Traguardi indelebili

Non so bene a quel tempo a cosa pensassi, se non che finalmente avrei oltrepassato la soglia dell’università, con una tesi faticata che non avrei potuto sentire più mia. Ma una cosa adesso la so, ovvero che gli esami da lì a poco non sarebbero finiti, ma anzi..la cosa meravigliosa della vita è che non finisce mai di metterti alla prova,  e per una alle quali le sfide altro non sono che benza che ne accendono il moto, beh, è solo regolarità. Ah, non so dirvi bene che cosa mi abbia dato in maniera pratica la mia laurea, (in un mondo dove senza subbio conta di più avere like, essere influencers, o youtubers o si salvi chi può) se non che quel preciso giorno lì si annoveri tra i momenti più belli della mia fanciullezza..

Ma una cosa, rivedendo con una certa saudade questa foto, l’ho imparata: non dimenticarti di chi è sempre stato là di fronte ai tuoi ‘progressi’ e ai tuoi traguardi, perchè alla fine ciò che davvero conta è il cammino ed esserselo goduto in buona compagnia.

Che poi diciamocelo.. di sicuro riconosco da chi abbia imparato a posare con no-chalance, ma sempre e solo con la metà del suo stile.

Grazie di cuore nonno, e grazie alle splendide persone che ci sono sempre state.

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La Vita di Pi – Ang Lee

“In ogni essere vivente si nasconde una dose di follia che scatena comportamenti bizzarri, a volte inspiegabili. Questa follia può costituire un’ancora di salvezza: è parte integrante della capacità di adattamento. Senza, nessuna specie al mondo sopravviverebbe.”

“Io penso che la vita non sia altro che un atto di separazione, ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio.”

Film straordinario, che mi riporta a tante innumerevoli considerazioni: sul senso della vita, sull’improvvisazione, sulla sopravvivenza, sul distacco, sulla brutalità e sulla ferocia della vita, ma anche sulla sua assoluzione  e clemenza, sul rapporto uomo-natura, sulle coincidenze di percorso e sul definitivo abbandono.

Com’è possibile, dopo aver convissuto con qualcuno i nostri pensieri, le nostre paure più profonde, le intimità, le risate e le complicità che un rapporto intenso presuppone, che due vite si dividano per sempre, lasciando dietro una scia di inevitabili ricordi destinati a sfumare lentamente nel vuoto?

A questa domanda non riesco ancora a darmi una risposta, eppure mi consola pensare che certi incontri, intensi o meno che siano, facciano davvero parte di un disegno cui ci è negato conoscere.

Vivere e abbracciare qualsiasi cosa, questo forse è il vero senso dell’esistenza.

 

 “L’incapacità di arrendersi è un dato caratteriale. Forse è semplicemente stupida fame di vita.”

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Art&Science

“Principles for the Development of a Complete Mind: Study the science of art. Study the art of science. Develop your senses―especially learn how to see. Realize that everything connects to everything else.”

Leonardo da Vinci

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Long live Rock ‘n’ Roll

E’ fiume gelato che in primavera resuscita e con una pressione lenta ma inesorabile manda in frantumi il pesante mantello di ghiaccio.
è una forza che ti prende e ti schiaccia contro le pareti della stanza e non puoi reagire,devi ascoltare.
è un turbine che ti investe e la tua vita non è piu’ la stessa.
è il Rock.
è il rock che ti fa sentire qualcuno quando per il mondo non sei nessuno.”

 

11.06.2017 Imola, Guns& Roses:

E poi ci sono i concerti, quelli veri, quelli che sono in grado con un solo battito di trasportarti altrove e di farti emozionare come non succedeva da tanto, troppo tempo. Perché la musica e’ vita e perché non esiste paura ne’ angoscia ne’ cattiveria quando lei ti vibra dentro con un impeto così potente. E tutto intorno non hai più persone ma luci, energia pura e allora in quel momento capisci che non c’è male da temere- visti i tempi che corrono-ma solo tanto troppo star bene. Perché la musica e’ amore per definizione. Una famiglia che come te in quel momento invoca la bellezza.E quando le miliardi di teste che si muovono allo stesso modo, gioendo e vibrando, diventano un tutt’uno e allora si, comprendi che vale la pena ancora una volta rischiare di sentirsi vivi. Questo per me è il rock, il sound dell’anima che brinda alla vita. #stayrock

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Il grande sole di Hiroshima

Quando arrivi a Hiroshima e decidi di visitarla, nonostante i dovuti dubbi e le preoccupazioni, l’effetto che hai è così strano.

Sarà che quel giorno di ennesimo giro nipponico, dopo km e km di cammino e di solo tre ore in media di dormita per notte, il mio fisico ha patito i primi ‘acciacchi’ da strapazzo; sarà che la parole Hiroshima mi ha sempre destato inquietudine, sofferenza, rispetto; sarà che fin dai tempi della scuola la sentivo nominare e nominare quasi come se quel traumatico evento l’avessimo patito un pò tutti, silenziosamente e attentamente, scorrendo i titoli dei capitoletti tra i libri di storia.

Non so bene cosa mi abbia spinto a percorrere quel giorno assolutamente sola  senza compagni di viaggio, (un giorno avventuroso e da annoverare fra i più storici della mia vita, ma questa è un’altra storia),  quella tappa culturale così temuta, così importante.

Ma, da tipa curiosa e ostinata qual sono, dentro di me qualcosa mi ha detto che dovevo andarci a tutti i costi, senza sé e senza ma. Dovevo vederla, dovevo sentirmi parte di un mondo spesso così dimenticato, reduce da un evento fra i più brutali mai avvenuti nella storia dell’umanità.

Ed ecco che, dopo due ore e mezza di rilassante viaggio da Kyoto a bordo di uno splendido treno Shinkansen (ormai fedele e affettuoso amico), esco e varco l’uscita della fermata dal nome “Hiroshima”.

Mi dirigo munita di cartina della città a osservare (con solo un’oretta e mezza di autonomia) immediatamente il fulcro di ciò che desideravo vedere, il famoso ‘cerchio’ (perché geograficamente  si tratta proprio di un confine a forma circolare) che delimitava la zona dello scoppio della bomba del famoso e nefasto 6 agosto del 1945.

La mia prima tappa è stata quella del Museo della Bomba Atomica di Hiroshima, un museo modernissimo e   spazioso, da lunghi corridoi bianchi e così incredibilmente silenziosi.

Un intero padiglione ospita una fotografia a 360° del panorama di Hiroshima devastata dalla bomba, realizzata con 140.000 piastrelle sulle quattro mura (il primo numero stimato delle vittime): l’ingresso di questo memoriale è sovrastato da un orologio fermo alle 8.15, l’ora dell’esplosione.

E’ stato lui che più di tutto mi ha parlato, lasciandomi un senso di incredulità e di smarrimento per tutto il resto della visita.

Alle 8.15 quell’orologio si è fermato per sempre, e con sé si è fermato per un istante tutto il Giappone, e a seguito il mondo intero.

Quando di fronte a me osservo con i miei occhi oggetti storici, ritrovamenti e incedibili reperti di un’epoca così decisiva, mi sento così piccola, e riscopro quanto sia reale e contemporanea la sua materia. Materia del tempo che mai s’arresta, ma in quel preciso istante si è fermato con le lancette ancora là, immobili, quasi come a volerci dire che quell’istante fosse davvero troppo anche per il seguire imperterrito del tempo.

Così seguo la visita fra una serie di foto strazianti e di memorie, trattati storici e scientifici sull’effetto del nucleare, tutto incredibilmente utile quanto surreale. “E’ successo davvero“, continuo a ripetermi fra me e me.

Sorvolando le innumerevoli immagini impattanti del museo, mi soffermo su una zona che mi riporta alla memoria uno dei libri più profondi e belli che abbia mai letto, “Il grande sole di Hiroshima“: davanti a me, un corredo fotografico circa la storia della giovane Sadako Sasaki, bimba giapponese che visse l’incubo della bomba, sopravvivendo allo scoppio, ma accusando anni dopo la morte a causa dei devastanti effetti che avrebbero provocato le radiazioni con gli anni.

“Il leggero chiarore diventò una luce abbagliante. Gli occhi di Sadako si spalancarono. Contemplavano il cielo, nel suo eterno splendore”.

Si dice che mentre attendeva, ignara, la sua morte, Sadako non abbia mai perso la sua grande voglia di vivere, e che abbia continuato fino alla fine a costruire mille gru di carta, con la convinzione che l’avrebbero aiutata a guarire.

Ciò spiega il perché le gru colorate con i colori dell’arcobaleno costituiscano il simbolo stesso della città di Hiroshima e dell’invocazione alla pace: un’intera zona del museo è strettamente dedicata a piccole composizioni di gru da parte di bambini e da pensieri per Sadako, divenuta leggendaria a livello mondiale, e per numerosi altri bambini che come lei hanno dovuto soccombere a causa di una guerra spietata.

Gru di carta e arcobaleni che si ritrovano anche lungo tutto il parco del Memoriale della Pace, al di fuori del Museo, dove l’attenzione è rivolta ai bambini di Hiroshima e alle loro gru di carta, simboli di pace, di innocenza e di libertà.

Continuando a passeggiare, il senso di desolazione e di inquietudine mi sembra via via scomparire, sostituiti da una certa pace dei sensi, sarà forse perché il verde e i fiori dei giardini che compongono il parco sono tornati a brillare con i colori accesi di maggio.

Mi perdo in quell’istante, ma non sono turbata, tutt’altro; mi lascio trasportare da quell’evasione sensoriale tutta giapponese, permettendo che ricordi di guerra spariscano, portando avanti quelli di una calma e apparente serenità.

La città è perfettamente moderna, si è alzata dalle ceneri e si presta alla vita meravigliosamente, caratterizzata da un sole caldo e da canali lungo tutto il confine del parco.

Una città non diversa dalle straordinarie metropoli giapponesi, moderna ed efficiente, che più di tutte ha dimostrato la strabiliante operatività dei suoi abitanti nell’averla resa una città rinnovata e con la spiritualità ancora più forte.

Arrivo alla fine della mia passeggiata, e non posso non prestare lo sguardo al monumento che più di tutti è divenuto simbolo stesso dello scoppio della bomba, l’Atomic Dome, ciò che rimane dell”edificio progettato dall’ architetto ceco Jan Letzel risalente al 1915: il palazzo fu destinato a ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima.

Di fronte ad esso un cartello spiega che Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare  avvenne a pochissima distanza dall’edificio  (con ipocentro a soli 150 metri di distanza), unico a sopravvivere (ma solo in parte) alla strage. Questa costruzione rimase nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico, e viene oggi utilizzata come un monito a favore dell’eliminazione di ogni arsenale nucleare e un simbolo di speranza.

Non so bene definire la sensazione avvertita nel momento della visione in vicinanza del monumento, ma so di per certo che di colpo ho avvertito un calore così forte, ma così forte, da volermi convincere di andare e di tornare a raggiungere i miei amici. L’ora di autonomia era già volata, e avrei dovuto riprendere il treno per il mio rientro a Tokyo.

Eppure si, quel calore forte quasi come il sole a ferragosto l’ho percepito bene, ed era così reale da lasciarmi ancora perplessa e stordita.

Quel momento faceva male agli occhi.

Così mi incammino con passo spedito,  raggiungo uno dei tanti pulitissimi ed elegantissimi taxy giapponesi,  saluto quella città così tranquilla, e un fruscio di vento e un lieve rumore di uccellini che volano in cielo mi riporta alla realtà di un clima nuovamente  rasserenato e quieto, fatto anche di bambini che giocano sui marciapiedi perfettamente ricostruiti, di coppie innamorate, di ragazzi in bicicletta. Di Vita nuova, di vita piena di energia.

Perchè si, non mi pento di aver visitato in solitudine quella città, perchè l’emozione di aver potuto fare un salto nel tempo in due ore appena di passeggiata, non la scorderò mai.

Mi allontano dentro il taxy e mi giro quasi come di impulso, salutando con lo sguardo l’Atomic Dome che si fa sempre più piccolo, ma che rimane là, indistruttibile: e ripenso alla piccola Sadako che ancora gioca a costruire gru di carta mentre guarda al mondo speranzoso e sorride come solo i bambini sanno fare.

Con tutta la grinta di chi ha vissuto una tragedia e non ha mai perso la fantasia e la gioia.

Così per me è stata e sarà sempre Hiroshima, fenice risorta dalle tenebre e dalle ceneri più scure.

Giusto in tempo per tornare in stazione, un ultimo sguardo veloce all’epitaffio del memoriale che sembra ammonire in silenzio:

“Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore.”

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La Nike pro Hijab

Inutile negarlo: le campagne marketing della Nike sono sempre impeccabili.

Volenti o non volenti, d’accordo o in disaccordo, le loro pubblicità rimangono impresse nella memoria e fanno discutere.

E’ quanto è accaduto con l’ultima chiacchieratissima campagna della Nike in Medio Oriente, un elogio al coraggio e all’intraprendenza delle donne nel praticare liberamente le proprie attività sportive, contraddistinta dalla voce fuoricampo che recita : “Che cosa diranno di noi?” -“What Will They Say About You?“, e dal claim finale: “Forse diranno che sei la prossima campionessa”.

In un periodo storico come quello che sta vivendo ora l’America di Trump, tra un’ondata di Islamofobia e una lotta alla chiusura di confini, Nike rischia e vuole arrivare a quell’un milione e sei di mussulmani nel mondo ottenendo seguito e fedeltà modernizzandosi alle esigenze più basiche.

E’ infatti apparso pubblicizzato il primo Hijab firmato Nike, in tessuto poliestere e traspirante, adatto a tutte quelle donne che vogliono praticare la loro passione sportiva, sentendosi a proprio agio in ogni occasione.

Si chiama “Nike Pro-Hijab“, e sarà commercializzato il prossimo anno, a pennello per le Olimpiadi invernali del 2018 in Corea del Sud.

Ero davvero colpita ed emozionata quando ho saputo dell’iniziativa – ha affermato alla Cnn Money la pattinatrice Zahra Lari, testimonial della campagna pubblicitaria – ho provato diversi modelli, offrono ottime prestazioni”.

Effettivamente tante sono ormai le atlete musulmane che hanno dichiarato di trovarsi confortevoli indossando il velo anche e soprattutto nelle attività sportive.

 

Una cosa è certa: la chiave di volta della Nike è sempre stata quella di partire da un prodotto per vendere l’intero brand, e non viceversa.

Riuscirà il logo “Pro Hijab” a convertirsi nel nuovo “Just do it”?

Senza dubbio l’intento è già molto perspicace.

Personalmente trovo che il la risposta al claim della campagna “What will they say about you?“- “Maybe they will say that you outdid all expactations“- sia un grido forte e di accezione universale nei confronti di tutte le grandi o piccole donne che riconoscono di potercela fare con le proprie forze.

 

Pro Hijab, Nike

D’altra parte si sa, Nike ha sempre desiderato battere qualsiasi limite, e forse – almeno strategicamente parlando- sa farlo molto bene.

Ancora una volta, per me, ottima riuscita Nike.

Just do It, Nike
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°Il mito di Horus e Seth°

La trasmissione del potere regale da padre in figlio era, nell’Antico Egitto, consacrata dalla leggenda e della disputa tra Horus e Seth.

Si racconta che un tempo Osiride fosse il re di tutti gli dei. Secondo una versione del mito, il fratello Seth, volendo usurpare il trono di Osiride, ne dilaniò il corpo in tanti pezzi, che sparpagliò per tutto l’Egitto.

La moglie di Osiride, Iside, insieme alla sorella Neith raccolsero ogni pezzo e, con l’aiuto di Anubi, lo ricomposero trasormandolo così in una mummia. In questo modo Osiride rinacque e divenne il dio dell’Alidlà.

Iside riuscì a farsi ingravidare dal marito e da questa unione nacque il dio Horus. Diventato adulto il dio falco Horus si scontrò con Seth per riottenere il trono del padre.

Gli dei, per porre fine alla diatriba, si riunirono in consiglio e Ra decise di chiedere alla dea Neith chi fosse il legittimo successore di Osiride.

La dea scelse Horus, che, da quel momento, divenne re, mentre Seth divenne il dio del deserto e dei paesi stranieri, simboleggiando così la lotta tra la fertilità della valle del Nilo e il deserto arido.

Horus è raffigurato con la corona doppia con testa di falco o di un falco solare alato, che serviva come emblema  di protezione delle porte e dei corridoi dei templi. Con suo padre, Osiride e Iside formarono la triade più importante nella mitologia egizia.

 

Horus Faucon
Musée du Louvre

Nell’ideologia regale egizia, ogni faraone che muore è Osiride, ed il figlio che gli succede al trono Horus.

 

Stele dedicata a Atum e Osiride dallo scriba regio, sovrintendente ai granai del Sud e del Nord, Amenhotep
Museo Egizio di Torino
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Classico&Contemporaneo

Ecco come risulterebbe oggigiorno un piccolo frammento d’arte classica trasposta nel presente.

Enjoy it. 🙂

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Mata Hari: arte, amore e libertà

Sono una donna nata nell’epoca sbagliata. Ed è qualcosa che nulla potrà emendare. Non so se il futuro serberà memoria di me ma, se ciò dovesse accadere, mi auguro di non essere mai considerata una vittima, bensì una persona che ha coraggiosamente scelto i propri passi e ha pagato senza paura il prezzo che le è stato imposto.

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Margaretha Geertruida Zelle, ai più nota come Mata Hari, non è stata solo una spia, una danzatrice affascinante e capace di incantare fra  gli uomini più potenti e invidiati, ma soprattutto una donna di grande personalità, emblema della libertà che si incarna in  una femme fatale dotata di un carattere senza precedenti.  Ricca non lo era, forse, ma ha danzato sui palchi di molti teatri, ha avuto amici e amanti importanti, era conosciuta da molti e tutti meraviglia nel mondo dorato della Belle Époque. Dall’inizio della guerra ha incontrato e amato tenenti, colonnelli e capitani, dai quali,  a quanto si dice, ha carpito informazioni da vendere al miglior offerente. Così, nonostante le prove inconsistenti, Mata Hari viene arrestata, processata e condannata a morte.

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Insomma, una donna di cui si può disquisire su tutto, ma ci si trova d’accordo sul fatto di non poterla additare come una persona indifferente.

Mata Hari

Mata hari è quella stessa impersonificazione della definizione tutta francese de La Vraie Vie, la vita vera, fatta di momenti di bellezza indicibile e di profonda depressione, di lealtà e di tradimenti,di paure e di momenti calmi e tranquilli.

Una vita come molte altre, ma Vera, intensa, controversa, combattuta.

Opera d’arte umana, Mata Hari conferma e raggiunge, fin all’atto estremo della morte, quella spettacolarizzazione e quell’evasività tanto ricercate ed adulate in vita, affrontando a testa alta i suoi carnefici al suono di un  “Sono pronta”.

«Mata Hari – sostiene Paulo Coelho – fu una delle prime femministe: ha sfidato gli uomini dell’epoca e scelto l’indipendenza. Dalla sua storia possiamo trarre una lezione anche oggi, quando gli innocenti pagano ancora con la vita le accuse dei potenti»

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Una donna complessa e in linea con la modernità, nel suo essere imprendibile e fuori dagli schemi, saggia, amante del bello e della semplicità, ma in perenne contrasto con una vita fatta d’arte, di scandali e di difficoltà.

Stratega, tattica, invidiata, spesso odiata; ma dotata di grande profondità, sensibilità e in perenne speranza nei confronti dell’Amore, come lo si deduce da uno dei tanti estratti dei suoi scritti:

«C’è un mito greco che mi ha sempre affascinato e e che, penso abbia molti elementi che ricorrono nella vostra storia, perlomeno in una variante adottata presso alcuni popoli.

C’era una volta una bellissima fanciulla , ammirata e temuta nel contempo, perché si mostrava troppo indipendente. Si chiamava Psiche.

Disperato perché la figlia sarebbe rimasta nubile, il padre si rivolse al dio Apollo, il quale escogitò una soluzione: la giovane doveva salire sulla cima di una montagna, vestita a lutto, e trascorrere lì la notte, in solitudine. Prima dell’alba, sarebbe comparso un serpente che l’avrebbe sposata. La giovine seguì gli ordini del Dio, e, giunta sulla cima della montagna, infreddolita, si addormentò. Il giorno dopo si svegliò in un palazzo bellissimo e scoprì di essere la regina di quelle terre. Ogni notte veniva raggiunta dal suo sposo, il quale, in cambio dell’amore e della passione, aveva previsto che si impegnasse a non cercare mai di vedere il suo viso.

Dopo alcuni mesi, la giovane era follemente innamorata dello sposo, che si chiamava Eros. Adorava conversare con lui, provava un piacere immenso nel fare l’amore e si sentiva trattata con un rispetto sincero e profondo. Tuttavia viveva nel timore di essere sposata con un serpente orribile.

Una notte, non riuscendo a frenare la curiosità, attese che il suo sposo si addormentasse, scostò delicatamente il lenzuolo e, alla luce di una lampada a olio, potè ammirare il volto di un uomo dalla bellezza incredibile. Una goccia d’olio cadde dal lume e risvegliò Eros che, sentendosi tradito nella sua unica richiesta, scomparve.

06_98Ogniqualvolta ripenso a questo mito, mi domando: potremo mai scorgere il vero volto dell’amore? E comprendo ciò che i greci intendevano insegnare con quella storia: l’amore è un atto di fede nell’altro, e il suo volto misterioso deve restare sempre celato.

Bisogna vivere ogni momento con trasporto ed emozione perché, se cerchiamo di decifrarlo e comprenderlo, la magia di quel sentimento supremo scompare. Ecco perché dobbiamo seguire i sentieri luminosi e tortuosi, accettare che ci conduca sulla vetta più alta o nel mare più profondo, sempre confidando nella mano che ci guida. Se vinceremo i nostri timori, ci risveglieremo in un palazzo fiabesco; se avremo paura di compiere una rivelazione, non otterremo mai nulla.»

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Spiegato, forse, il più grande errore della splendida e indecifrabile Mata Hari: dopo anni e anni vissuti in tortuose montagne brulle, aveva cessato di credere all’ amore, svilendolo e trasformandolo nel proprio servo.

L’amore non obbedisce a nessuno e tradisce solo coloro che tentano di decifrarne il mistero.” (cit. La Spia, Paulo Coehlo).

E così, mi piace pensare che sì, la sua unica immensa colpa è stata proprio quella di essere una donna libera.

Una libertà che echeggia in eterno e che  rende contemporaneo anche un remotissimo 1917.




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Alda Merini

GOOD_NIGHTLa donna è un firmamento, ma se un uomo non sa leggerle dentro, vede solo la notte

Io sono con te in ogni maledetto istante che ci vuole dividere e non ci riesce

Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della edf3cd4ef61443ecd6134726d359efbatua vita rimpiangerai per tutto quello che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto




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