Creuza de Ma

“Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä…”

Così cantava il grande Fabrizio De Andrè decantando la sua terra selvaggia e rocciosa, marittima e capricciosa.

E così, oggi più che mai, il 31 ottobre 2018 di una mattinata uggiosa e grigia, va anche a me di dedicare una dolce riflessione sulla sempre cara Liguria.

 

 

 

 

 

Un pensiero alla mia seconda casa, alla meta immancabile di tanti splendidi viaggi di giri straordinari, punto fermo di una vita intera, di amicizie secolari e di compagnie infinite.

E’ il ricordo dei miei nonni quando ancora ti portavano il gelato, il ritorno tanto atteso di persone che si ritrovavano puntalmente dopo un anno solare, di novità e di tradizioni.

Rapallo per me è famiglia, è storia, è mare calmo e in tempesta, è tuffarsi dalle sue boe con il sale ancora appiccicato alla pelle, è il ricordo di prime esperienze adolescenziali, di complicità e di silenzi, di risate e di emozioni più vere.

Rapallo è un’ infinità di pensieri, di malinconie struggenti e di contrasti. Di gente burbera, che andava e che veniva, quasi senza voler lasciare nulla di sé. Di piatti tipici, di tempi senza ore, di giorni che diventavano notti e di nuovo giorni che si ergevano luminosi di fronte allo stesso silenzioso e fedele Mare.

Ma quanta vita scorsa sotto quei colori.

Quanto e quanto hai saputo dare a chi sapeva prenderti per quella che sei, selvaggiamente ligure e marinaia.

D’altra parte non posso che essere più in linea con Vincent Van Gogh quando sosteneva che : “I marinai sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra.”

 

Oggi più che mai vicina a te, Rapallina mia.

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Panta rei os potamos

Altra chiave importante per cercare di avvicinarsi il più possibile al pensiero filosofico eracliteo è senza dubbio la teoria del divenire. Tutto il mondo viene considerato come un enorme flusso perenne nel quale nessuna cosa è mai la stessa poiché tutto si trasforma ed è in una continua evoluzione. Per questi motivi, Eraclito identifica la forma dell’Essere nel Divenire, dacché ogni cosa è soggetta al tempo e alla sua relativa trasformazione. Eraclito sostiene che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l’identità delle cose uguali a se stesse sia illusoria: per Eraclito tutto scorre (panta rei). Il panta rei è una conseguenza di polemos (guerra, conflitto), che regna su tutto. Di conseguenza Eraclito di Efeso non è il filosofo del “tutto scorre” ma del “tutto scorre in quanto risultato della tensione continua degli opposti che si fanno guerra”.

 

« Tutto scorre, non ci si può immergere due volte nello stesso fiume »

 

A proposito del divenire, Eraclito ha detto: “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”.

Il fuoco come ‘stoichèion’. Se il principio unitario che accomuna tutte le cose del mondo è il divenire, per Eraclito l’elemento fisico del quale tutti gli altri elementi sono composti (lo stoichèion), è il fuoco. Questo perché il fuoco è visto come elemento destabilizzante, in grado di provocare quel cambiamento che permette alle cose di mutare da uno stato all’altro.

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Noi non cesseremo la nostra esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere la’ dove siamo partiti..

“Guarda l’invisibile e vedrai cosa scrivere”-Bobby diceva sempre così. Era con la gente invisibile che lui voleva vivere..quelli a cui passiamo davanti ogni giorno,quelli che a volte diventiamo, quelli dei libri che vivono solo nell’occhio della mente di qualcuno.

Era un uomo destinato ad attraversare la vita, non a girarci attorno. Un uomo sicuro che la via più breve per il paradiso passasse attraverso l’inferno. Ma la sua vera disgrazia era una mente troppo esaltata e mutilata da troppe storie e dall’aver scelto di diventare una di esse. La tragica debolezza di Bobby Long fu il suo amore per tutto ciò che vide, e immagino che se la gente crede in qualche forma di giustizia, Bobby l’abbia avuta grazie a una canzone.

“Se un epitaffio dovesse raccontare la mia storia, ne avrei uno breve già pronto sulla mia lapide:

Ho avuto una lite d’amore con il mondo“.

– Una canzone per Bobby Long

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Eppure te ne sei andato Ulisse…

Eppure tu te ne sei andato,
Ulisse,
lasciando qui sull’Isola un amore di donna inconsolato
un figlio appena divezzato, che scorderà il tuo sguardo
Hai scelto la tua conoscenza, i sogni incandescenti,
le voci di sirena e i nubifragi…
cercando per il mondo la formula segreta della felicità.
Re, scaltro avventuriero, d’ingegno simile a nessuno
credi forse di colorare la tua esistenza col molto tuo sapere?
e di segreti hai piena l’anima e di mille cose mai dette ad alcuno.
E serbi forse dentro te la melanconica immagine di ciò che hai lasciato ad Itaca
e di ciò che lascerai lasciando questa vita.
Qualcuno aspetta il tuo ritorno,
facendo e disfacendo ogni giorno i sogni intessuti in questo tempo
mentre che tu, correvi controvento incontro alle tue sirene
eppure non ti riconoscerà che un cane quando tornerai..
perché ciò che tu sei val più di ciò che sai
Troppe lacrime spese… troppi mari attraversati..
Eppure tu sei un navigante
sai leggere i misteri nel cuore d’un passante.
La vita scorre Ulisse, come l’acqua del tuo mare
e prima o poi tu ti dovrai fermare…
Il meglio del tuo tempo l’hai regalato al mondo
e il mondo ti ha donato l’immane sua sapienza
presto ora chiudi tutto in un cassetto prima che te lo porti via
folle la morte impavida e guerriera
prima che questa sera Penelope dimentichi chi sei
prima che siano vani gli anni tuoi
e giunga il fato a farti prigioniero, mandato dagli dei.
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Traguardi indelebili

Non so bene a quel tempo a cosa pensassi, se non che finalmente avrei oltrepassato la soglia dell’università, con una tesi faticata che non avrei potuto sentire più mia. Ma una cosa adesso la so, ovvero che gli esami da lì a poco non sarebbero finiti, ma anzi..la cosa meravigliosa della vita è che non finisce mai di metterti alla prova,  e per una alle quali le sfide altro non sono che benza che ne accendono il moto, beh, è solo regolarità. Ah, non so dirvi bene che cosa mi abbia dato in maniera pratica la mia laurea, (in un mondo dove senza subbio conta di più avere like, essere influencers, o youtubers o si salvi chi può) se non che quel preciso giorno lì si annoveri tra i momenti più belli della mia fanciullezza..

Ma una cosa, rivedendo con una certa saudade questa foto, l’ho imparata: non dimenticarti di chi è sempre stato là di fronte ai tuoi ‘progressi’ e ai tuoi traguardi, perchè alla fine ciò che davvero conta è il cammino ed esserselo goduto in buona compagnia.

Che poi diciamocelo.. di sicuro riconosco da chi abbia imparato a posare con no-chalance, ma sempre e solo con la metà del suo stile.

Grazie di cuore nonno, e grazie alle splendide persone che ci sono sempre state.

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La Vita di Pi – Ang Lee

“In ogni essere vivente si nasconde una dose di follia che scatena comportamenti bizzarri, a volte inspiegabili. Questa follia può costituire un’ancora di salvezza: è parte integrante della capacità di adattamento. Senza, nessuna specie al mondo sopravviverebbe.”

“Io penso che la vita non sia altro che un atto di separazione, ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio.”

Film straordinario, che mi riporta a tante innumerevoli considerazioni: sul senso della vita, sull’improvvisazione, sulla sopravvivenza, sul distacco, sulla brutalità e sulla ferocia della vita, ma anche sulla sua assoluzione  e clemenza, sul rapporto uomo-natura, sulle coincidenze di percorso e sul definitivo abbandono.

Com’è possibile, dopo aver convissuto con qualcuno i nostri pensieri, le nostre paure più profonde, le intimità, le risate e le complicità che un rapporto intenso presuppone, che due vite si dividano per sempre, lasciando dietro una scia di inevitabili ricordi destinati a sfumare lentamente nel vuoto?

A questa domanda non riesco ancora a darmi una risposta, eppure mi consola pensare che certi incontri, intensi o meno che siano, facciano davvero parte di un disegno cui ci è negato conoscere.

Vivere e abbracciare qualsiasi cosa, questo forse è il vero senso dell’esistenza.

 

 “L’incapacità di arrendersi è un dato caratteriale. Forse è semplicemente stupida fame di vita.”

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Art&Science

“Principles for the Development of a Complete Mind: Study the science of art. Study the art of science. Develop your senses―especially learn how to see. Realize that everything connects to everything else.”

Leonardo da Vinci

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Long live Rock ‘n’ Roll

E’ fiume gelato che in primavera resuscita e con una pressione lenta ma inesorabile manda in frantumi il pesante mantello di ghiaccio.
è una forza che ti prende e ti schiaccia contro le pareti della stanza e non puoi reagire,devi ascoltare.
è un turbine che ti investe e la tua vita non è piu’ la stessa.
è il Rock.
è il rock che ti fa sentire qualcuno quando per il mondo non sei nessuno.”

 

11.06.2017 Imola, Guns& Roses:

E poi ci sono i concerti, quelli veri, quelli che sono in grado con un solo battito di trasportarti altrove e di farti emozionare come non succedeva da tanto, troppo tempo. Perché la musica e’ vita e perché non esiste paura ne’ angoscia ne’ cattiveria quando lei ti vibra dentro con un impeto così potente. E tutto intorno non hai più persone ma luci, energia pura e allora in quel momento capisci che non c’è male da temere- visti i tempi che corrono-ma solo tanto troppo star bene. Perché la musica e’ amore per definizione. Una famiglia che come te in quel momento invoca la bellezza.E quando le miliardi di teste che si muovono allo stesso modo, gioendo e vibrando, diventano un tutt’uno e allora si, comprendi che vale la pena ancora una volta rischiare di sentirsi vivi. Questo per me è il rock, il sound dell’anima che brinda alla vita. #stayrock

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Il grande sole di Hiroshima

Quando arrivi a Hiroshima e decidi di visitarla, nonostante i dovuti dubbi e le preoccupazioni, l’effetto che hai è così strano.

Sarà che quel giorno di ennesimo giro nipponico, dopo km e km di cammino e di solo tre ore in media di dormita per notte, il mio fisico ha patito i primi ‘acciacchi’ da strapazzo; sarà che la parole Hiroshima mi ha sempre destato inquietudine, sofferenza, rispetto; sarà che fin dai tempi della scuola la sentivo nominare e nominare quasi come se quel traumatico evento l’avessimo patito un pò tutti, silenziosamente e attentamente, scorrendo i titoli dei capitoletti tra i libri di storia.

Non so bene cosa mi abbia spinto a percorrere quel giorno assolutamente sola  senza compagni di viaggio, (un giorno avventuroso e da annoverare fra i più storici della mia vita, ma questa è un’altra storia),  quella tappa culturale così temuta, così importante.

Ma, da tipa curiosa e ostinata qual sono, dentro di me qualcosa mi ha detto che dovevo andarci a tutti i costi, senza sé e senza ma. Dovevo vederla, dovevo sentirmi parte di un mondo spesso così dimenticato, reduce da un evento fra i più brutali mai avvenuti nella storia dell’umanità.

Ed ecco che, dopo due ore e mezza di rilassante viaggio da Kyoto a bordo di uno splendido treno Shinkansen (ormai fedele e affettuoso amico), esco e varco l’uscita della fermata dal nome “Hiroshima”.

Mi dirigo munita di cartina della città a osservare (con solo un’oretta e mezza di autonomia) immediatamente il fulcro di ciò che desideravo vedere, il famoso ‘cerchio’ (perché geograficamente  si tratta proprio di un confine a forma circolare) che delimitava la zona dello scoppio della bomba del famoso e nefasto 6 agosto del 1945.

La mia prima tappa è stata quella del Museo della Bomba Atomica di Hiroshima, un museo modernissimo e   spazioso, da lunghi corridoi bianchi e così incredibilmente silenziosi.

Un intero padiglione ospita una fotografia a 360° del panorama di Hiroshima devastata dalla bomba, realizzata con 140.000 piastrelle sulle quattro mura (il primo numero stimato delle vittime): l’ingresso di questo memoriale è sovrastato da un orologio fermo alle 8.15, l’ora dell’esplosione.

E’ stato lui che più di tutto mi ha parlato, lasciandomi un senso di incredulità e di smarrimento per tutto il resto della visita.

Alle 8.15 quell’orologio si è fermato per sempre, e con sé si è fermato per un istante tutto il Giappone, e a seguito il mondo intero.

Quando di fronte a me osservo con i miei occhi oggetti storici, ritrovamenti e incedibili reperti di un’epoca così decisiva, mi sento così piccola, e riscopro quanto sia reale e contemporanea la sua materia. Materia del tempo che mai s’arresta, ma in quel preciso istante si è fermato con le lancette ancora là, immobili, quasi come a volerci dire che quell’istante fosse davvero troppo anche per il seguire imperterrito del tempo.

Così seguo la visita fra una serie di foto strazianti e di memorie, trattati storici e scientifici sull’effetto del nucleare, tutto incredibilmente utile quanto surreale. “E’ successo davvero“, continuo a ripetermi fra me e me.

Sorvolando le innumerevoli immagini impattanti del museo, mi soffermo su una zona che mi riporta alla memoria uno dei libri più profondi e belli che abbia mai letto, “Il grande sole di Hiroshima“: davanti a me, un corredo fotografico circa la storia della giovane Sadako Sasaki, bimba giapponese che visse l’incubo della bomba, sopravvivendo allo scoppio, ma accusando anni dopo la morte a causa dei devastanti effetti che avrebbero provocato le radiazioni con gli anni.

“Il leggero chiarore diventò una luce abbagliante. Gli occhi di Sadako si spalancarono. Contemplavano il cielo, nel suo eterno splendore”.

Si dice che mentre attendeva, ignara, la sua morte, Sadako non abbia mai perso la sua grande voglia di vivere, e che abbia continuato fino alla fine a costruire mille gru di carta, con la convinzione che l’avrebbero aiutata a guarire.

Ciò spiega il perché le gru colorate con i colori dell’arcobaleno costituiscano il simbolo stesso della città di Hiroshima e dell’invocazione alla pace: un’intera zona del museo è strettamente dedicata a piccole composizioni di gru da parte di bambini e da pensieri per Sadako, divenuta leggendaria a livello mondiale, e per numerosi altri bambini che come lei hanno dovuto soccombere a causa di una guerra spietata.

Gru di carta e arcobaleni che si ritrovano anche lungo tutto il parco del Memoriale della Pace, al di fuori del Museo, dove l’attenzione è rivolta ai bambini di Hiroshima e alle loro gru di carta, simboli di pace, di innocenza e di libertà.

Continuando a passeggiare, il senso di desolazione e di inquietudine mi sembra via via scomparire, sostituiti da una certa pace dei sensi, sarà forse perché il verde e i fiori dei giardini che compongono il parco sono tornati a brillare con i colori accesi di maggio.

Mi perdo in quell’istante, ma non sono turbata, tutt’altro; mi lascio trasportare da quell’evasione sensoriale tutta giapponese, permettendo che ricordi di guerra spariscano, portando avanti quelli di una calma e apparente serenità.

La città è perfettamente moderna, si è alzata dalle ceneri e si presta alla vita meravigliosamente, caratterizzata da un sole caldo e da canali lungo tutto il confine del parco.

Una città non diversa dalle straordinarie metropoli giapponesi, moderna ed efficiente, che più di tutte ha dimostrato la strabiliante operatività dei suoi abitanti nell’averla resa una città rinnovata e con la spiritualità ancora più forte.

Arrivo alla fine della mia passeggiata, e non posso non prestare lo sguardo al monumento che più di tutti è divenuto simbolo stesso dello scoppio della bomba, l’Atomic Dome, ciò che rimane dell”edificio progettato dall’ architetto ceco Jan Letzel risalente al 1915: il palazzo fu destinato a ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima.

Di fronte ad esso un cartello spiega che Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare  avvenne a pochissima distanza dall’edificio  (con ipocentro a soli 150 metri di distanza), unico a sopravvivere (ma solo in parte) alla strage. Questa costruzione rimase nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico, e viene oggi utilizzata come un monito a favore dell’eliminazione di ogni arsenale nucleare e un simbolo di speranza.

Non so bene definire la sensazione avvertita nel momento della visione in vicinanza del monumento, ma so di per certo che di colpo ho avvertito un calore così forte, ma così forte, da volermi convincere di andare e di tornare a raggiungere i miei amici. L’ora di autonomia era già volata, e avrei dovuto riprendere il treno per il mio rientro a Tokyo.

Eppure si, quel calore forte quasi come il sole a ferragosto l’ho percepito bene, ed era così reale da lasciarmi ancora perplessa e stordita.

Quel momento faceva male agli occhi.

Così mi incammino con passo spedito,  raggiungo uno dei tanti pulitissimi ed elegantissimi taxy giapponesi,  saluto quella città così tranquilla, e un fruscio di vento e un lieve rumore di uccellini che volano in cielo mi riporta alla realtà di un clima nuovamente  rasserenato e quieto, fatto anche di bambini che giocano sui marciapiedi perfettamente ricostruiti, di coppie innamorate, di ragazzi in bicicletta. Di Vita nuova, di vita piena di energia.

Perchè si, non mi pento di aver visitato in solitudine quella città, perchè l’emozione di aver potuto fare un salto nel tempo in due ore appena di passeggiata, non la scorderò mai.

Mi allontano dentro il taxy e mi giro quasi come di impulso, salutando con lo sguardo l’Atomic Dome che si fa sempre più piccolo, ma che rimane là, indistruttibile: e ripenso alla piccola Sadako che ancora gioca a costruire gru di carta mentre guarda al mondo speranzoso e sorride come solo i bambini sanno fare.

Con tutta la grinta di chi ha vissuto una tragedia e non ha mai perso la fantasia e la gioia.

Così per me è stata e sarà sempre Hiroshima, fenice risorta dalle tenebre e dalle ceneri più scure.

Giusto in tempo per tornare in stazione, un ultimo sguardo veloce all’epitaffio del memoriale che sembra ammonire in silenzio:

“Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore.”

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