime): l’ingresso di questo memoriale è sovrastato da un orologio fermo alle 8.15, l’ora dell’esplosione.

E’ stato lui che più di tutto mi ha parlato, lasciandomi un senso di incredulità e di smarrimento per tutto il resto della visita.

Alle 8.15 quell’orologio si è fermato per sempre, e con sé si è fermato per un istante tutto il Giappone, e a seguito il mondo intero.

Quando di fronte a me osservo con i miei occhi oggetti storici, ritrovamenti e incedibili reperti di un’epoca così decisiva, mi sento così piccola, e riscopro quanto sia reale e contemporanea la sua materia. Materia del tempo che mai s’arresta, ma in quel preciso istante si è fermato con le lancette ancora là, immobili, quasi come a volerci dire che quell’istante fosse davvero troppo anche per il seguire imperterrito del tempo.

Così seguo la visita fra una serie di foto strazianti e di memorie, trattati storici e scientifici sull’effetto del nucleare, tutto incredibilmente utile quanto surreale. “E’ successo davvero“, continuo a ripetermi fra me e me.

Sorvolando le innumerevoli immagini impattanti del museo, mi soffermo su una zona che mi riporta alla memoria uno dei libri più profondi e belli che abbia mai letto, “Il grande sole di Hiroshima“: davanti a me, un corredo fotografico circa la storia della giovane Sadako Sasaki, bimba giapponese che visse l’incubo della bomba, sopravvivendo allo scoppio, ma accusando anni dopo la morte a causa dei devastanti effetti che avrebbero provocato le radiazioni con gli anni.

“Il leggero chiarore diventò una luce abbagliante. Gli occhi di Sadako si spalancarono. Contemplavano il cielo, nel suo eterno splendore”.

Si dice che mentre attendeva, ignara, la sua morte, Sadako non abbia mai perso la sua grande voglia di vivere, e che abbia continuato fino alla fine a costruire mille gru di carta, con la convinzione che l’avrebbero aiutata a guarire.

Ciò spiega il perché le gru colorate con i colori dell’arcobaleno costituiscano il simbolo stesso della città di Hiroshima e dell’invocazione alla pace: un’intera zona del museo è strettamente dedicata a piccole composizioni di gru da parte di bambini e da pensieri per Sadako, divenuta leggendaria a livello mondiale, e per numerosi altri bambini che come lei hanno dovuto soccombere a causa di una guerra spietata.

Gru di carta e arcobaleni che si ritrovano anche lungo tutto il parco del Memoriale della Pace, al di fuori del Museo, dove l’attenzione è rivolta ai bambini di Hiroshima e alle loro gru di carta, simboli di pace, di innocenza e di libertà.

Continuando a passeggiare, il senso di desolazione e di inquietudine mi sembra via via scomparire, sostituiti da una certa pace dei sensi, sarà forse perché il verde e i fiori dei giardini che compongono il parco sono tornati a brillare con i colori accesi di maggio.

Mi perdo in quell’istante, ma non sono turbata, tutt’altro; mi lascio trasportare da quell’evasione sensoriale tutta giapponese, permettendo che ricordi di guerra spariscano, portando avanti quelli di una calma e apparente serenità.

La città è perfettamente moderna, si è alzata dalle ceneri e si presta alla vita meravigliosamente, caratterizzata da un sole caldo e da canali lungo tutto il confine del parco.

Una città non diversa dalle straordinarie metropoli giapponesi, moderna ed efficiente, che più di tutte ha dimostrato la strabiliante operatività dei suoi abitanti nell’averla resa una città rinnovata e con la spiritualità ancora più forte.

Arrivo alla fine della mia passeggiata, e non posso non prestare lo sguardo al monumento che più di tutti è divenuto simbolo stesso dello scoppio della bomba, l’Atomic Dome, ciò che rimane dell”edificio progettato dall’ architetto ceco Jan Letzel risalente al 1915: il palazzo fu destinato a ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima.

Di fronte ad esso un cartello spiega che Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare  avvenne a pochissima distanza dall’edificio  (con ipocentro a soli 150 metri di distanza), unico a sopravvivere (ma solo in parte) alla strage. Questa costruzione rimase nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico, e viene oggi utilizzata come un monito a favore dell’eliminazione di ogni arsenale nucleare e un simbolo di speranza.

Non so bene definire la sensazione avvertita nel momento della visione in vicinanza del monumento, ma so di per certo che di colpo ho avvertito un calore così forte, ma così forte, da volermi convincere di andare e di tornare a raggiungere i miei amici. L’ora di autonomia era già volata, e avrei dovuto riprendere il treno per il mio rientro a Tokyo.

Eppure si, quel calore forte quasi come il sole a ferragosto l’ho percepito bene, ed era così reale da lasciarmi ancora perplessa e stordita.

Quel momento faceva male agli occhi.

Così mi incammino con passo spedito,  raggiungo uno dei tanti pulitissimi ed elegantissimi taxy giapponesi,  saluto quella città così tranquilla, e un fruscio di vento e un lieve rumore di uccellini che volano in cielo mi riporta alla realtà di un clima nuovamente  rasserenato e quieto, fatto anche di bambini che giocano sui marciapiedi perfettamente ricostruiti, di coppie innamorate, di ragazzi in bicicletta. Di Vita nuova, di vita piena di energia.

Perchè si, non mi pento di aver visitato in solitudine quella città, perchè l’emozione di aver potuto fare un salto nel tempo in due ore appena di passeggiata, non la scorderò mai.

Mi allontano dentro il taxy e mi giro quasi come di impulso, salutando con lo sguardo l’Atomic Dome che si fa sempre più piccolo, ma che rimane là, indistruttibile: e ripenso alla piccola Sadako che ancora gioca a costruire gru di carta mentre guarda al mondo speranzoso e sorride come solo i bambini sanno fare.

Con tutta la grinta di chi ha vissuto una tragedia e non ha mai perso la fantasia e la gioia.

Così per me è stata e sarà sempre Hiroshima, fenice risorta dalle tenebre e dalle ceneri più scure.

Giusto in tempo per tornare in stazione, un ultimo sguardo veloce all’epitaffio del memoriale che sembra ammonire in silenzio:

“Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore.”

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La Nike pro Hijab

Inutile negarlo: le campagne marketing della Nike sono sempre impeccabili.

Volenti o non volenti, d’accordo o in disaccordo, le loro pubblicità rimangono impresse nella memoria e fanno discutere.

E’ quanto è accaduto con l’ultima chiacchieratissima campagna della Nike in Medio Oriente, un elogio al coraggio e all’intraprendenza delle donne nel praticare liberamente le proprie attività sportive, contraddistinta dalla voce fuoricampo che recita : “Che cosa diranno di noi?” -“What Will They Say About You?“, e dal claim finale: “Forse diranno che sei la prossima campionessa”.

In un periodo storico come quello che sta vivendo ora l’America di Trump, tra un’ondata di Islamofobia e una lotta alla chiusura di confini, Nike rischia e vuole arrivare a quell’un milione e sei di mussulmani nel mondo ottenendo seguito e fedeltà modernizzandosi alle esigenze più basiche.

E’ infatti apparso pubblicizzato il primo Hijab firmato Nike, in tessuto poliestere e traspirante, adatto a tutte quelle donne che vogliono praticare la loro passione sportiva, sentendosi a proprio agio in ogni occasione.

Si chiama “Nike Pro-Hijab“, e sarà commercializzato il prossimo anno, a pennello per le Olimpiadi invernali del 2018 in Corea del Sud.

Ero davvero colpita ed emozionata quando ho saputo dell’iniziativa – ha affermato alla Cnn Money la pattinatrice Zahra Lari, testimonial della campagna pubblicitaria – ho provato diversi modelli, offrono ottime prestazioni”.

Effettivamente tante sono ormai le atlete musulmane che hanno dichiarato di trovarsi confortevoli indossando il velo anche e soprattutto nelle attività sportive.

 

Una cosa è certa: la chiave di volta della Nike è sempre stata quella di partire da un prodotto per vendere l’intero brand, e non viceversa.

Riuscirà il logo “Pro Hijab” a convertirsi nel nuovo “Just do it”?

Senza dubbio l’intento è già molto perspicace.

Personalmente trovo che il la risposta al claim della campagna “What will they say about you?“- “Maybe they will say that you outdid all expactations“- sia un grido forte e di accezione universale nei confronti di tutte le grandi o piccole donne che riconoscono di potercela fare con le proprie forze.

 

Pro Hijab, Nike

D’altra parte si sa, Nike ha sempre desiderato battere qualsiasi limite, e forse – almeno strategicamente parlando- sa farlo molto bene.

Ancora una volta, per me, ottima riuscita Nike.

Just do It, Nike
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°Il mito di Horus e Seth°

La trasmissione del potere regale da padre in figlio era, nell’Antico Egitto, consacrata dalla leggenda e della disputa tra Horus e Seth.

Si racconta che un tempo Osiride fosse il re di tutti gli dei. Secondo una versione del mito, il fratello Seth, volendo usurpare il trono di Osiride, ne dilaniò il corpo in tanti pezzi, che sparpagliò per tutto l’Egitto.

La moglie di Osiride, Iside, insieme alla sorella Neith raccolsero ogni pezzo e, con l’aiuto di Anubi, lo ricomposero trasormandolo così in una mummia. In questo modo Osiride rinacque e divenne il dio dell’Alidlà.

Iside riuscì a farsi ingravidare dal marito e da questa unione nacque il dio Horus. Diventato adulto il dio falco Horus si scontrò con Seth per riottenere il trono del padre.

Gli dei, per porre fine alla diatriba, si riunirono in consiglio e Ra decise di chiedere alla dea Neith chi fosse il legittimo successore di Osiride.

La dea scelse Horus, che, da quel momento, divenne re, mentre Seth divenne il dio del deserto e dei paesi stranieri, simboleggiando così la lotta tra la fertilità della valle del Nilo e il deserto arido.

Horus è raffigurato con la corona doppia con testa di falco o di un falco solare alato, che serviva come emblema  di protezione delle porte e dei corridoi dei templi. Con suo padre, Osiride e Iside formarono la triade più importante nella mitologia egizia.

 

Horus Faucon
Musée du Louvre

Nell’ideologia regale egizia, ogni faraone che muore è Osiride, ed il figlio che gli succede al trono Horus.

 

Stele dedicata a Atum e Osiride dallo scriba regio, sovrintendente ai granai del Sud e del Nord, Amenhotep
Museo Egizio di Torino
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Classico&Contemporaneo

Ecco come risulterebbe oggigiorno un piccolo frammento d’arte classica trasposta nel presente.

Enjoy it. 🙂

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Mata Hari: arte, amore e libertà

Sono una donna nata nell’epoca sbagliata. Ed è qualcosa che nulla potrà emendare. Non so se il futuro serberà memoria di me ma, se ciò dovesse accadere, mi auguro di non essere mai considerata una vittima, bensì una persona che ha coraggiosamente scelto i propri passi e ha pagato senza paura il prezzo che le è stato imposto.

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Margaretha Geertruida Zelle, ai più nota come Mata Hari, non è stata solo una spia, una danzatrice affascinante e capace di incantare fra  gli uomini più potenti e invidiati, ma soprattutto una donna di grande personalità, emblema della libertà che si incarna in  una femme fatale dotata di un carattere senza precedenti.  Ricca non lo era, forse, ma ha danzato sui palchi di molti teatri, ha avuto amici e amanti importanti, era conosciuta da molti e tutti meraviglia nel mondo dorato della Belle Époque. Dall’inizio della guerra ha incontrato e amato tenenti, colonnelli e capitani, dai quali,  a quanto si dice, ha carpito informazioni da vendere al miglior offerente. Così, nonostante le prove inconsistenti, Mata Hari viene arrestata, processata e condannata a morte.

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Insomma, una donna di cui si può disquisire su tutto, ma ci si trova d’accordo sul fatto di non poterla additare come una persona indifferente.

Mata Hari

Mata hari è quella stessa impersonificazione della definizione tutta francese de La Vraie Vie, la vita vera, fatta di momenti di bellezza indicibile e di profonda depressione, di lealtà e di tradimenti,di paure e di momenti calmi e tranquilli.

Una vita come molte altre, ma Vera, intensa, controversa, combattuta.

Opera d’arte umana, Mata Hari conferma e raggiunge, fin all’atto estremo della morte, quella spettacolarizzazione e quell’evasività tanto ricercate ed adulate in vita, affrontando a testa alta i suoi carnefici al suono di un  “Sono pronta”.

«Mata Hari – sostiene Paulo Coelho – fu una delle prime femministe: ha sfidato gli uomini dell’epoca e scelto l’indipendenza. Dalla sua storia possiamo trarre una lezione anche oggi, quando gli innocenti pagano ancora con la vita le accuse dei potenti»

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Una donna complessa e in linea con la modernità, nel suo essere imprendibile e fuori dagli schemi, saggia, amante del bello e della semplicità, ma in perenne contrasto con una vita fatta d’arte, di scandali e di difficoltà.

Stratega, tattica, invidiata, spesso odiata; ma dotata di grande profondità, sensibilità e in perenne speranza nei confronti dell’Amore, come lo si deduce da uno dei tanti estratti dei suoi scritti:

«C’è un mito greco che mi ha sempre affascinato e e che, penso abbia molti elementi che ricorrono nella vostra storia, perlomeno in una variante adottata presso alcuni popoli.

C’era una volta una bellissima fanciulla , ammirata e temuta nel contempo, perché si mostrava troppo indipendente. Si chiamava Psiche.

Disperato perché la figlia sarebbe rimasta nubile, il padre si rivolse al dio Apollo, il quale escogitò una soluzione: la giovane doveva salire sulla cima di una montagna, vestita a lutto, e trascorrere lì la notte, in solitudine. Prima dell’alba, sarebbe comparso un serpente che l’avrebbe sposata. La giovine seguì gli ordini del Dio, e, giunta sulla cima della montagna, infreddolita, si addormentò. Il giorno dopo si svegliò in un palazzo bellissimo e scoprì di essere la regina di quelle terre. Ogni notte veniva raggiunta dal suo sposo, il quale, in cambio dell’amore e della passione, aveva previsto che si impegnasse a non cercare mai di vedere il suo viso.

Dopo alcuni mesi, la giovane era follemente innamorata dello sposo, che si chiamava Eros. Adorava conversare con lui, provava un piacere immenso nel fare l’amore e si sentiva trattata con un rispetto sincero e profondo. Tuttavia viveva nel timore di essere sposata con un serpente orribile.

Una notte, non riuscendo a frenare la curiosità, attese che il suo sposo si addormentasse, scostò delicatamente il lenzuolo e, alla luce di una lampada a olio, potè ammirare il volto di un uomo dalla bellezza incredibile. Una goccia d’olio cadde dal lume e risvegliò Eros che, sentendosi tradito nella sua unica richiesta, scomparve.

06_98Ogniqualvolta ripenso a questo mito, mi domando: potremo mai scorgere il vero volto dell’amore? E comprendo ciò che i greci intendevano insegnare con quella storia: l’amore è un atto di fede nell’altro, e il suo volto misterioso deve restare sempre celato.

Bisogna vivere ogni momento con trasporto ed emozione perché, se cerchiamo di decifrarlo e comprenderlo, la magia di quel sentimento supremo scompare. Ecco perché dobbiamo seguire i sentieri luminosi e tortuosi, accettare che ci conduca sulla vetta più alta o nel mare più profondo, sempre confidando nella mano che ci guida. Se vinceremo i nostri timori, ci risveglieremo in un palazzo fiabesco; se avremo paura di compiere una rivelazione, non otterremo mai nulla.»

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Spiegato, forse, il più grande errore della splendida e indecifrabile Mata Hari: dopo anni e anni vissuti in tortuose montagne brulle, aveva cessato di credere all’ amore, svilendolo e trasformandolo nel proprio servo.

L’amore non obbedisce a nessuno e tradisce solo coloro che tentano di decifrarne il mistero.” (cit. La Spia, Paulo Coehlo).

E così, mi piace pensare che sì, la sua unica immensa colpa è stata proprio quella di essere una donna libera.

Una libertà che echeggia in eterno e che  rende contemporaneo anche un remotissimo 1917.




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Alda Merini

GOOD_NIGHTLa donna è un firmamento, ma se un uomo non sa leggerle dentro, vede solo la notte

Io sono con te in ogni maledetto istante che ci vuole dividere e non ci riesce

Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della edf3cd4ef61443ecd6134726d359efbatua vita rimpiangerai per tutto quello che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto




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Amelie Robi Poulain

“Mia piccola Amelie, lei non ha ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!”

Ok lo ammetto. Sono stata vittima della sindrome della Poulainite, e forse non ne sono mai uscita.
Amelie vede la vita come una deliziosa opera d’arte, ricca di dettagli infiniti e pieni di senso solo se gli stessi vengono interpretati con il cuore.
Quel cuore ingenuo e sognatore che ci invita a guardare alle cose con gli occhi da bambina per non cedere all’impatto tragico del reale.
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Ma il reale si scontra brutalmente con l’irrazionalità e con l’estrema fantasia della ragazza, la quale preferisce accantonare la triste monotonia di una Parigi ripetitiva quanto insensibile, per rifugiarsi in un mondo colorato e pieno di significato.

“Il mondo esterno appare così morto che Amelie preferisce sognare una sua vita in attesa di avere l’età per andarsene”

La fuga da ciò che non ci permette di volare, dalle banalità, dalle giornate fatte di lavori stressanti e alienanti, ma soprattutto da persone che non sanno discutere, né mettersi in gioco, né considerare per un momento l’ipotesi che la bellezza della vita sta nelle piccole cose, nei singoli gesti giornalieri e non in un ammasso di azioni cicliche e macchinose.

Amelie questo l’ha capito bene, ed, oltre a rappresentare l’emblema di un capolavoro cinematografico francese, rispecchia perfettamente quel mondo colorato e luminoso (e forse fin soltanto onirico) che ci aiuta a poter superare il tran tran infinito e veloce della società.

A lei non interessano frasi scontate o persone banali; non vuole dover cambiare per compiacere al mondo stereotipato, vive di piccole, fugaci  ma veritiere gioie e di altrettanto strazianti ma sincere delusioni.

Nel suo piccolo Amelie ci invita a coltivare quotidianamente uno spazio legato ai piccoli piaceri della vita, gli stessi che illuminano il presente, per cui vale la pena soffermarsi e per i quali poter godere di un po’ di innocua  ed esaltante dolcezza, in mezzo a quel trambusto senza fine che si chiama Vita.

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Si, anche a me piace immergermi nei profumi, nei sapori, nelle canzoni, nei minuziosi dettagli di una fotografia, nei gesti compiuti e ricevuti, e cerco di non smettere mai di soffermarmi sul bello del presente.

Mi piace concedermi delle sane pause dal reale, sentire che la vita non è fatta solo di ‘do ut des’, ma di tante brillanti sfacettature sempre nuove, visibili solo a chi crede in una buona dose di sana magia.

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In fondo chi possiede Magia non necessita di trucchi né di sofisticate finzioni.

Non credete?




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Passióne

 

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Senza Passione non c’è contenuto, ma mero contenitore. Senza Passione non c’è anima, non c’è forma, non c’è vita. E notate bene, non sto parlando solamente del sentimento passionale affettivo e sessuale, ma a ben di più: la passione in amore, certamente, come anche nel fare quello che si sta vivendo in quell’attimo, nel vivere una vita piena, unica, emozionante, appassionata.

Fate sempre che nel vivere i vostri giorni gli occhi brillino ed il vostro cuore voli alto.

A proposito di questo, riporto delle parole pensate qualche mese fa dalla sottoscritta, parole che potrei definire un ‘elogio alla gente appassionata, l’unica gente che mi interessa’:

 

Adoro quella gente che brilla di luce propria e non di quella riflessa, che contagia,che rischia,che non si conforma, che non considera la sua vita dipendente dal fare ma da ciò che è, che è vogliosa di fare /provare/sperimentare ottocento attività diverse e che ancora sete di sorprendere, di apprendere, di trasformarsi, di reinventarsi; che si stupisce ogni giorno e che non riesce a star ferma a lungo senza sentire il bisogno estremo di esser continuamente stimolata.La stessa che conosce il divertimento ma anche la sofferenza ed il rispetto verso chi non può permettersi di divertirsi.Amo la gente senza mezzi, che ti permette di volare con una semplice conversazione , che se ne frega delle apparenze, che non ha tempo per criticare, né che ti riempie di parole senza sostanza gettate la per abbindolare il prossimo.Che senza la pratica non c’è verso che conti.Chi non perde tempo a parlare DELLA gente,ma che semplicemente parla CON la gente. Chi non teme il nuovo ne’ lo straniero, chi vive e lascia vivere senza distinzioni in generi ,lingue o etnie. Quelli stessi che puoi odiare ,amare e riamare in modo sempre nuovo perché vivono e combattono per farlo, e perché non passano mai per indifferenti e perché alla compagnia insipida preferiscono la sana solitudine.Gli stessi che quando amano lo fanno con tutta la passione che conoscono,senza freni ne’ finzioni,che sia un anno,un mese,una notte soltanto. Quelli che bruciano di curiosita’ per così tante cose che quasi faticano a poterle enumerare;e insieme vivono di piccoli,intensi, ma curati dettagli. Quelli che non devono spiegare a nessuno il perché vogliano esser distinti ,lo sono e basta anche senza saperlo;lo fanno a basta anche senza raccontarlo.

Adoro la gente con l’anima in fiamme perché in definitiva non si spegne mai.

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Non conformatevi nel dover sopravvivere, ma vivete e basta.

Quindi ardete ,ardete e ancora ardete.

 

Cercate sempre di volare alto, proprio dove solo la gente felice sa giungere.

E miraccomando, ricordatevi: che voi siate madri, figli, padri, marinai, idraulici, autori, cantautori, scrittori, politici; che voi siate giovani o anziani, donne o uomini, intenti a cambiare casa, a sposarvi, a lasciare il vostro Paese, a intraprendere una nuova rotta, a ballare al Moulin Rouge, insomma, chiunque persona voi siate e  qualsivoglia attività  stiate praticando o praticherete.. :

 

             DO IT WITH FUCKING PASSION OR NOT AT ALL

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Viaggiare da soli: un’esperienza che tutti dovrebbero provare

Un proverbio Lakota dice: “Non avere paura di essere solo. Le aquile volano da sole. I piccioni volano in gruppo”.

Intendiamoci, non che viaggiare in compagnia sia disdicevole, tutt’altro: la gioia di partire in gruppo con i propri amici storici non ha prezzo.

Eppure, credeteci, che si voglia o no, viaggiare da soli è proprio quell’esperienza che non potete perdere e che dovrete fare almeno una volta nella vita. Vi chiederete: “perché mai’”?

Ebbene, ecco qui diversi validi motivi per cui il vostro spirito avventuriero possa convincersi a salpare l’ancora e a navigare mari sconosciuti anche privi dei soliti fedelissimi accompagnatori.

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NESSUNA INVERSIONE DI ROTTA
Quante volte vi è capitato di programmare tutte le tappe del famoso viaggio di gruppo con meticoloso e minuzioso lavoro, per poi aver dovuto gestire disdette, cambi improvvisi, negazioni da far salire l’emicrania, o addirittura silenzi infondati? (“Ma come, erano così convinti circa la meta due mesi fa!’’). Ecco, dimenticatevi di tutte queste fastidiosissime faccende: ora sarete voi i capitani della vostra barca, non avrete più a che fare con imprevisti- sorpresa, perché vi renderete presto conto che tutto quello che organizzerete, dalla A alla Z, dipenderà esclusivamente dalla vostra stessa persona. Facile e molto meno dispendioso, no?

bussola-1L’AUTORE ED IL CREATORE DEL DIPINTO SIETE VOI
Avete presente quando da piccoli ci si ingegnava nel completare una costruzione con mattoncini Lego o un quadretto con i gessetti, quanta fatica, ma quanta soddisfazione una volta concluso l’ultimo step? Lo stesso per il vostro viaggio in solitaria: inizialmente la meta potrebbe apparirvi come un grande scoglio, una corsa ad ostacoli, ma poi, piano piano, tassello dopo tassello, potrete fermarvi a ripensare a quanto bravi e creativi siate stati nel costruirvi la vostra avventura giorno per giorno, proprio come per un capolavoro di un autore o di un grande pittore. Le sfumature sono solo vostre, personali e di nessun altro. Se non è arte questa

LE SFIDE NON SARANNO POCHE, MA VERRANNO LA PENA
Un famoso detto dice: “Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare’’, e allo stesso modo per voi alle prese con il vostro viaggio: non sarà così facile adattarsi, farsi conoscere e piacere dai futuri compagni di viaggio, rimanere pazienti e, insomma, rilassarsi da subito. Eppure, se siete spiriti avventurieri amanti delle novità e grandi esploratori, converrete dal principio: viaggiare da soli aumenta il senso di libertà, principio base per l’avventura, la carica di adrenalina, la curiosità, la connessione con la vera natura dello spostamento, insegna a comportarsi senza troppi cliché o pregiudizi, né condizionamenti inutili. Imparando a bastarvi, la routine sarà solo un ricordo, e il vostro viaggio si trasformerà in una vera e propria montagna russa di emozioni. Provare per credere!!

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NON SARETE MAI SOLI
Altro punto fondamentale se non primario. Molti pensano che viaggiando da soli si è destinati a rimanere sempre isolati ed indifesi. Niente di più sbagliato! La solitudine è cosa ben salutare quando la si vive di buono spirito: troverete tantissimi compagni durante il vostro viaggio, e imparerete a conoscerli senza maschere né implicazioni. Si, perché i veri viaggiatori si riconoscono e non vedono l’ora di socializzare e di condividere le proprie rotte. Anzi, si dice che le amicizie più belle e durature sian quelle che nascono da viaggi in solitaria, forse proprio perché frutto di un’intensità tutta sua. Cosa aspettate dunque? Potrebbe essere il via di un’amicizia eterna ed un ricordo indelebile da mantenere nel tempo con lo stesso sorriso.

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Ma chi l’ha detto che per volersi bene e doversi regalare meritate coccole- eh si, tutti noi sognamo di essere riveriti dopo mesi di lavoro stancante- debba per forza trovarsi un partner o doversi concedere giornate alla Spa? Il regalo più grande che potete farvi l’avrete viaggiando soli: si, perché il relax sarà nulla a confronto di una buona dose di brivido giovanile! Come quando eravate bambini, infatti, vi accorgerete di quanto sarà facile essere  ripetutamente coccolati dalla gente locale che farà di tutto per mettervi a vostro agio, aiutarvi, invitarvi a trasportarvi pesanti valigie.. insomma, con quella faccia da naviganti impauriti, vedrete quante pesci abboccheranno e vi faranno sentire tempestivamente a casa come non lo siete stati mai! Furbini!

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NESSUN PREGIUDIZIO
Voi siete voi in quel singolo momento e basta, non il vostro personaggio costruito a tavolino e ‘stereotipato’ dai vostri amici fedeli. Da soli in viaggio ci siete voi e basta, senza precedenti né memorie, e sarete sorpresi nell’accorgervi che la vostra persona sarà nuova ogni giorno, e sempre diversa, e questo solo grazie alle vostre mosse. Nessun pregiudizio quindi, per cui sì alla fantasia e all’immaginazione, e se vorrete raccontare storie straordinarie o vestirvi da samurai per una notte di follia, che male c’è? Incredibilmente vi presterete a buttarvi in avventure mai attuate o a farvi coraggio per folli imprese, o semplicemente vi conoscerete da zero per quello che starete facendo e che sarete in quell’istante stesso. Liberatorio!

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NESSUN COMBATTIMENTO DA DON CHISCIOTTE
Nei viaggi di gruppo capita spesso di scatenare ire di Achille ad un semplice “Ragazzi, posso mettermi io nel posto vicino al finestrino?’’, per non pensare alle foto da scannerizzare prima di poterle pubblicare nel diario di viaggio di compagnia. Insomma, dover stare attenti ad ogni minimo particolare che non dipende dalle vostre volontà. Provate invece l’ebrezza di scegliere la postazione preferita senza che nessuno che vi faccia il muso, o di condividere foto ed esperienze come e quando se ne avesse voglia. Probabilmente vi sembrerà TUTTO troppo bello!

CONOSCERVI COME NON MAI
Forse non esiste psicologo migliore che vi indichi chi siete della meditazione acquisita durante un viaggio in solitaria. Lasciando da parte funzioni routinarie, confort zone, famiglia e gruppi, dovrete fare i conti con la vostra vera realtà: quella personale. Immergendovi in culture, mari e paesaggi, persone del tutto estranee, vi renderete conto che la prima vera scoperta acquisita sarà quella della vostra stessa persona. Avrete tutto il tempo di riflettere sui vostri percorsi, di capire le vostre inclinazioni, e addirittura di meravigliarvi per un orizzonte, un dettaglio detto da un vostro compagno di viaggio, di sensibilizzarvi o di rafforzarvi emotivamente: tutto questo incredibile viaggio verso il profondo di voi stessi sarà ben più divertente e salutare che dieci sedute da un bravo psicologo (e ben meno costoso) !!

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Avrete sentito questa frase mille e mille volte. Ma non esiste nulla di più vero. “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi” diceva Proust. E il viaggiatore solitario lo sa bene. Il tesoro più grande che acquisirete lo avrete là stretto con voi ogni singolo giorno del vostro ritorno a Itaca: vi sentirete più forti, più decisi, vittoriosi e decisamente avventurieri. Quindi, nel momento in cui vi capiteranno momenti no, guardatevi allo specchio e ricordatevi che anche voi siete stati dei pirati imbattibili in preda a tempeste burrascose!

IL MONDO FUORI E’ MERAVIGLIOSO
Nel momento in cui sarete soli immersi nel vostro  nuovo confine di mondo, vi accorgerete, credeteci, di quanto sia vivo e sorprendente il paesaggio da attraversare: non sarete distratti da vincoli di relazione con le persone, e, proprio come nel film Into the wild, sarete trasportati in un’altra dimensione, quella assolutamente selvaggia e primitiva di un tu per tu con la natura.

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MONEY, MONEY, MONEY
Viaggiare da soli vi permetterà anche di risparmiare su piccoli sfizi. Avete presente quante volte in compagnia ci si debba adattare a confort di gruppo, quando nella stessa situazione da soli ‘non l’avreste spesi così tutti quei soldi’?  Ecco, vi riapproprierete d’incanto delle vostre finanze. Il budget lo controllerete voi, gestendo le spese quanto meglio crediate, convertendovi in piccoli grandi manager di voi stessi. Soddisfatti e rimborsati.

Per tanti tanti altri motivi viaggiare da soli potrebbe essere la vostra più grande e meravigliosa avventura. Cosa aspettate a preparare le valigie e a salpare?

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Lavapiés, il mondo in un Barrio

Metro Lavapies, Madrid
Metro Lavapies, Madrid

Vivere a Madrid significa vivere un po’ in tutto il mondo.

Il melting pot che si ritrova passeggiando nelle sue grandi strade non ha mai smesso di meravigliarmi.

Non esiste giorno, minuto, momento, in cui dai locali e dall’irrefrenabile andirivieni quotidiano cittadino non avvenga qualcosa di magico, di nuovo, di diverso.

Si, perché la diversità a Madrid riveste un ruolo di tutto rispetto, e se dovesse essere riassunta  in un altro nome, verrebbe senz’altro chiamata “Lavapiés”.

Non mento: se già il melting pot e lo stravagante è cosa ben cara a Madrid, se avrai la fortuna, come è accaduto a me, di vivere nel quartiere alternativo di Lavapiés, la meraviglia sarà di casa.

StreetArt, Lavapies
StreetArt, Lavapies

Porzione amministrativa dello stesso ordinamento dei vicini Chueca, Las Letras o Malasaña, il quartiere- barrio- di Lavapiés prende il suo nome da una strada, una piazza e dalla stazione della metro.

Si racconta che fino al XV secolo Lavapiés sia stato il quartiere ebraico di Madrid e che, passeggiando casualmente per una delle sue strade, ci si possa imbattere fino a 88 differenti nazionalità risiedenti.

Nato come nucleo residenziale povero e umile,Lavapiés ha conosciuto negli anni un’esplosione culturale senza precedenti, e, grazie all’incanto emanato dalla tipica atmosfera bohémien, si è convertita in meta indispensabile, attraente e affascinante agli occhi dei tanti liberi professionisti.

In Lavapies vi sono ben 107 strade arricchite di ristoranti e locali internazionali, bar e taverne, complessi teatrali con più di mille funzioni annuali, gallerie d’arte, circoli, cineteche.

Ma più di tutto dentro Lavapiés c’è Vita.

Il dinamico passato di questo barrio così animato non ne è da meno.  La storia racconta che in origine Lavapiés sia stato quartiere ebraico di Madrid e che il suo centro principale di azione e di riunione fosse la Sinagoga, trovatasi  sul luogo dove ora sorge la Chiesa di San Lorenzo. Nel XV secolo, dopo l’espulsione degli ebrei, alcune famiglie sono state costrette a convertirsi al cattolicesimo per poter continuare a vivere indisturbati.

L’intero processo di cristianizzazione ha portato alla denominazione di antiche strade in titoli religiosi come  Ave Maria, Fede, Amore di Dio, e a molte altre. È interessante poi notare come, a più di cinque secoli dopo, in questo peculiare quartiere culture diverse coesistano oggigiorno in armonia, ricche dei propri credi e di tradizioni singolari, usanze e costumi.

Ma è con  l’epoca del Medioevo che il quartiere inizia a modificare interamente facciata e a essere ufficializzato con il nome particolare con cui  si ricorda. Si dice infatti che nella piazza centrale del quartiere vi fosse una fontana in cui gli ebrei effettuavano abluzioni e si lavassero i piedi prima di entrare nel tempio. Da qui il curioso nome di  “Lavapiés. Bisogna inoltre sapere che i castizos di questo quartiere sono stati chiamati Manolos e Manolas, provenienti dal periodo ebraico , perché questo era il nome con cui molti ebrei furono battezzati per sfuggire l’espulsione del 1492.

Persino la topografia del quartiere è peculiare. Lavapiés è una delle aree di Madrid con pendenze elevate e pendii, data la sua strategica posizione geografica all’interno della città , poiché si affaccia su un terreno che è attraversato da ruscelli discendenti  verso il fiume Manzanares.

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Si racconta che dopo il suo passato ebraico Lavapiés sia stato catalogato come quartiere dal grave abbandono sociale,  ulteriormente illustrato e documentato da artisti e da scrittori del XIX secolo.

Dopo la guerra civile spagnola lo stadio di abbandono è cresciuto, e ciò si è riflesso sia nel deterioramento delle forniture di base per le case degli abitanti, sia nelle piccole curiosità pervenute, come per il caso della sorgente Cabestreros, che è stata conservata durante il periodo Franchista e che oggi simboleggia uno dei due riferimenti alla seconda Repubblica rappresentati in un monumento pubblico di Madrid (il secondo è dato dalla Fuente de la Cuesta dei ciechi, ai piedi della collina omonima che risale al Vistillas dalla strada Segovia).

Via via han preso piede nuovi progetti sociali e di collettività: le comunità giovanili, attratti dalla posizione atipica e dalle rinvenute possibilità economiche, hanno iniziato quindi a costruire prospettive di riqualificazioni e di rigenerazioni dell’intero quartiere.

Nel 1985, nel cuore di Lavapiés, nella via Amparo 83, è stato organizzato il primo  Centro Sociale autogestito. Attualmente si contano numerosi progetti di comunità alla stregua di questo primo spazio che per molti anni è stato solo un magazzino ed è ora un luogo di incontro e di riunioni, arricchito di un giardino e di un workshop di biciclette urbane; e proliferano sempre più  Centri Sociali Autogestionados– come la Tabacalera, la Chimera o FE1- tutti spazi organizzati in  forme di attività comuni come conferenze pratiche e multietniche per realizzare al meglio studi circa culture differenti e reciproche relazioni sociali.

Biblioteca UNED Escuelas Pias, ex convento cattolico
Biblioteca UNED Escuelas Pias, ex convento cattolico

Insomma, Lavapiés è senza dubbio il quartiere più multiculturale esistente nel centro di Madrid. Questo perché  la storia definita dal degrado, dall’occupazione e, infine, dal boom immobiliare ha permesso al barrio di passare dal presentarsi come tranquillo nucleo abitativo per persone anziane, al convertirsi nel  distretto con il maggior numero di case occupate nella capitale e di riparo per le persone con basso reddito e/o per gli immigrati,  per via dei prezzi storicamente più gestibili.

E sono proprio gli immigrati a costituire il tessuto sociale e punto forte su cui è basata l’intera Lavapies.  Qui si incontrano i migliori ristoranti indiani, arabi, cinesi, pakistani e turchi dell’intera Madrid, e ad ogni angolo  sembrerà di trovarsi una porzione di confine differente.

Impossibile non imbattersi in odori e profumi, spezie e incensi, tiendas etniche e tipici bazar ricchi dei mille tessuti colorati.

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Famose  sono anche le feste di San Lorenzo, tenute  nel mese di agosto e attrattive per  molti locali limitrofi. Tapapiés, un percorso internazionale di prelibate tapas , è divenuto un evento primario e imprenscindibile per la famosissima e invidiosissima movida madrilena.

Colori, essenze, creatività, arte, murales. Nel multietnico Barrio di Lavapiés ogni dettaglio sembra suscitare il nostro stupore, e lo stesso si trasformerà in un  ordinario e fedele compagno di mondane passeggiate tra le vivaci calles spagnole.

Se sei un artista, un anticonformista, uno spirito libero, un amante della curiosità e delle stravaganze, non esitare e fai come me: passa un’intera giornata a farti travolgere dalla pacifica convivenza delle diversità culturali di questa piccola porzione di area che racchiude un Mondo intero.

E magari poi vivici dentro e fatti  contaminare dal ricchissimo bagaglio multivariegato dalle fusioni eccentriche e dalle tante singolari energie.

Non te ne pentirai e non ne tornerai la stessa usuale persona, puoi scommetterci. E capirai che forse gli unici confini visibili sono i soli nella mente di qualcuno. Perché si, puoi dirlo forte, a Lavapiés la convivenza e l’integrazione  sono possibili.

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