Ocean Film Festival

A volte succedono cose molto belle:

https://sgq.io/l/3K49F2zb

Ocean Film Festival- presenti come volontarie Sea Shepherd Italia
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Il mio segno è quello del Fuoco

Tokyo-Casa di Carta

“Sono più un tipo che scappa, con corpo e anima. E se il corpo non può scappare, che almeno scappi la mia anima. “

“Alla gente sembrano sexy molte cose: ballare, i muscoli, i capelli biondi, l’accento francese… Sai cos’è sexy per me? L’intelligenza. Gli uomini che ti parlano e non puoi evitare di ammirarli, possono essere alti, bassi, belli, brutti… Mi arrapa che mi parlino di cose che non so. “

“Pensiamo che l’amore si dichiari con fiori e cioccolatini, ma puoi dichiarare il tuo amore anche a martellate.

“Nell’amore c’è sempre un orologio che fa tic tac. C’è sempre un conto alla rovescia. Non basta amare qualcuno, devi arrivare in tempo.”

” Si chiama nostalgia, scoprire che alcuni momenti del passato che non avevi mai considerato felici, lo erano. “

“La felicità è un attimo. Il tempo di un respiro. E poi, cadi. Quando hai toccato il cielo, la caduta è micidiale. “

“Pensate mai che potendo ritornare indietro nel tempo forse non si prenderebbero le stesse decisioni? Tutti ci costruiamo una palla di neve con le decisioni sbagliate. Una palla che diventa gigantesca. Come il masso di Indiana Jones e continua inseguirti sul pendio per schiacciarti. “

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La casa sull’Albero

“Sono come la pianta che cresce sulla nuda roccia: quanto più mi sferza il vento, tanto più affondo le mie radici”

Detto Indiano

Non so se fossi l’unica bambina ad essere stata cresciuta a suon di spazio verde, natura e tende indiane.

Ricordo ancora molto bene quando mi arrivò nel giardino di casa una bellissima e inaspettata tenda Apache. Mi ci nascondevo dentro e mi immergevo tra i suoni delle piante, ascoltando il vento e immaginando un mondo lontano. Era il mio rifugio: nessuno lì dentro avrebbe potuto farmi del male.

Non a caso, crescendo, sono stata affascinata sempre più dalle culture native indiane, specialmente quelle relative alle tribù americane.

Ho da sempre avuto grande ammirazione per quel popolo così osannato e così terribilmente perseguitato. Ne ho fatta mia molta della loro saggezza e filosofia; dal fatto che bisognerebbe indossare le scarpe di qualcuno prima di poterlo giudicare, all’importanza di pregare per gli alberi, all’amore riservato nei confronti di ogni essere animale e naturale, alla necessità di non fare male al tuo vicino e di condividere il più possibile.

Mi sono sempre appassionata al tema dell’ambiente, tanto che non vedevo l’ora di poter fare concretamente qualcosa ed è così che ho iniziato a divenire volontaria per l’organizzazione Sea Shepherd e per varie cause legate alla difesa della Natura.

Poi da poco -dal periodo covid specialmente- mi è tornata alla mente di quando mi nascondevo in quella tenda, di quanto ci stessi bene, di quanta pace mi provocasse. Così, da curiosa viaggiatrice qual sono, ho pensato bene di cercare se esistesse un alloggio estivo che mi desse una parvenza di qualcosa di simile.

Non appena vidi la Casa dell’albero su internet, fu amore a prima vista. “Ci devo andare!”- esclamai tra me e me.

Così mi sono organizzata e solo per una notte (mio malgrado, avrei voluto farlo per tante notti!) sono riuscita a prenotare un’esperienza magnifica: una giornata nella famosa Casa sull’albero, una vera e propria struttura in legno inserita in un contesto naturale incantevole.

La mattina ti attende una colazione deliziosa posta all’interno con una cesta piena di ingredienti biologici di qualità, tutti fatti a mano.

Non so dire se l’esperienza si è avvicinata di molto alla sensazione della mia lontana tenda indiana (anche perché in tenda esistono molti disagi, nella casa si stava una meraviglia), però lo spirito con cui ho goduto quella giornata così particolare è stato come quello di quando vidi quella tenda piena di piume nel giardino di casa. Una gioia inestimabile.

E’ chiaro che non si possano spiegare a parole certe sensazioni, bisogna viverle. Peccato non potere trasmettere le emozioni suscitate da quei colori, da quella semplicità, dal fruscio del vento, dal gracchiante e continuo strillare delle cicale, dai rumori notturni che si creavano immersi in quell’atmosfera.

Quel che so è che ancora una volta ho saputo cogliere quanto si è piccoli di fronte alla maestosità della Natura, che mi piace pensare che sia da sempre ricca di anima, e che sia buona e amichevole solo con chi si permette di rispettarla e di volerle bene.

Come quando ti piaceva fissarla ore ed ore nei suoi movimenti all’interno di quella tenda attorniata di verde, che ti cullava i pensieri di buono.

Non so se altre persone possano apprezzare questo tipo di esperienze, ma quel che so è che Io mi sono fatta un regalo immenso e sono tornata per una notte una bimba Apache nel suo regno.

Che alla fine certi sogni sono inestimabili proprio perché toccano il nostro essere più primitivo.

“La Terra non appartiene all’Uomo, è l’Uomo che appartiene alla Terra”

Proverbio nativo americano

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Poi vedi Matera e ci rimani.. di Sasso!

“E alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera. Di lì sembra quasi una città vera. Le facciate di tutte le grotte, che sembrano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi. È davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante.

(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli)

Pensavo fosse un modo di dire ed invece devo ricredermi. Dal momento in cui varchi la strada pedonale che da Matera ti conduce ai Sassi di Matera- dal cui ingresso svetta il cartello ”Patrimonio dell’Unesco“- i tuoi occhi rimangono letteralmente (e non) di Sasso.

Davanti a te si aprono solo stradine acciottolate fatte di pietra morbida, scalini che delimitano tutto il perimetro dell’ingresso e colori che dall’oro volgono al bronzo, al grigio del finto tufo (in realtà tutti i rivestimenti sono fatti di calcarenite), al verde delle finestrelle.

Come di incanto ti senti parte di un presepe vivente, e in un attimo pensi che da un vicolo all’altro potrebbe sbucare un qualche personaggio religioso. Non a caso è stata proprio Matera, con i suoi sassi ed il suo immenso promontorio della Murgia, a fare da sfondo a film come “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini e “La Passione di Cristo” di Mel Gibson.

Matera è una città tra le più antiche del mondo il cui territorio custodisce testimonianze di insediamenti umani a partire dal paleolitico e senza interruzioni fino ai nostri giorni. Rappresenta una pagina straordinaria scritta dall’uomo attraverso i millenni di questa lunghissima storia.

Matera è la Città dei Sassi, il nucleo urbano originario, sviluppatosi a partire dalle grotte naturali scavate nella roccia e successivamente modellate in strutture sempre più complesse all’interno di due grandi anfiteatri naturali che sono il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano. I Sassi, non tutti sanno, si identificano come dei quartieri, composti da tante case.

In principio il Sasso Caveoso era quello dove alloggiavano persone meno abbienti, spesso povere e con uno stato di disagio molto forte (privi di luce in casa, spesso mancanti di sistema di tubatura corretta, di acqua calda).

Ora il Sasso Caveoso è un gioiello a cielo aperto e sottoterra: caratteristico e rude, ha fatto spazio a suite di alto livello e a ristorantini davvero bellissimi.

Il Sasso Barisano era invece quello della gente borghese, e dunque predisposto in un dislivello più alto rispetto alle altre costruzioni. In alto, oltre ai Sassi, si ergono tuttora palazzi e case di facciata tipiche del 500, di estrazione nobile. (Vi è traccia di sfaccettature di edifici dalle differenti dimensioni che rifletteva la diversità di ranghi familiari e sociali dell’epoca).

Quel che incuriosisce è che questi complessi di casette siano intersecate fra loro in un unico intreccio labirintico, e che i tetti di una divengono fondamenti dell’altra.

Il 17 Ottobre 2014 Matera è stata designata Capitale Europea della Cultura per il 2019: la città è al centro di un incredibile paesaggio rupestre che conserva un grande patrimonio di cultura e tradizioni, ed è sede di eventi espositivi di grande prestigio nazionale ed internazionale.

Io ho avuto modo-casualmente e inaspettatamente- di assistere ad una mostra dedicata a Salvador Dalì– da sempre il mio artista preferito- che oltre ad essere installata dentro ad una Chiesa grotta chiamata Madonna delle Virtù (un gioiello da esplorare), si teneva anche a cielo aperto. Di seguito qualche foto di questa meravigliosa installazione:

L’architettura irripetibile dei Sassi di Matera racconta la capacità dell’uomo di adattarsi perfettamente all’ambiente e al contesto naturale, utilizzando con maestria semplici caratteristiche come la temperatura costante degli ambienti scavati, la calcarenite stessa del banco roccioso per la costruzione delle abitazioni fuori terra e l’utilizzo dei pendii per il controllo delle acque e dei fenomeni meteorici.

La struttura architettonica è costituita da due sistemi, quello immediatamente visibile realizzato con le stratificazioni successive di abitazioni, corti, ballotoi, palazzi, chiese, strade orti e giardini, e quello interno e invisibile a prima vista costituito da cisterne, neviere, grotte cunicoli e sistemi di controllo delle acque, sistemi essenziali per la vita e la ricchezza della comunità.

Matera è una città dalla storia affascinante e complessa: città di confine, di contrasti, di competizione e fusione tra paesaggi, civiltà, culture, diverse. Dalla civiltà rupestre a quelle di matrice bizantina ed orientale, all’avvento dei Normanni, il sistematico tentativo di riduzione della città rupestre alle regole della cultura della città europea: dal romanico, al rinascimento, al barocco, gli ultimi otto secoli di costruzione e rifinitura della città hanno tentato di plasmare, vincere le naturali resistenze del preesistente habitat rupestre, determinando architetture e sistemazioni urbane di particolare qualità ed originalità.

Eppure è soprattutto nella notte che Matera assume tutta la sua beltà: con il calare del sole e le prime ore della sera, il cielo si tinge di un rosa terso e di un arancione che richiama ed esalta il colore già bronzeo dell’architettura. Le case si illuminano con lucine arancioni poste tutto attorno alle vie, a sottolineare la morfologia pittoresca e labirintica degli edifici, dando un tocco di profondo calore tutto intorno.

Una vera meraviglia agli occhi.

Per i più avventurosi (come me 🙂 ) vi è poi la splendida passeggiata di circa due ore che dal piano del Sasso giunge fino al Parco della Murgia, il promontorio ricordato per essere stato il luogo di scena delle crocifissioni che abbiamo visto nei noti film. (“La passione di Cristo” è uno di questi).

I terreni sterrati si fanno brulli e selvaggi, i colori del prato verdi e gialli aridi lasciano spazio a sassi e sassetti grigi che mettono in repentaglio la discesa pericolante dei primi passi di marcia. Un ponte tibetano da film d’azione collega una parte della discesa al promontorio ove ci attende la salita. In questo punto si è proprio al di sopra della Gravina che abbraccia tutto il paesaggio di Matera, un vero e proprio canyon che cade nel profondo.

Il cammino permette di scorgere grotte naturali che si aprono dirette verso la città, consentendoti di ammirarla dall’alto e di respirare tutto intorno l’immensa cultura di quei luoghi storici e unici al mondo.

Come sempre la salita è tosta, ma la veduta ripaga ogni sforzo.

Matera è stata scartata ed emarginata, ma come una fenice ha risaputo brillantemente risalire dalle sue stesse ceneri. Una prova di riscatto e di contrasto alle discriminazioni da cui dover apprendere.

Ciao Matera bella, è stato un piacere vero conoscerti: sono certa che la tua poesia nostalgica tornerà a farmi compagnia nei momenti più bui dell’inverno.

“Matera è un posto difficile da descrivere. È difficile persino da fotografare. Sfugge alle definizioni, sguscia via tra uno scatto e l’altro, tra parola e parola. Bisogna andarci. Per godere il silenzio assorto, che vibra però di continuo, agitato da una vita sotterranea, come sotterranei sono i Sassi. 

Licia Troisi

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Correte liberi

“Il tempo è un gioco, giocato splendidamente dai bambini” (Eraclito)

E’ da quando mi sono trasferita nella mia casina nuova che mi capita, sempre alla stessa ora, di poggiare le orecchie e di fissare lo sguardo alla finestra del mio studio e di scorgere un panorama bellissimo.

Non tanto perché da un piano così alto riesci ad osservare uno spazio di veduta che non credevi nemmeno possibile, quanto perché ogni giorno alla stessa ora sguazzano liberi e felici i bambini che si trovano nel giardino della scuola elementare sotto casa.

Così mi stoppo dal tran tran di mail quotidiane e osservo, come fosse un momento di sana meditazione e di meraviglia che tengo tutto per me: li vedo correre, liberi e spensierati, con il loro grembiulino e le scarpette spesso slacciate, e girano come ruote di una macchina che ha perso la traiettoria ma che continua a muoversi per inerzia, senza tregua.

E li senti, che urlano, ridono, cantano. Ed è un attimo: momenti che si fanno vividi, giorni che pensavi sepolti in qualche recondito angolo della tua mente, tutto torna e si fa chiaro. Inevitabile ricordare con sana nostalgia quei momenti così piccoli e felici della tua infanzia, quella cosa che ora ti sembra così pallida e remota.

E ci pensi, a quante corse sfrenate da lì a poco avrai dovuto affrontare, quante risate, quanti pianti, quante sbucciature di ginocchia. Una vita che sembra passare alla velocità della luce ma che di improvviso e di incanto sembra fermarsi a quelle risate spontanee che ti attendevano nell’ora di ricreazione, quando l’unico pensiero sarebbe stato quello di dove nascondersi bene per non farsi vedere nel gioco di nascondino.

Così mi prendo il tempo di vedere questi bimbi e di immaginarli liberi, senza freni, alle prime armi su ogni cosa, ma senza alcuna preoccupazione di quel che sarà- tanto ci penseranno più avanti- dico io.

E allora credo che, forse, per continuare a vivere con la gioia e la curiosità sana di un bimbo quella leggerezza non debba perdersi mai, che alla fine è proprio lì il segreto di una vita piena e serena.

E vorrei dire loro di non fermarsi durante una corsa con sbucciatura di ginocchia e di non piangere troppo per una possibile ferita, che si rimarginerà e che saranno altre le cose per cui piangere, quelle che ti piglieranno senza preavviso in un giorno qualunque; di non preoccuparsi troppo del compagno che ti dice che sei una bambina e che quindi conti meno, perché alla fine le tue corse saprai farle benissimo, e ci arriverai lo stesso, bimbo o bimba che tu sia, e magari li sotterrerai quei commenti con una proprietà di linguaggio ed un coraggio che non crederai neanche di possedere. Bisogna incassare, farsi il callo, ma non arrendersi nel walzer della vita.

Questo mi sentirei di dirvi, piccoli.

Correte liberi ed, anche se vi sembrerà lontano quel giorno, ricordate di non preoccuparvi troppo del domani, mantenete quella leggerezza e quella ingenuità che vi contraddistinguono, che il tempo per crescere e pensare alle conseguenze arriverà.

Ora bisogna solo giocare, buttarsi a terra e gridare un “Un due tre stella” senza sosta. La Vita poi, vi mostrerà tutti i punti del disegno che ora state solamente annusando.

Correte selvaggi e create rumore attorno a voi. Siate luce in un mondo di ombre.

Per il resto, c’è ancora tanto tempo.

Tramonto Correre - Foto gratis su Pixabay
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Trieste, fabbrica di Luce

C’è una città italiana talmente isolata da tutto il resto dell’Italia che se devi andare é perché vuoi andarci. Non è una città di passaggio, ma una città di confini. Confini fisici, ma anche confini culturali.

Un luogo dove le memorie del Mitteleuropeo trionfano. Una terra enigmatica di marinai e scrittori.

Una città che può essere descritta anche con una sola parola.

Eleganza.

Già, l’Eleganza le si addice alla perfezione.

I maestosi e affascinanti palazzi e i caffè storici aiutano a fare un salto indietro nel tempo, ma lei è una città che guarda al futuro. E lo fa in modo determinato.

C’è una città italiana dove per andare si deve proprio voler farlo.

Ma una volta fatto, non si può che voler tornare.

Trieste, di mari, di bora, di arte, di cultura e di luce.

Trieste è la città che dà ai suoi figli un’anima in tormento e per questo è amata.

(Scipio Slataper)

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Piratesse si diventa?

No filter ever. Anni fa feci un viaggio inaspettato ma bellissimo, forse uno dei più magici che potessi immaginare. Intanto perchè fra svarioni e risate e scene tragi-comiche ho fatto da hostess per due settimane in una barca di dimensioni ridotte con a bordo diversi sconosciuti (che si sarebbero poi rivelati grandi compagni di avventure), poi perchè forse proprio da allora il mio amore immenso per il mare e per la libertà che si respira in barca a vela ha cominciato a farsi forte. Le Eolie, che natura meravigliosa. Si disse che qui Ulisse perse la rotta ed in effetti come biasimarlo.

Ho ricordi così speciali che mi verrebbe da scrivere per ore e quindi credo sia meglio evocare qualche immagine significativa.

Non esiste filtro che tenga per descrivere la burrascosa libertà che ho respirato. E poi il mio tuffarmi da sola verso mete sconosciute chiamata come aiutante skipper (e che skippers), totalmente improvvisata alla Fantozzi. Amici straordinari e tante follie è quel che ha condito un grande viaggio ‘solitario’ alle prese con tornadi e alla forza inarrestabile della natura.

Ma come sempre ne è valsa la pena, si signori. Che alla fine i capitani non mollano mai la nave, neanche nei momenti più impervi.

Eolie, sarete sempre nel cuore come qualcosa di potentissimo.

Oggi così..

Pensieri leggeri di una ex hostess pirata e maledetta che tanto ha sofferto inconsapevolmente il mal di terra da essersi convinta che forse è proprio nel mare- tra baricentri scentrati e forza nove- che risiede il mio posto.

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Sei a Casa.

Diventare Morbidi

Quando gli eventi ci colpiscono nel profondo è possibile che dopo non siamo più gli stessi.

Ma le possibilità sono due: diventare più duri, o diventare più morbidi. Possiamo lasciarci sopraffare dalla sofferenza e dalla delusione, dallo sconforto e dal pessimismo. Oppure possiamo acconsentire a che quelle ferite ci rendano più dolci, lascino entrare la luce nei loro tagli fino a raggiungere il cuore. Ecco perchè la vita richiede coraggio e forza, ma quella forza non va identificata con la durezza, bensì con la dolcezza accogliente, con l’apertura, con la morbidezza.

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Semplicemente

In un mondo labile, che si è scoperto fragile e a tratti freddo, scostante, assassino, che ci ha voluti distanti e isolati, spersonalizzati e senza espressione, ho riscoperto i valori semplici e le piccole bellezze del quotidiano, e la tua mano, insieme agli abbracci ed ai tuoi baci, caldi e pieni come il sole ad agosto.

Che importa quel che resta del mondo se ci sei tu vicino, che mi hai saputa coltivare come una piantina di avocado nelle intemperie, pur non senza fatica, che quella non manca mai, ma alla fine sono le difficoltà a rendere la rosa ancora più splendente.

Un giorno mi scrissi: “Siamo come due pianeti dello stesso sistema solare che si attraggono. Ogni tanto si staccano dei meteoriti che sembrano colpirci, ma siamo talmente allineati che li schiviamo”.

Avevi ragione, quasi un anno fa mi hai presa per mano delicatamente e con grande simpatia e dolcezza non mi hai mai abbandonata, dote non da poco visto come gira il mondo. Eh si, sono fortunata.

Oggi mi andava-semplicemente- di ringraziarti per quel che sei, silenziosamente, senza pretese e senza grandi parole.

Che le cose migliori sono piccole a volte, ma così potenti da resistere anche ai virus più ostinati e terrificanti.

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La Scala, magnificenza e sospensione

Quando ripenso alla Scala di Milano, luogo fra i più cari e speciali che si possano ricordare, mi sovviene la parola Famiglia.

Sì, perché per grande fortuna ho potuto frequentare la Scala fin da piccina, quando mia nonna ci portava insieme a mio papà ad ascoltare melodie tra le più belle al mondo, intonando versi della Carmen o della Turandot.

Quando hai undici, dodici anni (probabilmente la prima volta che misi piede alla Scala), le grandi cose le percepisci così difficili, così lontane e non riesci a comprenderne perfettamente il valore. Per me La Scala rappresentava un’ enorme scatola rossa fatta di luci, di magnifiche donne vestite con abiti lussuosi e luccicanti, di meravigliosi uomini in abito e di balocchi e sorprese ad ogni angolo. Ricordo che mia nonna ci faceva esplorare le camere più segrete, quelle dove si custodivano gelosamente importanti spartiti o quelli dove riposava l’orchestra nei momenti di pausa.

Adoravo rincorrere pazzamente mio fratello da una postazione all’altra, nascondendomi fra le porte di velluto rosso che separavano le singole logge. Poi mi divertivo ad ammirare col binocolo tutti i visi dei musicisti, a volte sorridenti, a volte in procinto di sbadigliare, a volte palesemente agitati. Per non parlare del cercare di dare un senso alle mille coppie così strambe che si ergevano all’interno del teatro, di comprenderne la loro storia, il loro umore, e quali professioni potessero rappresentare. Quali i loro desideri reconditi, quali i loro segreti, quali le loro paure.

Per me La Scala è parte di adolescenza e di crescita, una culla in cui sono capitata e che col tempo mi ha affascinata a tal punto da farmi innamorare del teatro in tutte le sue forme e di farmi intraprendere la laurea in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo. Quante cose diamo per scontate troppo spesso che poi ci influenzeranno a vita.

Sono convinta che parte della mia immaginazione sia stata inconsciamente condizionata dal mondo variegato che scaturiva da quel teatro. Il Teatro per eccellenza.

Non credo esisti serata che non ti soddisfi alla Scala. Anche i meno amanti del mestiere trovano di che lasciarsi intrigare in quella piccola grande dimensione umana.

Quando persi mia nonna ripensai subito alla sua immensa passione per il balletto, per l’opera e per quel posto di mondo, e appena mi ricapitò di tornare alla Scala, era come sentirla ancora lì, che mi abbracciava forte sorridendomi insieme ai suoi idoli artistici preferiti. Saperla lì mi rendeva felice.

Credo che chiunque abbia un poco di sensibilità artistica debba dare uno sguardo almeno una volta nella vita alla Scala. Ma non basta andarci e scattare fotografie degne dei più bei post social, bisogna respirarla, odorarla, viverla intensamente. Come quando la si scopriva ingenuamente con gli occhi di una bambina curiosa.

Certi colori e certi suoni rimangono in eterno, ecco perché credo che alcune meraviglie, alcuni posti e alcune persone siano per sempre. Sono sempre stati lì, siamo semplicemente noi a doverli far rivivere con cura.

Credo nella meraviglia e non vedo l’ora di immergermi nuovamente in quel mondo bizzarro e luccicante e fatto di musica con gli occhi di una adulta che non ha mai smesso di sognare.

Quella dimensione che ora manca più che mai, perché quella scatola calda di balocchi luminosi e di melodie per l’anima, sapeva farti sospendere dal mondo reale spesso troppo brutale e meschino.

Ci sei tu, cala il sipario e con essa tutte le preoccupazioni. Almeno per quell’attimo di spettacolo, tutto si fa sereno e finalmente buono.

D’altra parte “Il teatro è una zona franca della vita, lì si è immortali. “

Ciao Nonna.

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Ain’t no Mountains high enough

Questa estate è stata senza dubbio differente, particolare, a tratti piena di salite e percorsi scoscesi, ma anche così rigenerante, così unica da meritare delle righe al mio rientro.

Sapete, sono da sempre innamorata del Mare, che sia estate o inverno, che sia freddo o caldo, piatto o burrascoso, ne sono follemente grata e ogni volta che sono in acqua è come se stessi al sicuro, lontana da tutti e da tutto.

Quest’estate però ho optato per dare la meglio alla Montagna, ai sentieri isolati, ai cammini pieni di irrisolute domande.

Iniziando da un viaggio che è stato davvero meraviglioso in compagnia della mia grande amica Anna, ho improvvisato letteralmente una settimana on the road fra Umbria e Abruzzo. Inutile dire che sia stata una delle esperienze di viaggio più complete e belle che abbia mai fatto, forse perchè ci si svegliava non sapendo se avremmo avuto un hotel ad ospitarci, forse perchè le tappe sono state decise all’ultimo secondo, senza sveglie nè limiti temporali, o forse perchè mi son goduta un’ottima compagnia e perchè alla fine abbiamo proprio fatto di tutto: città d’arte, mare, natura e anche montagna e sentierini.

In seguito ho proseguito la mia direzione verso Nord, godendomi le mie care e da sempre amate montagne delle Dolomiti, improvvisando trekking in compagnia della mia fidata Onda, il cane a 4 zampe che amo più che mai.

L’italia è proprio meravigliosa, ed è definitivamente vero che abitiamo nel posto più magico al mondo. In particolare sono stata colpita da due luoghi magici che ho avuto la fortuna di poter cogliere appieno (e a polmoni pieni!):

Campo Imperatore, in Abruzzo, all’interno della catena montuosa del Gran Sasso e anche definita ”Piccolo Tibet” per il misticismo estremo che ne configura il paesaggio; Le tre Cime di Lavaredo, nella mia amata Val Pusteria, in Alto Adige, catena montuosa delle meravigliose Dolomiti.

Alle pendici del maestoso Gran Sasso si estende Campo Imperatore, straordinario altopiano abruzzese conosciuto anche come “Piccolo Tibet”. Un nome davvero importante che evoca paesaggi eccezionali e anni di storia geologica tumultuosa.

Il paesaggio è davvero brullo, desertico, e così pieno di animali tra cui mucche e cavalli pascolanti da mettere subito gioia; non è facile vedere una fauna così libera e selvaggia al giorno d’oggi. Di improvviso gli occhi si riempiono di sfumature verde e gialle di una tonalità accesa che ricorda molto quella delle splendide Highlands Scozzesi, un misto fra paesaggio lunare e marziano. Che pace che si respira.

Con Anna ho imparato a meditare, giorno per giorno, e Campo Imperatore diviene presto meta di giusto silenzio e benessere per poter attuare qualche minuto di meditazione rigenerante. Una vera pace per occhi, orecchie e cuore.

Ma Campo Imperatore affascina i suoi visitatori anche per la sua vastità, il silenzio e la genuina primordialità. Capanne di pietra, recinti per gli animali e chiese tratturali testimoniano la forte cultura pastorale della zona. Infatti, ancora oggi si possono incontrare greggi di pecore e bestiame vario a pascolare nella vallata.

E’ davvero bello-penso io sotto voce- poter scorgere animali che camminano spavaldi venendoti incontro senza temere alcuna paura. Ti ricordano giustamente che la terra è anche loro, e che tu sei un ospite, e dunque è bene rispettare ogni piccola creatura.

L’immensità di colori che si scorge dalla vetta è impressionante, e per poco fatichi a pensare di essere in Italia, perché camminando nei sentieri di montagna e giungendo al cielo ti senti così piccolo e minuto di fronte all’Universo che ti attornia, da poterti trasportare ovunque.

E’ proprio vero che ovunque tu vada devi andarci con il tuo Cuore ben presente- come sosteneva il buon Confucio- e Campo Imperatore merita di essere attraversata con cura, con lentezza, godendosi ogni istante di primitiva semplicità e naturalezza senza alcuna fretta. E poi finalmente perdersi.

Passando al Nord, in Alto Adige, merita grande attenzione la camminata più bella che possa esistere nelle Dolomiti, quella delle Tre Cime di Lavaredo.

 Montagne entrate nel mito e nell’immaginario: chi non le ha mai viste, almeno su qualche cartolina o guida turistica? Quelle tre vette una di fianco all’altra, isolate da tutte le altre, pura dolomia che emerge da un mare di ghiaia.

Vi sono diversi sentieri che portano alle Tre Cime, ma noi scegliamo minuziosamente quello più completo: dalla Val Fiscalina ci attendono circa 3 ore di cammino su stradine impervie e strette fatte di sassi e ghiaia, un tour panoramico selvaggio che merita una sveglia all’alba e di assaporare a pieni polmoni il panorama ad ogni cambio di direzione, gradino dopo gradino.

Quando l’aria si fa più rara, e la fatica avanza, la primissima cosa che ti viene in mente è pensare a chi te lo abbia fatto fare. Ma ad ogni passo di più la voglia di continuare è tanta, la meraviglia del paesaggio che si apre davanti agli occhi si mostra potente.

Scalare le montagne diventa ben presto una lotta alla resistenza, una metafora della vita, un faro per la speranza di un mondo migliore. La fatica si trasforma in passione, la durezza dei sassi diviene fedele amica, la meta inarrivabile si fa terra promessa.

E’ così che mi immagino le sensazioni che i grandi pellegrini e camminanti della storia debbano aver provato: “se sei in cerca di angeli o in fuga dai demoni, vai in montagna“- sosteneva qualcuno.

Una volta giunti in vetta, l’aria frizzantina si fa di nuovo calda, si spoglia di ogni timore e ti restituisce un dono incommensurabile: la soddisfazione è tanta, e la magnificenza delle tre cime che svettano senza pietà ti appaga di ogni dolore.

Non contenta decido di seguire autonomamente una guida che conduce a piccoli gruppi la visita verso il Monte Paterno, alto 2.746 metri. È storicamente famoso, dato che durante la prima guerra mondiale si trovava lungo la frontiera tra il confine italiano e quello austriaco. Al suo interno furono quindi scavate alcune gallerie e diverse grotte, tra cui il famoso tunnel per raggiungere la cima.

Quel che più mi colpisce di questo sentierino davvero impervio (sei a due passi dallo strapiombo, un toccasana per chi come me soffre di vertigini) è il pensiero di come i militari italiani avessero potuto trasportare kg e kg di cannoni e di armi e di aver creato dal nulla grotte avvalendosi di dinamite che le avrebbero trasformate in vere e proprie difese di resistenza.

Ancora una volta, la vista delle tre Cime lascia col fiato sospeso e si, ne è proprio valsa la pena.

Definitivamente appagata, lascio altrove i pensieri negativi e faccio il pieno di aria pura e di bellezza, considerando finalmente ogni momento come unico ed ogni filo d’erba incontrato un piccolo grande regalo.

Sorrido, fra lacrime di gioia e di commozione, e penso a voce alta “Se non scali la montagna, non potrai mai goderti il paesaggio”.

Chi riesce a camminare nel sentiero della verità, non cade mai. Magari si inciampa, si zoppica, ma ci si rialza più forti e decisi di prima. In fondo è proprio vero, non ci si ricorda di tutti i passi del lungo cammino che si è fatto, ma delle Impronte che avremo lasciato.

Sono pronta per la prossima grande avventura.

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Seven Seconds

Dubai Desert
Dubai Desert

Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.
(Antoine de Saint-Exupery)

Anni fa visitai gli Emirati Arabi e come sempre ciò che più ricordo con fervore sono stati gli “incontri” (oltre che con la realtà locale) in solitaria con i paesaggi che mi capitavano a tiro.

Inutile dire che all’infuori del materialismo e dello scintillio commericale di Dubai, risiede una pace e uno splendore naturale che nulla avrebbero da invidiare a nessun’altra beltà.

Si tratta dell’immenso deserto di Dubai, dove i colori ocra e oro non hanno bisogno del benchè minimo filtro; laddove occhi e sguardo si perdono di fronte a una vastità così infinita, così silenziosamente perfetta, così maestosa.

Ma come sempre amo ricordare, paesaggio e meta sono poca cosa in confronto al viaggio compiuto per giungerci. E che viaggio, ancor ora mi vengono i brividi!

E’ proprio una volta arrivati in pieno deserto che inizia infatti l’esperienza più divertente, quando assieme al fidato zainetto e alle sole gambette si inizierà a salire e scendere dalle dune rosse di Al Hibab, un vero paradiso idilliaco per gli amanti delle montagne russe, del surf, dell’adrenalina a manetta; un vero ‘omaydaymayday’ per coloro che invece soffrono del mal d’auto e sono pronti a vivere delle esperienze memorabili, ma anche a maledire qualsiasi cosa in quel momento di possa avere la possibilità (assai remota) di riconoscere (in preda di ululati e di urli da film horror).

Ebbene sì, perchè i guidatori più esperti non mancano mica di folle fantasia: su e giù per dirupi ripidissimi, come adolescenti in preda al loro nuovo giochino si incaponiscono con ruote e giri panoramici senza mezze misure, impennando con tanto di musica ‘tuz tuz’ estrema e sterzando come se non esistesse altro modo di guidare che quello alla “Fast and Furious” orientale.

Una vera giostra di emozioni oltrechè di scongiuri e di frenesie, ma all’ennesima discesa a mille all’ora e all’ennesimo ‘aiuto oddio ma chi me lo ha fatto fare mannaggiaaa!’, finalmente una consapevolezza: ci si ferma insieme alla scorribanda complice del tuo momento glorioso e avventuroso e si tira un respirone di sollievo e ogni paura scivola via come neve al sole non appena si torna a toccare ‘terra’.

Giusto qui se clicchi su ‘dubai’ ti preparerai a capire ciò di cui sto parlando…

Insomma, dopo questa bomba adrenalinica, il traguardo al calar del sole è unico e ricompensa di tutti gli scompensi cardiaci in atto: l’arcobaleno di colori dorati tra mille sfumature di oro e di rosso non ha eguali. Come una tavolozza dipinta da un artista puoi disegnare le dune e vederci riflessi anche i colori più offuscati e con loro i tuoi pensieri più reconditi.

Dev’essere proprio questa la sensazione di pace tanto contemplata ed auspicata dai viaggiatori nomadi: un senso di profonda riconoscenza verso tutto il Creato, quella piacevole scoperta di sentirsi immensamente connessi con il qui e l’ora, mentre il contorno e la mente si perdono in un unico tutt’uno.

L’esperienza tra le dune continua fino a sera, dove il buio pesto si fa improvviso e gelato, dove l’escursione termica non conosce certo vie di mezzo.

Così proseguiamo la gita in accampamenti dei tipici beduini, ricchi di tappeti colorati, di tavole imbandite di riso e di mille spezie, di donne che danzano danze ‘tannura‘, di allegre truccatrici che espongono soddisfatte i loro tatuaggi hennè, insomma, un vero e proprio mix di giochi, suoni e colori.

Che vuoi uscire dal deserto senza aver prima allegramente dialogato con tipici beduini e aver condiviso con loro il tipico shisha, comunemente conosciuto come narghilè?

E no eh! Eccovi una riprova del misfatto:

Che poi da non fumatrice non ho mai amato i ‘fumi’, ma assicuro sulla bontà di quel gusto alla mela e cannella. ooooommmmmh.. Un soffice momento di relax dei più veri, che mette pace anche al cuore dei meno impavidi.

Devo ammettere che il deserto di notte- privato di ogni minimo tassello di luce- trasmette un senso di timore non da poco, ma allo stesso tempo affascina e incanta anche i più scettici alla magia.

A fine serata, al calare del sole, si tornerà ai bagliori di Dubai, segnale che il rientro in hotel è ormai vicino.

Ma vuoi mica perderti l’ultima estrema avventura del rientro? Qualcosa può mai essere del tutto semplice e lineare per me? Giammai!! Tanto si fa che la nostra folle jeep buca una ruota, e quindi bisognerà attendere un bel pò prima che il nostro amato autista- in quel momento imprecando in ottomila dialetti beduini non so bene che cosa ma immaginate- risolva la situazione da bravo aggiustatutto self-made.

Eh si, perchè se non ti fai le ossa nel deserto, dove te le fai?

Questa è stata una delle tante meravigliose e forse un pò buffe avventure che mi son capitate fra tanti viaggi portati (stranamente) a termine nella mia lista di Ricordi indelebili.

Di fronte a mesi e mesi di comfort zone in casa a causa di una quarantena causata da pandemia Covid, mi sovviene alla mente l’immagine ben chiara e vivida di quel mare di granelli color ocra sfumati dal vento e quel silenzio che voleva dire tutto e che sapeva sussurrarmi piano un’ennesima sacra verità:

“Viaggiare nel deserto significa camminare nella nostra solitudine per imparare a dar valore anche alle più piccole cose.”

Ora sì, forse lo so. Anche la solitudine ha la sua gloria, il suo incanto, la sua notte improvvisa e senza via d’uscita, il suo senso più temuto, la sua benevolenza: la capacità inconfutabile e assoluta di saper rimettere a posto ogni pepita di sabbia al suo luogo. Esattamente lì, dove doveva STARE.

Perchè mi piace pensare che sì, in quello spazio indefinito e inafferrabile che è il deserto assolato vi giaccia qualche granello di polvere che si trova esattamente dove sognava, esattamente con chi voleva.

E se lo ha fatto l’immenso deserto, dopo millenni di grande Storia, possiamo concentrarci a farlo poco alla volta tutti noi. In un minuzioso sacro Silenzio nella nostra preziosa Esistenza color ocra.

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Tempo di Quarantena e Compleanno nostrano

La vita è un naufragio, ma non dobbiamo dimenticare di cantare nelle scialuppe di salvataggio.” Voltaire


E’ stato un compleanno di certo alternativo, considerando che avrei dovuto esser a Parigi..Ebbene, in realtà sono stata DAVVERO felice di esser dove mi trovavo (prima foto- con occhi stropicciati, capelli scapigliati, tuta sponsored by @seashepherd, no trucco da che mi ricordi e nel letto di casa mia) perché alla fine è proprio dove avrei dovuto essere, travolta da affetti, messaggi e chiamate (di molte inaspettate), pensieri da tutto il mondo e una gioia di casa che non provavo da tanto. Ebbene, tra l’incertezza di passare a festeggiare (in un momento dove tutto si vuol fare fuorché festeggiare) in giardino o in cucina, beh, io ho capito davvero che la felicità è cosa preziosa e che nonostante tutto io mi sento così grata e così serena. Certo magari preoccupata, giustamente e tristemente preoccupata, ma non voglio mai perdere di vista quanto bello sia sentirsi a casa, valorare il tempo che prima era cosa così scontata, non fissare forsennatamente l’orologio, godersi quegli attimi semplici che sono diventati il vero senso del tempo, quello del cuore e digli affetti veri, e del mio personale Stare.
Travolta da un calore semplice che mi ha rimosso ogni paura. Ancora una volta lo riconosco: e’ il calore dell’Amore che mi circonda e che e’ sempre stato lì.
Non so cosa sarà di tutto questo, oggi mi va di ringraziarvi uno ad uno per il tempo dedicato a farmi un augurio, in un momento così delicato per tante troppe persone. Ma di una cosa sono certa: ci penserò mille volte quando sarò insieme a qualcuno prima di dire “va beh ma c’è tempo..” e via andare, di correre all’ impazzata senza fermarmi un attimo, di fantasticare di essere sempre altrove. Oggi finalmente imparo a Stare, con gli affetti più cari (vedi seconda foto), e riesco a focalizzarmi solo sul Presente. Speriamo che tutto questo passi per potervi abbracciare ad uno ad uno come se non l’avessi fatto mai.
Torneremo a respirare a pieni polmoni il vento dal finestrino andando incontro a terre sconosciute? (Terza foto)
Io voglio pensare di sì e che sarà tutto ancora più sentito, con una consapevolezza nuova e non scontata: ogni momento va gustato per quello che e’, non per quello che dovrebbe essere.
Un abbraccio virtuale a tutti, specialmente a chi ha perso qualcuno in un momento così surreale. 💙


” A ogni passo del suo cammino Siddharta imparava qualcosa di nuovo, poichè il mondo era trasformato e il suo cuore ammaliato. Vedeva il sole sorgere sopra i monti boscosi e tramontare oltre le lontane spiagge popolate di palme. Di notte vedeva ordinarsi in cielo le stelle, e la falce della luna galleggiare come una nave nell’azzurro. Vedeva alberi, stelle, animali, nuvole, arcobaleni, rocce, erbe, fiori, ruscelli e fiumi; vedeva la rugiada luccicare nei cespugli al mattino, alti monti azzurri e diafani nella lontananza; gli uccelli cantavano nelle risaie. Tutto questo era sempre esistito nei suoi mille aspetti variopinti, sempre erano sorti il sole e la luna, sempre avevano scrosciato i torrenti e ronzato le api, ma nel passato tutto ciò che non era stato per Siddharta che un velo effimero e menzognero calato davanti ai suoi occhi, considerato con diffidenza e destinato a essere trapassato e dissolto dal pensiero, poichè non era realtà: la realtà e era al di là delle cose visibili. Ma ora il suo occhio libero s’indugiava al di qua, vedeva e riconosceva le cose visibili, cercava la sua patria in questo mondo, non cercava la “Realtà”, nè aspirava ad alcun al di là. Bello era il mondo a considerarlo così: senza indagine, così semplicemente, in una disposizione di spirito infantile. (..)
(..) Tutto ciò era sempre stato, ed egli non l’aveva mai visto: non vi aveva partecipato. Ma ora si, vi partecipava e vi apparteneva.
Luce e ombra attraversavano la sua vista, le stelle e la luna gli attraversavano il cuore”.

Kamala, “Siddharta”-Herman Hesse
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Memorie di una Geisha

☯️

Il cuore muore di morte lenta. Perdendo ogni speranza come foglie. Finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza. Non rimane nulla.
Se un albero non ha né foglie né rami, si può ancora chiamarlo albero?
Lei si dipinge il viso per nascondere il viso.
I suoi occhi sono acqua profonda.
Non è per una geisha desiderare.
Non è per una geisha provare sentimenti.
La geisha è un’artista del mondo che fluttua.
Danza.
Canta.
Vi intrattiene.
Tutto quello che volete.
Il resto è ombra.
Il resto è segreto.
Non si può dire al sole “più sole”.
O alla pioggia “meno pioggia”.
Per un uomo, la geisha può essere solo una moglie a metà. Siamo le mogli del crepuscolo.
Eppure apprendere la gentilezza, dopo tanta poca gentilezza, capire come una bambina con più coraggio di quanto creda, trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi felicità?
Dopo tutto, queste non sono le memorie di un’imperatrice, né di una regina. Sono memorie… di un altro tipo.

Memorie di una geisha – Arthur Golden, 1997

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Personali riflessioni

Freedom

Che belle le Persone che antepongono l’ambizione alla
Competizione. Che ridono con la gente e non della gente, che son così prese a migliorarsi e a vivere da non aver mai tempo per il becero pettegolezzo.
Quelle che si adattano ai contesti pur senza perdere di personalità,
Che se ne fregano delle apparenze e delle chiacchiere senza anima,
Che cercano, si perdono, scardinano, indagano, si umiliano e si stravolgono per davvero.
Che non pensano di essere stocazzo, perché preferiscono sporcarsi le mani e crescere a loro modo, comprendendo che la gentilezza può molto più dell’arroganza.
Che prima di giudicare i terzi si fanno ottomila domande e ne rispettano la diversità.
Che ti portano a ballare e a bere non appena ti sentono giù di tono, che ti scrivono canzoni improvvisate e che ti apportano più calore di un camino acceso. Che ci provano a non amare con tutti loro stessi, non senza fracassi e terribili figuracce, ma non riescono e non gli importa perche quella e’ la sola risposta possibile a tutto.
Che credono ancora nei sogni e nelle idee, e che sanno difenderli con le unghie, se indispensabile.
Ed anche quando le sorprese sono tante e non sempre come le vuoi, la vita è’ così preziosa e bella se la sai prendere col verso giusto. Magari rosso e con bollicine e assaporata insieme a Persone così.
Meravigliose lampadine fisse in un universo di vai e vieni scostante e incerto. Da non ringraziare mai abbastanza.
Che senso ha farsi così tante domande, se poi cambiano le risposte di continuo.
Ma certe, certe proprio no. 💎

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Lady Shalott

Romance&Poetry

«On burnish’d hooves his war-horse trode;
From underneath his helmet flow’d
His coal-black curls as on he rode,
As he rode down to Camelot.
From the bank and from the river
He flashed into the crystal mirror,
“Tirra lirra,” by the river
Sang Sir Lancelot.»

The Lady Shalott- Alfred Tennyson

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Boa Sorte

wonderlust

Ultimamente ho letto un libro meraviglioso, che narrava di imprese e di giorni trascorsi nelle terre amazzoniche da parte di un giovane avventuriero italiano.

Mi han colpito dei pezzi che espongo qui di seguito e che si avvicinano tantissimo al concetto dei miei viaggi e delle mie scoperte nel mondo,in totale fusione con il contesto.

Viaggiare non significa visitare, fotografare e correre via; viaggiare significa immergersi, immedesimarsi, cogliere nel profondo e farsi travolgere e sconvolgere dal mondo. Viaggiare non significa solamente posare lo sguardo, ma diventare parte della visione.
“..ogni ambito della nostra conoscenza e’ infatti, come noi e il nostro parere, in costante evoluzione. Qualsiasi situazione sperimentata in passato, non sarà mai uguale a qualcosa di simile che deve ancora accadere; un bacio dato ieri non poterà con se’ le stesse emozioni di quello che stiamo per dare. E’ in questa novità, nell’ irripetibile unicità di ogni momento, di ciascun essere e di ogni emozione, che possiamo gioire. Scopriremo così che la felicità vibra in ogni singolo istante di gioia che avremo il coraggio di provare. Se avremo coraggio, se sapremo agire con il cuore, ci accorgeremo che la felicità non si incontra esclusivamente in ciò che ci va bene, ma anche nelle prove e nelle difficoltà che sapremo superare; se vivremo con gioia e positività ogni istante della nostra esistenza, allora sarà lì che la riusciremo a trovare.

Sono sempre stata una piccola nomade, ho vissuto all’estero e sono profondamente legata alla scoperta, al valore dello scambio, alla condivisione tra differenti approcci culturali.

Quest’estate mi sono riproposta di volermi stupire, e, misurando la vecchia vera me-ahimè spesso assopita da giorni di lavoro fatti da ore scandite da orologio, traffico e mail aziendali- sono salpata verso l’ignoto.

Nonostante la pigrizia, le voci esterne e i consigli dei più (“attenta! sono luoghi molto pericolosi!“), presa dalla voglia maniacale di conoscere, mi son finalmente convinta e son volata via per terre inesplorate..destinazione: Brazil.

Il viaggio è stato molto intenso, non senza difficoltà e ‘pericoli’ quotidiani, ma ne è davvero valsa la pena: è proprio vero, i paesaggi erano incommensurabili, le atmosfere genuine e solari, la vegetazione folta e selvaggia. Da Rio de Janeiro, a Salvador de Bahia, passando per Morro de Sao Paulo (che paradiso!), quindi Recife, Japaratinga, Penedo, Sao Cristovao, per giungere fino Pipa e quindi terminare attorniati dall’oceano più blu in quel di Fernando de Noronha.

Un viaggio che ha rappresentato l’ennesima conferma di quanto poco mi freghi delle dicerie e dei giudizi esterni, e di quanto sia profondamente salutare vagare- ovviamente con accorgimenti e le dovute attenzioni- curiosare, immedesimarsi, approfondire un mondo non sempre e solo chiaro e lucente, ma riflesso di ombre e sfumature.

Come quando siamo andati in visita della favela più grande e forse più conosciuta di Rio de Janeiro, la comunità di Rocinha.

Conoscere la parte più difficile e reale di Rio mi ha permesso di relativizzare i miei problemi, che spesso mi avvolgono e mi totalizzano quasi come se il mondo ci girasse attorno. Ebbene la favela è un micro mondo, dove trovi di tutto, parrucchieri inclusi. Nel caos strutturale e labirintico del piano urbano, mi ha colpito la puntuale organizzazione con cui gli abitanti serpeggiano per le vie, non curanti dei turisti che passeggiano con aria sospettosa ed impaurita.

Un ragazzino ci insegna l’arte dell’attesa e del sorridere di cuore nonostante le difficoltà. Chapeau. Più affronto la traiettoria grigia delle scalinate pericolanti della favela, più mi capacito di quanto fortunata sia ad aver voluto partecipare a quel tipo di esperienza, così differente dal sogno brasiliano fatto di cartoline magnifiche e di spiagge tropicali che siamo abituati a conoscere.

Una Rio povera e misera, ma non di cuore: ricorderò sempre l’allegria e l’integrità infinita degli abitanti di Rocinha, che senza volerlo mi hanno donato un sorriso sincero. Uno scambio equo quello che ha visto i miei pensierini affidati ai bimbi della Onlus ”Il sorriso dei miei bimbi” di Barbara Olivi, in cambio della loro contentezza e della loro contagiosa solarità. Piccole grandi cose che fanno bene al cuore. Eh si, forse di fronte alla scelta così impegnativa di viaggio ho desiderato in parte proprio questo, un motivo semplice e spontaneo, che annullasse i tanti troppi musoni frutto di una società abituata al lusso.

E ancora una volta ripenso a quanto sia bello “tuffarsi” in un luogo, che immergersi non significa solo fare pit stop e ”piazzarsi” la firma, ma letteralmente farsi travolgere, sconvolgere, capovolgere, porsi domande ripetutamente e di nuovo ricrearsele, senza sosta né limitazioni. Che viaggiare non è solo stare con le persone del gruppo, ma conoscere gente locale e abbracciarne anche gli aspetti più infelici. Che meraviglia viaggiare. Quando lo si fa davvero non puoi farne più a meno, si dice che ne torni con occhi diversi. Con occhi nuovi.

Potessi vivrei tutta la mia vita rincorrendo il sogno di esplorare sempre nuovi confini, e spero di non stancarmene mai.

Sono partita con innumerevoli dubbi e paure istillate perlopiù dai media (grande arma a doppio taglio, seppur da lavoratrice ne faccia strumento anche io) , e sono tornata con ben altre conferme: così come per conoscere le persone bisogna studiarle e non lasciarsi condizionare da giudizi esterni, lo stesso vale per i posti da visitare, talvolta banalmente giudicati e frettolosamente categorizzati.

I brasiliani non sono affatto falsi, bugiardi o aggressivi. Probabilmente, una piccola parte del totale popolazione lo è. Come oer tutti i popoli, zero eccezioni.

E come sempre è bene dosare le parole, perché le stesse possono infierire e approssimare e creare stereotipi, proprio quelli che contribuiscono a diffondere pregiudizi. E i pregiudizi sono impossibili da rimuovere senza la volontà di andare oltre, di approfondire, di non lasciarsi influenzare, ma con rigore bisogna permanere oggettivi. E credetemi, per farlo ci vuole grande pazienza e ancor più grande apertura mentale.

Io auspico questo alle persone che vogliono intraprendere viaggi in posti lontani, o che semplicemente vogliono vivere la vita lontano dalla superficialità collettiva: abbiate ubris, coraggio, follia, usate testa ma lasciatela flessibile; se ci tenete, fate voi stessi quei famosi giudizi, testate con occhi imparziali e neutrali quelle considerazioni ma non prima d’esservi avvicinati al mondo con le vostre stesse gambe.

Conoscere persone belle, chiudere gli occhi e decidere di far scorrere tutte le dicerie si può.

Viaggiare è cambiare opinioni e giudizi, è allentare il discorso di confini e di barriere territoriali. E se davvero esse esistessero solo nella testa di qualcuno?

E poi, quando prendi la funivia per salire a Pan de Azucar e gustare il tramonto della città dall’alto, ti mancano le parole per quanto è bella. Rio, ciudad maravillosa, e’ come un quadro impressionista di Monet che lascia senza fiato.

Dall’alto del suo silenzio assordante e dei suoi infiniti contrasti colorati, commuove.

Manca il respiro da quanto è bella da lassù, con le sue luci, i suoi colori, le sue baie, i suoi promontori, la nebbia, il sole e l’aria frizzante.

Così come lo fa tutto quel territorio così vario e mutevole da non poter essere racchiuso dignitosamente in nessuna foto.

E ti sovviene una frase letta e riletta che calza a pennello di fronte alla contemplazione di questo paradiso:

Il viaggio comincia laddove il ritmo del cuore s’espone al vento della paura.

Perciò ricordatevi sempre che non potrete attraversare e l’oceano se non avrete il coraggio di perdere di vista la riva. La riva della confort zone, dei pregiudizi, delle frasi fatte, del ”sento ma non provo”.

Quindi Vivete e rivivete quelle emozioni, fidatevi dell’istinto e lasciatevi trasportare dal ritmo più vero che fa rima con samba, colores, bossanova, dolcezza, alegria e passione.

Saudade y coragem. C’è un mondo intero là fuori, bisogna solo andarselo a prendere.

Obrigada por conhecêrte querido Brazil.

Santa Teresa, Rio de Janeiro

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Inshallah

Rabat

L’anno scorso mi son spinta con amici formidabili alla scoperta di una landa meravigliosa e piena di storia, quella del Marocco.

Per dieci giorni di bagaglio a mano ristrettissimo e tanta sete di conoscenza negli occhi, abbiamo davvero visitato il possibile: da Marrakech, a Essaouria, a Casablanca, a Rabat, passando poi per Meknes, attraverso Volubilis, per la preziosa Chefchaouen fino alla imperiale Fes.

Un viaggio davvero tale, fatto di profumi, sapori, spezie, colori mai uguali e territori vari e culture variegate.

Quel che più mi affascina di ogni viaggio però, sono sempre le esperienze fatte di ricordi inusuali e dalle loro persone. Insieme a noi viaggiava Hajar, una bellissima marocchina italianizzata residente a Torino, ma originaria di Rabat.

E se è vero che i viaggi li fanno le persone.. viaggiare con una ragazza così moderna ma con una cultura così differente dalla mia, non poteva che regalarmi un inevitabile “segno”.

Il ricordo più magico della vacanza la ripongo in alcuni dettagli: il conoscere la storia e la religione di Hajar, lo scoprire le tante complicità nonostante punti di vista svariati, l’assistere alle preghiere quotidiane che lentamente divenivano un rito anche per me, e poi quelle chiacchierate genuine su ogni aspetto della vita.

E poi lo scoprire quanta dolcezza, perseveranza e costanza, riponesse Hajar nei riguardo della sua idea di amore, ancora così ingenua, sognante e casta. Ma ricca di sana speranza.

E ancora quella sera famosa e improvvisata, in cui da una notte di hotel a Casablanca ci trovammo a modificare tratta e a dormire ospitati gentilmente dalle zie di Hajar in Rabat. Una notte epica, decisamente poco turistica, ma speciale: non mi succede di rado di venire invitata a dormire a casa di una famiglia intera- dolcissima e iper generosa- di assaggiare un mega cous cous fatto in casa e di bere del buon the alla menta in orario notturno. Ma ancor più inusuale ritrovarci a notte fonda attorniati in tavola, a ringraziare per la gioia del cibo, mentre simpaticamente e assonnatamente proviamo a condividere le nostre storie nonostante la difficoltà comune della lingua.

E come scordare il momento in cui da vera ospite marocchina, son stata letteralmente invitata dalle donne di casa a cambiarmi e ad indossare i loro vestiti regali marocchini, mentre con gli occhi brillanti color ebano delle simpaticissime e dolcissime zie di Hajar, mi sono sentita coccolata come un cucciolino abbandonato.

Un mondo così diverso, ma così prezioso.

Queste sono le piccole cose che mi fanno apprezzare ore ed ore di trasporti, di chilometri, di sballottamenti e che mi ripagano nel profondo.

Ed è proprio quando cercavo di trattenere le risate in mezzo a quello sfavillare di luci e vestiti che mi rendevano così buffamente goffa, che ancora una volta mi è venuta chiara la consapevolezza che il diverso- quando lo impari a conoscere, a interpretare, a studiare senza giudizio- sia bello così com’è, con quelle contraddizioni e quelle stranezze che caratterizzano il mistero dell’Altro.

Un viaggio che cosa non è se non fare i conti, per poi apprezzare, quella diversità: nei sorrisi e negli occhi profondi di chi ancora crede, di chi ti sa mostrare un mondo di valori tutti suoi, e di chi ti rispetta, perchè in fondo- dietro a quegli sguardi timidi e a quella capacità di tenere alti i sogni senza bisogno di condividere troppe parole- siamo così inspiegabilmente simili.

“Inshallah” amica mia.

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Il Teatro..che Magia!

“Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.”

Non so bene cosa mi abbia spinto ad iscrivermi al corso di iniziazione teatrale quest’anno. Forse la mia smania di esperienze, la mia ahimé incurabile irrequietezza, la mia smodata passione per l’arte, la mia grande curiosità, o forse solo il fatto che molti dei miei più cari amici recitassero da tempo e volessi provarci anche io. Tante le domande che mi ero posta prima di buttarmi a bomba – un po’ come per tutte le esperienze degne di esser tali e che ho più volte vissute a nervi tesi- nel magico mondo della recitazione. Poi senza troppe esitazione l’ho fatto, e bum, pronti e via.

Con il passare del tempo e delle lezioni ho maturato l’idea che il teatro ti conquista, non tanto nel cercare di comprenderlo- perché credete, spesso capire il teatro è alquanto probabile- quanto nel farlo, nel rendersi conto che ogni lezione riusciva a tirar fuori una piccola parte sempre nuova di te stessa. E con il passare dei giorni anche quel nucleo di ragazzi che condividono questa passione assieme diviene una piccola grande famiglia. Improvvisata, ma una famiglia. Avete mai provato a ballare, a far versi, a cambiare voce o peggio a svenire e a urlare davanti a sconosciuti? Beh ecco, questo è il teatro. E molto, molto altro.

Non riesco ancora a capire se sia portata o meno per questa forma d’arte, ma so che ha rappresentato un tassello straordinario di esperienza quotidiana, un qualcosa di forte e di indelebile che ti si appiccica addosso, un pò come quando ti viene in mente una musica o un profumo che non riesci più a cacciare via. Il teatro mi ha insegnato in primis ad osservare, dote questa per nulla scontata ai tempi nostri, e poi a fidarmi del prossimo- che cosa così faticosa, penserete- a coordinarmi con i miei movimenti e con quelli altrui, a improvvisare e ad esasperare. Ma soprattutto, ha permesso che mi lanciassi- con grande divertimento- nel reale e nella finzione e nel reale che diviene magia: nulla è sbagliato, non esiste l’errore, esiste solo la tua capacità di raccontare storie. Questa è una splendida lezione che ho appreso durante questo intenso percorso teatrale. E risate e commozioni e pianti e fatica. Un mix di sensazioni indefinibili.

E nonostante fino alla fine non avessi creduto troppo nella causa, perché mi chiedevo spesso se ne valesse la pena, dopo un tran tran quotidiano fatto di ore di lavoro e di sveglia all’alba, la passione si instaurava pian piano creando costanza.

E poi, il giorno del saggio- finalmente il primissimo approccio con un palcoscenico- magicamente ti diviene tutto così chiaro. E’ come quando dopo un lungo viaggio di ore ed ore di sballottamenti aerei (e io non godo mai ma mai mai in aereo) ti risvegli nel posto tanto desiderato e pensi ”si, ne è proprio valsa la pena”. E’ un impulso elettrico, un attimo che si fa fuggente, un momento tanto intenso quanto unico, adrenalina allo stato puro, una scossa che ti risveglia da ogni torpore, lo scorrere di sangue nelle vene e la voglia di spaccare ogni cosa e di abbracciare tutti allo stesso tempo. E’ tutta Vita che scorre e che non credevi possibile sentire in quel momento così breve.

Mi piace pensare che i sognatori vivano mille vite, e che non siano mai realmente soddisfatti, perchè cercano, sperimentano e ne immaginano di sempre nuove: così è quando reciti, puoi vivere mille vite differenti, crearne di tue, farlo in maniera sempre diversa e unica, infiniti che collimano e che coesistono, ed entrare in un mondo che si è fatto altro.

E forse alla fine, non siamo poi tutti un pò personaggi?

E posso assicurarvi.. non c’è niente di finto in quell’attimo, ma è tutto incredibilmente vero. L’arte che si fa reale e che ti porta ad Essere nel momento, ma esserci per davvero con carne e spirito. E voi, quante volte vi siete sentiti così?

Che poi- a dirla con le parole del grandissimo Vittorio Gassman- è proprio vero che il teatro è una zona “franca della vita, lì si è immortali” (…).

E sapete cosa penso?

La parte più bella del debutto non sta tanto nel recitare- nonostante l’indefinibilità nello spiegare quel cuore che sobbalza e l’emozione sempre diversa e quel mix di sentimenti inspiegabili che ti rimbalza adosso- quanto quell’attimo precedente all’entrata sul palco, quando il tuo maestro e i tuoi compagni- sconosciute persone che hanno incrociato il tuo cammino e ne hanno inevitabilmente stravolto un pò la forma- ti abbracciano, ti urlano parole che riscoppiano di emozioni e, come una centrale elettrica, ti trasmettono una carica piena di coraggio e di desiderio di unione. Si è un tutt’uno. Un momento che si fa eterno.

Perchè alla fine ci sei tu, sei solo con te stesso, ma insieme a quei compagni straordinari che hai imparato a sentire come spalla destra, come quel complice pronto a prenderti nelle difficoltà. Un faro, una guida, un sentirsi insieme invincibili eppure soli. Questa è la magia del teatro, uno scossone che ti piglia e ti butta avanti al pubblico, alle sfide, alla tormenta e alla turbolenza, e ”the show must go on”, come nella vita, e vai, non puoi fermarti ma solo andar avanti, e prendi il volo.

Uno splendido Viaggio che forse è solo l’inizio.

Grazie ragazzi, grazie Arte, grazie Curiosità, ancora una volta non mi sapete deludere.

Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.
(Victor Hugo)

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Apparenze

“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel ondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare.”

“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu… lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie… e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.”

American Beauty

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La via della Bellezza

Occorre sapere che avere un limite ed esserne consapevoli non ti rende limitato, ti rende perfetto, cioè pienamente compiuto, come una grande opera d’arte a cui non si deve togliere o aggiungere nulla.

Questo appare anche dal valore cognitivo del termine finis, visto che esso deriva da “definire” e “definizione”. Ovvero: quando di una cosa non si conoscono i suoi fini, nel senso dei suoi con-fini, la si comprende veramente e se ne può dare una de-finizione.

Per questo Paul Tillich, uno dei più importanti teologi del Novecento, ha potuto scrivere: “il confine è il luogo migliore per acquisire conoscenza”.

Il che ovviamente non significa non aspirare a migliorarsi,  significa piuttosto lavorare fino a raggiungere il confine del territorio a noi assegnato, senza volerlo oltrepassare e così sconfinare; significa curare quello che si è e solo quello che si è, senza desiderare di diventare quello che non si è nè mai si potrà essere.

Essere lieti del nome che si porta, del corpo che si ha, dell’intelligenza ricevuta, dei talenti di cui ci ha dotati il destino o la provvidenza: accettare tutto ciò significa raggiungere la propria perfezione, la quale in quanto compimento, è sempre strettamente individuale.

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Fire.

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Jerusalem light of the World

 

Difficile descrivere l’impatto di quando arrivi in Israele, terra da sempre così complessa, e ti accingi a visitare la magica Gerusalemme.

Città controversa, discussa, di luce, di ombre, di energie e di storia secolare.

Gerusalemme è contesa da israeliani e arabi palestinesi dalla fine della Seconda guerra mondiale. I primi rivendicano di averla fondata e averci costruito il luogo più sacro per l’ebraismo, il Tempio Santo, di cui oggi rimane solo un pezzo, il cosiddetto Muro del pianto: il Muro del pianto era un basamento del Tempio, che oggi possono vedere e visitare anche i turisti rispettando alcune precise regole.

 

Le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Un impatto davvero forte: quello che più mi ha colpita sono state le giovanissime donne preganti e piangenti (si perché la preghiera sembra più vicina ad un lamento sofferente e ripetitivo) accanto a donne di ogni età. Una ragazza rasta con uno zaino con scritto ‘we can run the world’, che prega accanto ad una donna anziana di ben altro stile. Ma l’effetto che mi produce osservarle è tutt’altro che scomodo, anzi: mi sembra quasi di sentirne un senso di inspiegabile pace.

I secondi, gli arabi palestinesi, l’hanno abitata per secoli, un periodo nel quale hanno costruito l’edificio più emblematico della città, la Cupola della roccia, ovvero quella cupola d’oro che svetta guardando Gerusalemme da lontano. La Cupola della roccia e la vicina moschea di al Aqsa si trovano sulla cosiddetta “Spianata delle moschee”, cioè il luogo dove si trovava il Tempio Santo.

Gerusalemme è un luogo fondamentale e venerato anche per i cristiani, perché si ritiene che lì abbia vissuto per qualche tempo e sia morto Gesù Cristo: nel luogo della sua morte è stata edificata una basilica, la Chiesa del Santo Sepolcro, meta di milioni di pellegrini, di un’energia così potente da immaginarsi Gesù Cristo uscire dalla sua tomba da un momento all’altro.

 

Tutti gli edifici religiosi più importanti si trovano nella città vecchia, uno spazio di un chilometro quadrato circondato da mura imponenti, costantemente pieno di turisti, pellegrini, soldati israeliani e venditori ambulanti. Sembra quasi di perdersi (che dire, ci si perde!) nei loro labirinti fatti di stradine, scale e scalette irregolari, bazar, intrecci di spezie, profumi e tappeti.

La città vecchia è divisa in quattro quartieri: ebraico, cristiano, musulmano e armeno. Le tensioni non mancano, in particolare il venerdì, quando centinaia di fedeli musulmani entrano nella città vecchia per pregare alla moschea di Al Aqsa. Ma la cosa che più mi sorprende è constatare quanto all’interno di quel piccolo mondo pacifico, le stesse culture coesistano e condividano un senso di pace e di rispetto quasi commovente. Uomini bianchi con splendidi occhi azzurri accanto a uomini più scuri, dalla carnagione più arabesca, e poi vestiari tipici ebraici insieme a ragazzini dalla tipica calzatura da ‘aladino’, accenti differenti e costumi ben riconoscibili: eppure tutto convive ‘apparentemente’ insieme, rispettosamente, in un mix di etnie accumunate forse solo dal senso di profonda riconoscenza verso quella che è per tutti la Terra Santa.

Ma è il Monte degli Ulivi a regalarmi un’emozione davvero particolare. A Est di Gerusalemme, oltre il Cedron, si trova questo monte, spesso attraversato da Gesù. Fin dai primi secoli vi furono costruiti chiese e monasteri. Alla metà della discesa dal monte si trova la chiesa del Dominus Flevit, in cui si ambienta il lamento di Gesù su Gerusalemme.

 

Mi colpisce la navata della Chiesetta, così regolarmente precisa. Ma più di tutto mi imbatto sorpresa nella vetrata della stessa che si apre lungo la spianata che abbraccia tutta la città: non sapevo se scattare una fotografia che rappresentasse la splendida Cupola delle Rocce, o se focalizzarmi sulla bella finestra vetrata della Chiesa cristiana in cui mi trovavo. Poi mi accorsi che la croce scolpita all’interno della vetrata si ergeva perfettamente all’interno del centro del simbolo mussulmano là di fronte. Un gioco di geometrie così perfetto da darmi l’impressione di un messaggio pieno di significato.

La Old City di Gerusalemme risplende davvero di una luce mai vista, sembra quasi riflettere secoli di storia e di culture millenarie direttamente dal bianco del suo marmo, di cui la città è interamente costellata.

 

 

Eppure è di sera che la magia si svela: percorrendo le sue viette oscure quando cala il buio e nel silenzio finalmente incombente, il mistero si fa reale: non un suono, non un rumore, solo i suoi profumi caratteristici, le sue luci tra le ombre. E’ nel buio che quel pezzo di terra sembra manifestare tutta la sua dose di spiritualità.

E non esiste illusione che tenga. Gerusalemme è davvero un piccolo universo irradiante di una luce non comune, unica di una superficie così piccola per uno spazio così conteso e così tanto colmo di storia.

Gerusalemme emana un calore senza eguali. E sian perdonati anche la stanchezza, la difficoltà nel farsi capire, i continui sali-scendi su per le viuzze districate. Quando arrivi in cima al Monte Degli Ulivi e la osservi, così, silenziosa, distinta e luminosa di tutta la sua bellezza, la perdoni eccome: quel posto dove i contrasti regnano perenni, quel posto dove il tempo sembra fermarsi definitivamente.

Non riesci proprio a dimenticarti della magnificenza inspiegabile di Gerusalemme, anche denominatathe light of the world.

La Gerusalemme del mistero, luogo della presenza salvifica di Dio, assume dei significati che possono essere letti in tutti gli aspetti della vita e possono riferirsi a mille realtà della ricerca che Dio fa dell’uomo e del cammino dell’uomo verso Dio.

 

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La musica. E l’oceano. Nulla che contasse di più.

“Tutta quella città… non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore. Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto. E io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema.

Col mio cappotto blu, primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo… Non è quel che vidi che mi fermò. E’ Quel che non vidi. Riesci a capire, fratello? E’ quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne… C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

Ma se tu… Me se io salgo su quella scaletta, e davanti a me… ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Se quella tastiera è infinita, allora… Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo, ma le vedete le strade? Anche solo le strade! Ce n’era a migliaia! Come fate voi laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo… Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce… e quanto ce n’è. Non avete voi paura di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità… solo a pensarla? A viverla…

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così.

La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò da questa nave… al massimo, posso scendere dalla mia vita.”

Novecento, di  Alessandro Baricco

 

 

 

 

 

 

Ti voglio bene Papà.

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Creuza de Ma

“Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä…”

Così cantava il grande Fabrizio De Andrè decantando la sua terra selvaggia e rocciosa, marittima e capricciosa.

E così, oggi più che mai, il 31 ottobre 2018 di una mattinata uggiosa e grigia, va anche a me di dedicare una dolce riflessione sulla sempre cara Liguria.

 

 
Un pensiero alla mia seconda casa, alla meta immancabile di tanti splendidi viaggi di giri straordinari, punto fermo di una vita intera, di amicizie secolari e di compagnie infinite.

E’ il ricordo dei miei nonni quando ancora ti portavano il gelato, il ritorno tanto atteso di persone che si ritrovavano puntalmente dopo un anno solare, di novità e di tradizioni.

Rapallo per me è famiglia, è storia, è mare calmo e in tempesta, è tuffarsi dalle sue boe con il sale ancora appiccicato alla pelle, è il ricordo di prime esperienze adolescenziali, di complicità e di silenzi, di risate e di emozioni più vere.

Rapallo è un’ infinità di pensieri, di malinconie struggenti e di contrasti. Di gente burbera, che andava e che veniva, quasi senza voler lasciare nulla di sé. Di piatti tipici, di tempi senza ore, di giorni che diventavano notti e di nuovo giorni che si ergevano luminosi di fronte allo stesso silenzioso e fedele Mare.

Ma quanta vita scorsa sotto quei colori.

Quanto e quanto hai saputo dare a chi sapeva prenderti per quella che sei, selvaggiamente ligure e marinaia.

D’altra parte non posso che essere più in linea con Vincent Van Gogh quando sosteneva che : “I marinai sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra.”

 

Oggi più che mai vicina a te, Rapallina mia.

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Not. Erin Hanson

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Panta rei os potamos

Altra chiave importante per cercare di avvicinarsi il più possibile al pensiero filosofico eracliteo è senza dubbio la teoria del divenire. Tutto il mondo viene considerato come un enorme flusso perenne nel quale nessuna cosa è mai la stessa poiché tutto si trasforma ed è in una continua evoluzione. Per questi motivi, Eraclito identifica la forma dell’Essere nel Divenire, dacché ogni cosa è soggetta al tempo e alla sua relativa trasformazione. Eraclito sostiene che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l’identità delle cose uguali a se stesse sia illusoria: per Eraclito tutto scorre (panta rei). Il panta rei è una conseguenza di polemos (guerra, conflitto), che regna su tutto. Di conseguenza Eraclito di Efeso non è il filosofo del “tutto scorre” ma del “tutto scorre in quanto risultato della tensione continua degli opposti che si fanno guerra”.

 

« Tutto scorre, non ci si può immergere due volte nello stesso fiume »

 

A proposito del divenire, Eraclito ha detto: “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”.

Il fuoco come ‘stoichèion’. Se il principio unitario che accomuna tutte le cose del mondo è il divenire, per Eraclito l’elemento fisico del quale tutti gli altri elementi sono composti (lo stoichèion), è il fuoco. Questo perché il fuoco è visto come elemento destabilizzante, in grado di provocare quel cambiamento che permette alle cose di mutare da uno stato all’altro.

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Noi non cesseremo la nostra esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere la’ dove siamo partiti..

“Guarda l’invisibile e vedrai cosa scrivere”-Bobby diceva sempre così. Era con la gente invisibile che lui voleva vivere..quelli a cui passiamo davanti ogni giorno,quelli che a volte diventiamo, quelli dei libri che vivono solo nell’occhio della mente di qualcuno.

Era un uomo destinato ad attraversare la vita, non a girarci attorno. Un uomo sicuro che la via più breve per il paradiso passasse attraverso l’inferno. Ma la sua vera disgrazia era una mente troppo esaltata e mutilata da troppe storie e dall’aver scelto di diventare una di esse. La tragica debolezza di Bobby Long fu il suo amore per tutto ciò che vide, e immagino che se la gente crede in qualche forma di giustizia, Bobby l’abbia avuta grazie a una canzone.

“Se un epitaffio dovesse raccontare la mia storia, ne avrei uno breve già pronto sulla mia lapide:

Ho avuto una lite d’amore con il mondo“.

– Una canzone per Bobby Long

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Traguardi indelebili

Non so bene a quel tempo a cosa pensassi, se non che finalmente avrei oltrepassato la soglia dell’università, con una tesi faticata che non avrei potuto sentire più mia. Ma una cosa adesso la so, ovvero che gli esami da lì a poco non sarebbero finiti, ma anzi..la cosa meravigliosa della vita è che non finisce mai di metterti alla prova,  e per una alle quali le sfide altro non sono che benza che ne accendono il moto, beh, è solo regolarità. Ah, non so dirvi bene che cosa mi abbia dato in maniera pratica la mia laurea, (in un mondo dove senza subbio conta di più avere like, essere influencers, o youtubers o si salvi chi può) se non che quel preciso giorno lì si annoveri tra i momenti più belli della mia fanciullezza..

Ma una cosa, rivedendo con una certa saudade questa foto, l’ho imparata: non dimenticarti di chi è sempre stato là di fronte ai tuoi ‘progressi’ e ai tuoi traguardi, perchè alla fine ciò che davvero conta è il cammino ed esserselo goduto in buona compagnia.

Che poi diciamocelo.. di sicuro riconosco da chi abbia imparato a posare con no-chalance, ma sempre e solo con la metà del suo stile.

Grazie di cuore nonno, e grazie alle splendide persone che ci sono sempre state.

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Art&Science

“Principles for the Development of a Complete Mind: Study the science of art. Study the art of science. Develop your senses―especially learn how to see. Realize that everything connects to everything else.”

Leonardo da Vinci

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Long live Rock ‘n’ Roll

E’ fiume gelato che in primavera resuscita e con una pressione lenta ma inesorabile manda in frantumi il pesante mantello di ghiaccio.
è una forza che ti prende e ti schiaccia contro le pareti della stanza e non puoi reagire,devi ascoltare.
è un turbine che ti investe e la tua vita non è piu’ la stessa.
è il Rock.
è il rock che ti fa sentire qualcuno quando per il mondo non sei nessuno.”

 

11.06.2017 Imola, Guns& Roses:

E poi ci sono i concerti, quelli veri, quelli che sono in grado con un solo battito di trasportarti altrove e di farti emozionare come non succedeva da tanto, troppo tempo. Perché la musica e’ vita e perché non esiste paura ne’ angoscia ne’ cattiveria quando lei ti vibra dentro con un impeto così potente. E tutto intorno non hai più persone ma luci, energia pura e allora in quel momento capisci che non c’è male da temere- visti i tempi che corrono-ma solo tanto troppo star bene. Perché la musica e’ amore per definizione. Una famiglia che come te in quel momento invoca la bellezza.E quando le miliardi di teste che si muovono allo stesso modo, gioendo e vibrando, diventano un tutt’uno e allora si, comprendi che vale la pena ancora una volta rischiare di sentirsi vivi. Questo per me è il rock, il sound dell’anima che brinda alla vita. #stayrock

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Il grande sole di Hiroshima

Quando arrivi a Hiroshima e decidi di visitarla, nonostante i dovuti dubbi e le preoccupazioni, l’effetto che hai è così strano.

Sarà che quel giorno di ennesimo giro nipponico, dopo km e km di cammino e di solo tre ore in media di dormita per notte, il mio fisico ha patito i primi ‘acciacchi’ da strapazzo; sarà che la parole Hiroshima mi ha sempre destato inquietudine, sofferenza, rispetto; sarà che fin dai tempi della scuola la sentivo nominare e nominare quasi come se quel traumatico evento l’avessimo patito un pò tutti, silenziosamente e attentamente, scorrendo i titoli dei capitoletti tra i libri di storia.

Non so bene cosa mi abbia spinto a percorrere quel giorno assolutamente sola  senza compagni di viaggio, (un giorno avventuroso e da annoverare fra i più storici della mia vita, ma questa è un’altra storia),  quella tappa culturale così temuta, così importante.

Ma, da tipa curiosa e ostinata qual sono, dentro di me qualcosa mi ha detto che dovevo andarci a tutti i costi, senza sé e senza ma. Dovevo vederla, dovevo sentirmi parte di un mondo spesso così dimenticato, reduce da un evento fra i più brutali mai avvenuti nella storia dell’umanità.

Ed ecco che, dopo due ore e mezza di rilassante viaggio da Kyoto a bordo di uno splendido treno Shinkansen (ormai fedele e affettuoso amico), esco e varco l’uscita della fermata dal nome “Hiroshima”.

Mi dirigo munita di cartina della città a osservare (con solo un’oretta e mezza di autonomia) immediatamente il fulcro di ciò che desideravo vedere, il famoso ‘cerchio’ (perché geograficamente  si tratta proprio di un confine a forma circolare) che delimitava la zona dello scoppio della bomba del famoso e nefasto 6 agosto del 1945.

La mia prima tappa è stata quella del Museo della Bomba Atomica di Hiroshima, un museo modernissimo e   spazioso, da lunghi corridoi bianchi e così incredibilmente silenziosi.

Un intero padiglione ospita una fotografia a 360° del panorama di Hiroshima devastata dalla bomba, realizzata con 140.000 piastrelle sulle quattro mura (il primo numero stimato delle vittime): l’ingresso di questo memoriale è sovrastato da un orologio fermo alle 8.15, l’ora dell’esplosione.

E’ stato lui che più di tutto mi ha parlato, lasciandomi un senso di incredulità e di smarrimento per tutto il resto della visita.

Alle 8.15 quell’orologio si è fermato per sempre, e con sé si è fermato per un istante tutto il Giappone, e a seguito il mondo intero.

Quando di fronte a me osservo con i miei occhi oggetti storici, ritrovamenti e incedibili reperti di un’epoca così decisiva, mi sento così piccola, e riscopro quanto sia reale e contemporanea la sua materia. Materia del tempo che mai s’arresta, ma in quel preciso istante si è fermato con le lancette ancora là, immobili, quasi come a volerci dire che quell’istante fosse davvero troppo anche per il seguire imperterrito del tempo.

Così seguo la visita fra una serie di foto strazianti e di memorie, trattati storici e scientifici sull’effetto del nucleare, tutto incredibilmente utile quanto surreale. “E’ successo davvero“, continuo a ripetermi fra me e me.

Sorvolando le innumerevoli immagini impattanti del museo, mi soffermo su una zona che mi riporta alla memoria uno dei libri più profondi e belli che abbia mai letto, “Il grande sole di Hiroshima“: davanti a me, un corredo fotografico circa la storia della giovane Sadako Sasaki, bimba giapponese che visse l’incubo della bomba, sopravvivendo allo scoppio, ma accusando anni dopo la morte a causa dei devastanti effetti che avrebbero provocato le radiazioni con gli anni.

“Il leggero chiarore diventò una luce abbagliante. Gli occhi di Sadako si spalancarono. Contemplavano il cielo, nel suo eterno splendore”.

Si dice che mentre attendeva, ignara, la sua morte, Sadako non abbia mai perso la sua grande voglia di vivere, e che abbia continuato fino alla fine a costruire mille gru di carta, con la convinzione che l’avrebbero aiutata a guarire.

Ciò spiega il perché le gru colorate con i colori dell’arcobaleno costituiscano il simbolo stesso della città di Hiroshima e dell’invocazione alla pace: un’intera zona del museo è strettamente dedicata a piccole composizioni di gru da parte di bambini e da pensieri per Sadako, divenuta leggendaria a livello mondiale, e per numerosi altri bambini che come lei hanno dovuto soccombere a causa di una guerra spietata.

Gru di carta e arcobaleni che si ritrovano anche lungo tutto il parco del Memoriale della Pace, al di fuori del Museo, dove l’attenzione è rivolta ai bambini di Hiroshima e alle loro gru di carta, simboli di pace, di innocenza e di libertà.

Continuando a passeggiare, il senso di desolazione e di inquietudine mi sembra via via scomparire, sostituiti da una certa pace dei sensi, sarà forse perché il verde e i fiori dei giardini che compongono il parco sono tornati a brillare con i colori accesi di maggio.

Mi perdo in quell’istante, ma non sono turbata, tutt’altro; mi lascio trasportare da quell’evasione sensoriale tutta giapponese, permettendo che ricordi di guerra spariscano, portando avanti quelli di una calma e apparente serenità.

La città è perfettamente moderna, si è alzata dalle ceneri e si presta alla vita meravigliosamente, caratterizzata da un sole caldo e da canali lungo tutto il confine del parco.

Una città non diversa dalle straordinarie metropoli giapponesi, moderna ed efficiente, che più di tutte ha dimostrato la strabiliante operatività dei suoi abitanti nell’averla resa una città rinnovata e con la spiritualità ancora più forte.

Arrivo alla fine della mia passeggiata, e non posso non prestare lo sguardo al monumento che più di tutti è divenuto simbolo stesso dello scoppio della bomba, l’Atomic Dome, ciò che rimane dell”edificio progettato dall’ architetto ceco Jan Letzel risalente al 1915: il palazzo fu destinato a ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima.

Di fronte ad esso un cartello spiega che Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare  avvenne a pochissima distanza dall’edificio  (con ipocentro a soli 150 metri di distanza), unico a sopravvivere (ma solo in parte) alla strage. Questa costruzione rimase nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico, e viene oggi utilizzata come un monito a favore dell’eliminazione di ogni arsenale nucleare e un simbolo di speranza.

Non so bene definire la sensazione avvertita nel momento della visione in vicinanza del monumento, ma so di per certo che di colpo ho avvertito un calore così forte, ma così forte, da volermi convincere di andare e di tornare a raggiungere i miei amici. L’ora di autonomia era già volata, e avrei dovuto riprendere il treno per il mio rientro a Tokyo.

Eppure si, quel calore forte quasi come il sole a ferragosto l’ho percepito bene, ed era così reale da lasciarmi ancora perplessa e stordita.

Quel momento faceva male agli occhi.

Così mi incammino con passo spedito,  raggiungo uno dei tanti pulitissimi ed elegantissimi taxy giapponesi,  saluto quella città così tranquilla, e un fruscio di vento e un lieve rumore di uccellini che volano in cielo mi riporta alla realtà di un clima nuovamente  rasserenato e quieto, fatto anche di bambini che giocano sui marciapiedi perfettamente ricostruiti, di coppie innamorate, di ragazzi in bicicletta. Di Vita nuova, di vita piena di energia.

Perchè si, non mi pento di aver visitato in solitudine quella città, perchè l’emozione di aver potuto fare un salto nel tempo in due ore appena di passeggiata, non la scorderò mai.

Mi allontano dentro il taxy e mi giro quasi come di impulso, salutando con lo sguardo l’Atomic Dome che si fa sempre più piccolo, ma che rimane là, indistruttibile: e ripenso alla piccola Sadako che ancora gioca a costruire gru di carta mentre guarda al mondo speranzoso e sorride come solo i bambini sanno fare.

Con tutta la grinta di chi ha vissuto una tragedia e non ha mai perso la fantasia e la gioia.

Così per me è stata e sarà sempre Hiroshima, fenice risorta dalle tenebre e dalle ceneri più scure.

Giusto in tempo per tornare in stazione, un ultimo sguardo veloce all’epitaffio del memoriale che sembra ammonire in silenzio:

“Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore.”

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La Nike pro Hijab

Inutile negarlo: le campagne marketing della Nike sono sempre impeccabili.

Volenti o non volenti, d’accordo o in disaccordo, le loro pubblicità rimangono impresse nella memoria e fanno discutere.

E’ quanto è accaduto con l’ultima chiacchieratissima campagna della Nike in Medio Oriente, un elogio al coraggio e all’intraprendenza delle donne nel praticare liberamente le proprie attività sportive, contraddistinta dalla voce fuoricampo che recita : “Che cosa diranno di noi?” -“What Will They Say About You?“, e dal claim finale: “Forse diranno che sei la prossima campionessa”.

In un periodo storico come quello che sta vivendo ora l’America di Trump, tra un’ondata di Islamofobia e una lotta alla chiusura di confini, Nike rischia e vuole arrivare a quell’un milione e sei di mussulmani nel mondo ottenendo seguito e fedeltà modernizzandosi alle esigenze più basiche.

E’ infatti apparso pubblicizzato il primo Hijab firmato Nike, in tessuto poliestere e traspirante, adatto a tutte quelle donne che vogliono praticare la loro passione sportiva, sentendosi a proprio agio in ogni occasione.

Si chiama “Nike Pro-Hijab“, e sarà commercializzato il prossimo anno, a pennello per le Olimpiadi invernali del 2018 in Corea del Sud.

Ero davvero colpita ed emozionata quando ho saputo dell’iniziativa – ha affermato alla Cnn Money la pattinatrice Zahra Lari, testimonial della campagna pubblicitaria – ho provato diversi modelli, offrono ottime prestazioni”.

Effettivamente tante sono ormai le atlete musulmane che hanno dichiarato di trovarsi confortevoli indossando il velo anche e soprattutto nelle attività sportive.

 

Una cosa è certa: la chiave di volta della Nike è sempre stata quella di partire da un prodotto per vendere l’intero brand, e non viceversa.

Riuscirà il logo “Pro Hijab” a convertirsi nel nuovo “Just do it”?

Senza dubbio l’intento è già molto perspicace.

Personalmente trovo che il la risposta al claim della campagna “What will they say about you?“- “Maybe they will say that you outdid all expactations“- sia un grido forte e di accezione universale nei confronti di tutte le grandi o piccole donne che riconoscono di potercela fare con le proprie forze.

 

Pro Hijab, Nike

D’altra parte si sa, Nike ha sempre desiderato battere qualsiasi limite, e forse – almeno strategicamente parlando- sa farlo molto bene.

Ancora una volta, per me, ottima riuscita Nike.

Just do It, Nike

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°Il mito di Horus e Seth°

La trasmissione del potere regale da padre in figlio era, nell’Antico Egitto, consacrata dalla leggenda e della disputa tra Horus e Seth.

Si racconta che un tempo Osiride fosse il re di tutti gli dei. Secondo una versione del mito, il fratello Seth, volendo usurpare il trono di Osiride, ne dilaniò il corpo in tanti pezzi, che sparpagliò per tutto l’Egitto.

La moglie di Osiride, Iside, insieme alla sorella Neith raccolsero ogni pezzo e, con l’aiuto di Anubi, lo ricomposero trasormandolo così in una mummia. In questo modo Osiride rinacque e divenne il dio dell’Alidlà.

Iside riuscì a farsi ingravidare dal marito e da questa unione nacque il dio Horus. Diventato adulto il dio falco Horus si scontrò con Seth per riottenere il trono del padre.

Gli dei, per porre fine alla diatriba, si riunirono in consiglio e Ra decise di chiedere alla dea Neith chi fosse il legittimo successore di Osiride.

La dea scelse Horus, che, da quel momento, divenne re, mentre Seth divenne il dio del deserto e dei paesi stranieri, simboleggiando così la lotta tra la fertilità della valle del Nilo e il deserto arido.

Horus è raffigurato con la corona doppia con testa di falco o di un falco solare alato, che serviva come emblema  di protezione delle porte e dei corridoi dei templi. Con suo padre, Osiride e Iside formarono la triade più importante nella mitologia egizia.

 

Horus Faucon
Musée du Louvre

Nell’ideologia regale egizia, ogni faraone che muore è Osiride, ed il figlio che gli succede al trono Horus.

 

Stele dedicata a Atum e Osiride dallo scriba regio, sovrintendente ai granai del Sud e del Nord, Amenhotep
Museo Egizio di Torino

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Classico&Contemporaneo

Ecco come risulterebbe oggigiorno un piccolo frammento d’arte classica trasposta nel presente.

Enjoy it. 🙂

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Mata Hari: arte, amore e libertà

Sono una donna nata nell’epoca sbagliata. Ed è qualcosa che nulla potrà emendare. Non so se il futuro serberà memoria di me ma, se ciò dovesse accadere, mi auguro di non essere mai considerata una vittima, bensì una persona che ha coraggiosamente scelto i propri passi e ha pagato senza paura il prezzo che le è stato imposto.

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Margaretha Geertruida Zelle, ai più nota come Mata Hari, non è stata solo una spia, una danzatrice affascinante e capace di incantare fra  gli uomini più potenti e invidiati, ma soprattutto una donna di grande personalità, emblema della libertà che si incarna in  una femme fatale dotata di un carattere senza precedenti.  Ricca non lo era, forse, ma ha danzato sui palchi di molti teatri, ha avuto amici e amanti importanti, era conosciuta da molti e tutti meraviglia nel mondo dorato della Belle Époque. Dall’inizio della guerra ha incontrato e amato tenenti, colonnelli e capitani, dai quali,  a quanto si dice, ha carpito informazioni da vendere al miglior offerente. Così, nonostante le prove inconsistenti, Mata Hari viene arrestata, processata e condannata a morte.

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Insomma, una donna di cui si può disquisire su tutto, ma ci si trova d’accordo sul fatto di non poterla additare come una persona indifferente.

Mata Hari

Mata hari è quella stessa impersonificazione della definizione tutta francese de La Vraie Vie, la vita vera, fatta di momenti di bellezza indicibile e di profonda depressione, di lealtà e di tradimenti,di paure e di momenti calmi e tranquilli.

Una vita come molte altre, ma Vera, intensa, controversa, combattuta.

Opera d’arte umana, Mata Hari conferma e raggiunge, fin all’atto estremo della morte, quella spettacolarizzazione e quell’evasività tanto ricercate ed adulate in vita, affrontando a testa alta i suoi carnefici al suono di un  “Sono pronta”.

«Mata Hari – sostiene Paulo Coelho – fu una delle prime femministe: ha sfidato gli uomini dell’epoca e scelto l’indipendenza. Dalla sua storia possiamo trarre una lezione anche oggi, quando gli innocenti pagano ancora con la vita le accuse dei potenti»

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Una donna complessa e in linea con la modernità, nel suo essere imprendibile e fuori dagli schemi, saggia, amante del bello e della semplicità, ma in perenne contrasto con una vita fatta d’arte, di scandali e di difficoltà.

Stratega, tattica, invidiata, spesso odiata; ma dotata di grande profondità, sensibilità e in perenne speranza nei confronti dell’Amore, come lo si deduce da uno dei tanti estratti dei suoi scritti:

«C’è un mito greco che mi ha sempre affascinato e e che, penso abbia molti elementi che ricorrono nella vostra storia, perlomeno in una variante adottata presso alcuni popoli.

C’era una volta una bellissima fanciulla , ammirata e temuta nel contempo, perché si mostrava troppo indipendente. Si chiamava Psiche.

Disperato perché la figlia sarebbe rimasta nubile, il padre si rivolse al dio Apollo, il quale escogitò una soluzione: la giovane doveva salire sulla cima di una montagna, vestita a lutto, e trascorrere lì la notte, in solitudine. Prima dell’alba, sarebbe comparso un serpente che l’avrebbe sposata. La giovine seguì gli ordini del Dio, e, giunta sulla cima della montagna, infreddolita, si addormentò. Il giorno dopo si svegliò in un palazzo bellissimo e scoprì di essere la regina di quelle terre. Ogni notte veniva raggiunta dal suo sposo, il quale, in cambio dell’amore e della passione, aveva previsto che si impegnasse a non cercare mai di vedere il suo viso.

Dopo alcuni mesi, la giovane era follemente innamorata dello sposo, che si chiamava Eros. Adorava conversare con lui, provava un piacere immenso nel fare l’amore e si sentiva trattata con un rispetto sincero e profondo. Tuttavia viveva nel timore di essere sposata con un serpente orribile.

Una notte, non riuscendo a frenare la curiosità, attese che il suo sposo si addormentasse, scostò delicatamente il lenzuolo e, alla luce di una lampada a olio, potè ammirare il volto di un uomo dalla bellezza incredibile. Una goccia d’olio cadde dal lume e risvegliò Eros che, sentendosi tradito nella sua unica richiesta, scomparve.

06_98Ogniqualvolta ripenso a questo mito, mi domando: potremo mai scorgere il vero volto dell’amore? E comprendo ciò che i greci intendevano insegnare con quella storia: l’amore è un atto di fede nell’altro, e il suo volto misterioso deve restare sempre celato.

Bisogna vivere ogni momento con trasporto ed emozione perché, se cerchiamo di decifrarlo e comprenderlo, la magia di quel sentimento supremo scompare. Ecco perché dobbiamo seguire i sentieri luminosi e tortuosi, accettare che ci conduca sulla vetta più alta o nel mare più profondo, sempre confidando nella mano che ci guida. Se vinceremo i nostri timori, ci risveglieremo in un palazzo fiabesco; se avremo paura di compiere una rivelazione, non otterremo mai nulla.»

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Spiegato, forse, il più grande errore della splendida e indecifrabile Mata Hari: dopo anni e anni vissuti in tortuose montagne brulle, aveva cessato di credere all’ amore, svilendolo e trasformandolo nel proprio servo.

L’amore non obbedisce a nessuno e tradisce solo coloro che tentano di decifrarne il mistero.” (cit. La Spia, Paulo Coehlo).

E così, mi piace pensare che sì, la sua unica immensa colpa è stata proprio quella di essere una donna libera.

Una libertà che echeggia in eterno e che  rende contemporaneo anche un remotissimo 1917.




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Alda Merini

GOOD_NIGHTLa donna è un firmamento, ma se un uomo non sa leggerle dentro, vede solo la notte

Io sono con te in ogni maledetto istante che ci vuole dividere e non ci riesce

Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della edf3cd4ef61443ecd6134726d359efbatua vita rimpiangerai per tutto quello che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto




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Viaggiare da soli: un’esperienza che tutti dovrebbero provare

Un proverbio Lakota dice: “Non avere paura di essere solo. Le aquile volano da sole. I piccioni volano in gruppo”.

Intendiamoci, non che viaggiare in compagnia sia disdicevole, tutt’altro: la gioia di partire in gruppo con i propri amici storici non ha prezzo.

Eppure, credeteci, che si voglia o no, viaggiare da soli è proprio quell’esperienza che non potete perdere e che dovrete fare almeno una volta nella vita. Vi chiederete: “perché mai’”?

Ebbene, ecco qui diversi validi motivi per cui il vostro spirito avventuriero possa convincersi a salpare l’ancora e a navigare mari sconosciuti anche privi dei soliti fedelissimi accompagnatori.

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NESSUNA INVERSIONE DI ROTTA
Quante volte vi è capitato di programmare tutte le tappe del famoso viaggio di gruppo con meticoloso e minuzioso lavoro, per poi aver dovuto gestire disdette, cambi improvvisi, negazioni da far salire l’emicrania, o addirittura silenzi infondati? (“Ma come, erano così convinti circa la meta due mesi fa!’’). Ecco, dimenticatevi di tutte queste fastidiosissime faccende: ora sarete voi i capitani della vostra barca, non avrete più a che fare con imprevisti- sorpresa, perché vi renderete presto conto che tutto quello che organizzerete, dalla A alla Z, dipenderà esclusivamente dalla vostra stessa persona. Facile e molto meno dispendioso, no?

bussola-1L’AUTORE ED IL CREATORE DEL DIPINTO SIETE VOI
Avete presente quando da piccoli ci si ingegnava nel completare una costruzione con mattoncini Lego o un quadretto con i gessetti, quanta fatica, ma quanta soddisfazione una volta concluso l’ultimo step? Lo stesso per il vostro viaggio in solitaria: inizialmente la meta potrebbe apparirvi come un grande scoglio, una corsa ad ostacoli, ma poi, piano piano, tassello dopo tassello, potrete fermarvi a ripensare a quanto bravi e creativi siate stati nel costruirvi la vostra avventura giorno per giorno, proprio come per un capolavoro di un autore o di un grande pittore. Le sfumature sono solo vostre, personali e di nessun altro. Se non è arte questa

LE SFIDE NON SARANNO POCHE, MA VERRANNO LA PENA
Un famoso detto dice: “Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare’’, e allo stesso modo per voi alle prese con il vostro viaggio: non sarà così facile adattarsi, farsi conoscere e piacere dai futuri compagni di viaggio, rimanere pazienti e, insomma, rilassarsi da subito. Eppure, se siete spiriti avventurieri amanti delle novità e grandi esploratori, converrete dal principio: viaggiare da soli aumenta il senso di libertà, principio base per l’avventura, la carica di adrenalina, la curiosità, la connessione con la vera natura dello spostamento, insegna a comportarsi senza troppi cliché o pregiudizi, né condizionamenti inutili. Imparando a bastarvi, la routine sarà solo un ricordo, e il vostro viaggio si trasformerà in una vera e propria montagna russa di emozioni. Provare per credere!!

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NON SARETE MAI SOLI
Altro punto fondamentale se non primario. Molti pensano che viaggiando da soli si è destinati a rimanere sempre isolati ed indifesi. Niente di più sbagliato! La solitudine è cosa ben salutare quando la si vive di buono spirito: troverete tantissimi compagni durante il vostro viaggio, e imparerete a conoscerli senza maschere né implicazioni. Si, perché i veri viaggiatori si riconoscono e non vedono l’ora di socializzare e di condividere le proprie rotte. Anzi, si dice che le amicizie più belle e durature sian quelle che nascono da viaggi in solitaria, forse proprio perché frutto di un’intensità tutta sua. Cosa aspettate dunque? Potrebbe essere il via di un’amicizia eterna ed un ricordo indelebile da mantenere nel tempo con lo stesso sorriso.

wdf_2027883COCCOLE VERE
Ma chi l’ha detto che per volersi bene e doversi regalare meritate coccole- eh si, tutti noi sognamo di essere riveriti dopo mesi di lavoro stancante- debba per forza trovarsi un partner o doversi concedere giornate alla Spa? Il regalo più grande che potete farvi l’avrete viaggiando soli: si, perché il relax sarà nulla a confronto di una buona dose di brivido giovanile! Come quando eravate bambini, infatti, vi accorgerete di quanto sarà facile essere  ripetutamente coccolati dalla gente locale che farà di tutto per mettervi a vostro agio, aiutarvi, invitarvi a trasportarvi pesanti valigie.. insomma, con quella faccia da naviganti impauriti, vedrete quante pesci abboccheranno e vi faranno sentire tempestivamente a casa come non lo siete stati mai! Furbini!

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NESSUN PREGIUDIZIO
Voi siete voi in quel singolo momento e basta, non il vostro personaggio costruito a tavolino e ‘stereotipato’ dai vostri amici fedeli. Da soli in viaggio ci siete voi e basta, senza precedenti né memorie, e sarete sorpresi nell’accorgervi che la vostra persona sarà nuova ogni giorno, e sempre diversa, e questo solo grazie alle vostre mosse. Nessun pregiudizio quindi, per cui sì alla fantasia e all’immaginazione, e se vorrete raccontare storie straordinarie o vestirvi da samurai per una notte di follia, che male c’è? Incredibilmente vi presterete a buttarvi in avventure mai attuate o a farvi coraggio per folli imprese, o semplicemente vi conoscerete da zero per quello che starete facendo e che sarete in quell’istante stesso. Liberatorio!

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NESSUN COMBATTIMENTO DA DON CHISCIOTTE
Nei viaggi di gruppo capita spesso di scatenare ire di Achille ad un semplice “Ragazzi, posso mettermi io nel posto vicino al finestrino?’’, per non pensare alle foto da scannerizzare prima di poterle pubblicare nel diario di viaggio di compagnia. Insomma, dover stare attenti ad ogni minimo particolare che non dipende dalle vostre volontà. Provate invece l’ebrezza di scegliere la postazione preferita senza che nessuno che vi faccia il muso, o di condividere foto ed esperienze come e quando se ne avesse voglia. Probabilmente vi sembrerà TUTTO troppo bello!

CONOSCERVI COME NON MAI
Forse non esiste psicologo migliore che vi indichi chi siete della meditazione acquisita durante un viaggio in solitaria. Lasciando da parte funzioni routinarie, confort zone, famiglia e gruppi, dovrete fare i conti con la vostra vera realtà: quella personale. Immergendovi in culture, mari e paesaggi, persone del tutto estranee, vi renderete conto che la prima vera scoperta acquisita sarà quella della vostra stessa persona. Avrete tutto il tempo di riflettere sui vostri percorsi, di capire le vostre inclinazioni, e addirittura di meravigliarvi per un orizzonte, un dettaglio detto da un vostro compagno di viaggio, di sensibilizzarvi o di rafforzarvi emotivamente: tutto questo incredibile viaggio verso il profondo di voi stessi sarà ben più divertente e salutare che dieci sedute da un bravo psicologo (e ben meno costoso) !!

backpaker-3NON SARETE GLI STESSI CHE SONO PARTITI
Avrete sentito questa frase mille e mille volte. Ma non esiste nulla di più vero. “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi” diceva Proust. E il viaggiatore solitario lo sa bene. Il tesoro più grande che acquisirete lo avrete là stretto con voi ogni singolo giorno del vostro ritorno a Itaca: vi sentirete più forti, più decisi, vittoriosi e decisamente avventurieri. Quindi, nel momento in cui vi capiteranno momenti no, guardatevi allo specchio e ricordatevi che anche voi siete stati dei pirati imbattibili in preda a tempeste burrascose!

IL MONDO FUORI E’ MERAVIGLIOSO
Nel momento in cui sarete soli immersi nel vostro  nuovo confine di mondo, vi accorgerete, credeteci, di quanto sia vivo e sorprendente il paesaggio da attraversare: non sarete distratti da vincoli di relazione con le persone, e, proprio come nel film Into the wild, sarete trasportati in un’altra dimensione, quella assolutamente selvaggia e primitiva di un tu per tu con la natura.

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MONEY, MONEY, MONEY
Viaggiare da soli vi permetterà anche di risparmiare su piccoli sfizi. Avete presente quante volte in compagnia ci si debba adattare a confort di gruppo, quando nella stessa situazione da soli ‘non l’avreste spesi così tutti quei soldi’?  Ecco, vi riapproprierete d’incanto delle vostre finanze. Il budget lo controllerete voi, gestendo le spese quanto meglio crediate, convertendovi in piccoli grandi manager di voi stessi. Soddisfatti e rimborsati.

Per tanti tanti altri motivi viaggiare da soli potrebbe essere la vostra più grande e meravigliosa avventura. Cosa aspettate a preparare le valigie e a salpare?

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Lavapiés, il mondo in un Barrio

Metro Lavapies, Madrid
Metro Lavapies, Madrid

Vivere a Madrid significa vivere un po’ in tutto il mondo.

Il melting pot che si ritrova passeggiando nelle sue grandi strade non ha mai smesso di meravigliarmi.

Non esiste giorno, minuto, momento, in cui dai locali e dall’irrefrenabile andirivieni quotidiano cittadino non avvenga qualcosa di magico, di nuovo, di diverso.

Si, perché la diversità a Madrid riveste un ruolo di tutto rispetto, e se dovesse essere riassunta  in un altro nome, verrebbe senz’altro chiamata “Lavapiés”.

Non mento: se già il melting pot e lo stravagante è cosa ben cara a Madrid, se avrai la fortuna, come è accaduto a me, di vivere nel quartiere alternativo di Lavapiés, la meraviglia sarà di casa.

StreetArt, Lavapies
StreetArt, Lavapies

Porzione amministrativa dello stesso ordinamento dei vicini Chueca, Las Letras o Malasaña, il quartiere- barrio- di Lavapiés prende il suo nome da una strada, una piazza e dalla stazione della metro.

Si racconta che fino al XV secolo Lavapiés sia stato il quartiere ebraico di Madrid e che, passeggiando casualmente per una delle sue strade, ci si possa imbattere fino a 88 differenti nazionalità risiedenti.

Nato come nucleo residenziale povero e umile,Lavapiés ha conosciuto negli anni un’esplosione culturale senza precedenti, e, grazie all’incanto emanato dalla tipica atmosfera bohémien, si è convertita in meta indispensabile, attraente e affascinante agli occhi dei tanti liberi professionisti.

In Lavapies vi sono ben 107 strade arricchite di ristoranti e locali internazionali, bar e taverne, complessi teatrali con più di mille funzioni annuali, gallerie d’arte, circoli, cineteche.

Ma più di tutto dentro Lavapiés c’è Vita.

Il dinamico passato di questo barrio così animato non ne è da meno.  La storia racconta che in origine Lavapiés sia stato quartiere ebraico di Madrid e che il suo centro principale di azione e di riunione fosse la Sinagoga, trovatasi  sul luogo dove ora sorge la Chiesa di San Lorenzo. Nel XV secolo, dopo l’espulsione degli ebrei, alcune famiglie sono state costrette a convertirsi al cattolicesimo per poter continuare a vivere indisturbati.

L’intero processo di cristianizzazione ha portato alla denominazione di antiche strade in titoli religiosi come  Ave Maria, Fede, Amore di Dio, e a molte altre. È interessante poi notare come, a più di cinque secoli dopo, in questo peculiare quartiere culture diverse coesistano oggigiorno in armonia, ricche dei propri credi e di tradizioni singolari, usanze e costumi.

Ma è con  l’epoca del Medioevo che il quartiere inizia a modificare interamente facciata e a essere ufficializzato con il nome particolare con cui  si ricorda. Si dice infatti che nella piazza centrale del quartiere vi fosse una fontana in cui gli ebrei effettuavano abluzioni e si lavassero i piedi prima di entrare nel tempio. Da qui il curioso nome di  “Lavapiés. Bisogna inoltre sapere che i castizos di questo quartiere sono stati chiamati Manolos e Manolas, provenienti dal periodo ebraico , perché questo era il nome con cui molti ebrei furono battezzati per sfuggire l’espulsione del 1492.

Persino la topografia del quartiere è peculiare. Lavapiés è una delle aree di Madrid con pendenze elevate e pendii, data la sua strategica posizione geografica all’interno della città , poiché si affaccia su un terreno che è attraversato da ruscelli discendenti  verso il fiume Manzanares.

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Si racconta che dopo il suo passato ebraico Lavapiés sia stato catalogato come quartiere dal grave abbandono sociale,  ulteriormente illustrato e documentato da artisti e da scrittori del XIX secolo.

Dopo la guerra civile spagnola lo stadio di abbandono è cresciuto, e ciò si è riflesso sia nel deterioramento delle forniture di base per le case degli abitanti, sia nelle piccole curiosità pervenute, come per il caso della sorgente Cabestreros, che è stata conservata durante il periodo Franchista e che oggi simboleggia uno dei due riferimenti alla seconda Repubblica rappresentati in un monumento pubblico di Madrid (il secondo è dato dalla Fuente de la Cuesta dei ciechi, ai piedi della collina omonima che risale al Vistillas dalla strada Segovia).

Via via han preso piede nuovi progetti sociali e di collettività: le comunità giovanili, attratti dalla posizione atipica e dalle rinvenute possibilità economiche, hanno iniziato quindi a costruire prospettive di riqualificazioni e di rigenerazioni dell’intero quartiere.

Nel 1985, nel cuore di Lavapiés, nella via Amparo 83, è stato organizzato il primo  Centro Sociale autogestito. Attualmente si contano numerosi progetti di comunità alla stregua di questo primo spazio che per molti anni è stato solo un magazzino ed è ora un luogo di incontro e di riunioni, arricchito di un giardino e di un workshop di biciclette urbane; e proliferano sempre più  Centri Sociali Autogestionados– come la Tabacalera, la Chimera o FE1- tutti spazi organizzati in  forme di attività comuni come conferenze pratiche e multietniche per realizzare al meglio studi circa culture differenti e reciproche relazioni sociali.

Biblioteca UNED Escuelas Pias, ex convento cattolico
Biblioteca UNED Escuelas Pias, ex convento cattolico

Insomma, Lavapiés è senza dubbio il quartiere più multiculturale esistente nel centro di Madrid. Questo perché  la storia definita dal degrado, dall’occupazione e, infine, dal boom immobiliare ha permesso al barrio di passare dal presentarsi come tranquillo nucleo abitativo per persone anziane, al convertirsi nel  distretto con il maggior numero di case occupate nella capitale e di riparo per le persone con basso reddito e/o per gli immigrati,  per via dei prezzi storicamente più gestibili.

E sono proprio gli immigrati a costituire il tessuto sociale e punto forte su cui è basata l’intera Lavapies.  Qui si incontrano i migliori ristoranti indiani, arabi, cinesi, pakistani e turchi dell’intera Madrid, e ad ogni angolo  sembrerà di trovarsi una porzione di confine differente.

Impossibile non imbattersi in odori e profumi, spezie e incensi, tiendas etniche e tipici bazar ricchi dei mille tessuti colorati.

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Famose  sono anche le feste di San Lorenzo, tenute  nel mese di agosto e attrattive per  molti locali limitrofi. Tapapiés, un percorso internazionale di prelibate tapas , è divenuto un evento primario e imprenscindibile per la famosissima e invidiosissima movida madrilena.

Colori, essenze, creatività, arte, murales. Nel multietnico Barrio di Lavapiés ogni dettaglio sembra suscitare il nostro stupore, e lo stesso si trasformerà in un  ordinario e fedele compagno di mondane passeggiate tra le vivaci calles spagnole.

Se sei un artista, un anticonformista, uno spirito libero, un amante della curiosità e delle stravaganze, non esitare e fai come me: passa un’intera giornata a farti travolgere dalla pacifica convivenza delle diversità culturali di questa piccola porzione di area che racchiude un Mondo intero.

E magari poi vivici dentro e fatti  contaminare dal ricchissimo bagaglio multivariegato dalle fusioni eccentriche e dalle tante singolari energie.

Non te ne pentirai e non ne tornerai la stessa usuale persona, puoi scommetterci. E capirai che forse gli unici confini visibili sono i soli nella mente di qualcuno. Perché si, puoi dirlo forte, a Lavapiés la convivenza e l’integrazione  sono possibili.

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Essere il Mare

Playa de Camelo, Santander
Playa de Camelo, Santander

Mi affascinano da sempre i marinai e i naviganti, perché sanno riconoscere il senso dell’attesa: sanno che come il mare,la vita, e’ un continuo altalenarsi di terribili tempeste e di calme piatte, di silenzi e di urli, ma loro riconoscono la bellezza e la grandiosità della marea solo quando hanno saputo cogliere e sopportare il silenzio dell’infinita attesa,del non ritorno. Il mare ama le persone impavide e piene di illogica speranza. Quando tutto sembra uguale ecco che il mare torna a ricordargli che un’altra grande avventura sta per verificarsi..

Mare al tramonto, Eolie
Mare al tramonto, Eolie




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Addio alle armi?

image“Mi trabajo es un grito de denuncia de la guerra y de los ataques de los enemigos de la República establecida legalmente tras las elecciones del 31 (…) La pintura no está para decorar apartamentos, el arte es un instrumento de guerra ofensivo y defensivo contra el enemigo. La guerra de España es la batalla de la reacción contra el pueblo, contra la libertad. En la pintura mural en la que estoy trabajando, y que titularé Guernica, y en todas mis últimas obras expreso claramente mi repulsión hacia la casta militar, que ha sumido a España en un océano de dolor y muerte.” – Pablo Picasso, 1937.

Quando entri nel monumentale Museo d’Arte Centro Nacional Reina Sofia e ti si presenta davanti, ne rimani attonito e turbato, tanto è imponente e impattante la staffa del dipinto. Eppure, Guernica- Olio su tela di Pablo Picasso- ti chiama, forte della sua dimensione spettacolare e della sua fermezza, dei suoi leggendari racconti che ne han fatto emblema storico, dei suoi chiaroscuro e delle figure rappresentate che sembrano voler ‘scappare’ dalla cornice stessa.

Uno tra le più strazianti opere d’arte che siano mai state realizzate, forse proprio perché è l’Opera d’arte moderna per eccellenza.

Pulsante ed intensa, Guernica sembrerebbe assumere le vesti di una fotografia appena scattata, di un documento, di una testimonianza riportata minuziosamente,  non fosse per gli emblematici “profili picassiani” che  riportano immediatamente al dipinto.

E allora capisci che quello che hai sempre letto e studiato negli anni non è mera riproduzione di dati, memorie e antiquariato, ma piuttosto prezioso dettaglio facente parte di un’unica grande realtà, quella stessa che credevi lontana e indecifrabile, ma che d’un tratto si rende chiara e attuale.

No, quello non è solo un dipinto, ma la lancinante raffigurazione della sofferenza umana, delle guerre insensate, di tutti gli scontri ‘civili’, che di civili non hanno un bel niente, della Pietatis di una madre che cerca invano di portare in salvo un bambino ormai volato via, della trasfigurazione dell’innocenza del mondo e della gente comune, vittime infinite e fragili, del grido miserabile di cui si serve la debolezza e la fatalità del presente, della tendenza primitiva di un’umanità che non vuole piegarsi nè arrendersi di fronte allo strazio desolante e cruente della morte.

Mi piace pensare che in questa scena tragica e rapida gli animali raffiguranti le  differenti simbologie si tramutino in umani, e gli umani in animali, in una dimensione contorta e disordinata fatta di una umanità bestiale e ormai priva di distinzioni, perché nel male e nella sofferenza non esistono più criteri per distinguere  razze, generi, specie.

L’orrore chiama e urla in bianco e nero, perché nel colore, si intuisce, risiede luce, energia, vita e nascita, e Picasso sapeva già che di quella tragedia- la guerra civile che distrusse la basca cittadina di Guernica, poi  divenuta l’emblema storico di tutte le guerre del mondo e nel tempo- non poteva che esser delucidata in tonalità monotematica, quasi a dirci che era già troppo così, che il dolore è solamente grigio, come è grigio il senso perduto della vita spezzata.

L’unico spiraglio di speranza si avverte flebilmente negli sprazzi bianchi e luminosi  emanati dalla lampadina portata in mano dalla figura a destra, chissà, forse simbolo della luce della Ragione che cerca di insediarsi debole ma decisa di fronte ad un’oscurità selvaggia composta di armi e di sangue ribollente. Mi piace pensare che il senno della ragione (che secondo Goya produceva mostri) sia rimpiazzata da un fascio di luce che verrà, in futuro, magari in una qualche galassia lontana, priva di guerre, armi e di torture, ma che esisterà.

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Sembreranno frasi e immagini buttate a caso, ma mai come oggi questo dipinto, che ho visto e rivisto nei miei giorni Madrileñi, mi chiama e richiama in silenzio, di fronte ad un mondo che tanto diverso da quel quadro non mi pare più d’essere. E se si riflette bene fino a in fondo, quella “pintura” ci appartiene, e la rivediamo nel profondo del nostro sguardo ogni volta che assistiamo a stragi, a uccisioni riportate dettagliatamente in televisione, a sparatorie, a guerre, a bambini in braccio a madri senza più espressioni, né identità.

La realtà che negli anni diviene Presente, mio e di tutti, in un unico istante.

E ancora una volta l’arte ci parla di memoria, di quella memoria tracciata eternamente lungo un frammento concreto per invitarci a non  dimenticarla, per poter lanciare un grido sordo quanto visibile, per poterci dire ancora una volta: “Ecco, questa è la rovina del mondo che vi siete voluti, e questo tormento echeggerà in eterno, se solo non vi rimpadronirete fermi e decisi di quella luce miracolosa di una ragione troppe volte spenta e calpestata”.

Ma quanto ancora dovremo attendere per poter cercare di ammettere che la storia, l’arte, la fotografia ci han insegnato già tutto in un circolo che continuerà a ripetersi?

Le immagini non mentono, e il reale si confonde con l’immaginario: forse tocca solo a noi decidere se far finta che questi avvenimenti descritti e rappresentati siano là, muti e immobili, o se indagare nel profondo e riaccenderli di vita e di significato veritiero, vivido e, ancora una volta, incredibilmente Contemporaneo.

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Roberta Bussolati




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Respectance, la rete sociale per i defunti

Cosa penseresti se ti dicessero che anche dopo la morte il nostro ricordo potra’ mantenersi attivo sul web?
Suona spettrale, ma e’ cosi’.
Parliamo della rete sociale piu’ famosa al mondo dedicata al mondo dei deceduti: respectance-300x240

Si tratta di una comunita’ di usuari che creano spazi personalizzati per ricordare una persona deceduta (di ogni genere ed eta’) attraverso la condivisione di un angolo di ricordi: la persona deceduta disporra’ di un piccolo profilo, e sara’ possibile allegarci immagini, video, testimonianze, pensieri e addirittura pezzi di storia vissuta.
Come rete sociale,inoltre, esiste anche la possibilita’ di creare gruppi o di unirsi a quelli gia’ esistenti, omaggiando parenti, amici cari, ma anche celebrities importanti.

Ormai le reti sociali sono insite in ogni momento della nostra vita, e, come si puo’ notare, perdurano anche dopo la morte stessa.

Quale sara’ il prossimo passo?
Magari la possibilita’ di potersi connettere con persone dell’aldila’ attraverso un semplice Click?

Nel mondo digitale, tutto e’ possibile.
Staremo a vedere, con decoroso silenzio e temuto riguardo. E con una forte nota di curiosita’.




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Marketing “Lo famo strano”

Personalmente adoro il marketing di guerrilla, e tutto quel che di creativo c’è.

Che ne pensate di queste stravaganti campagne pubblicitarie?

Alcune Vi saranno note, altre forse no. Sicuramente  non potranno lasciarvi indifferenti.

 

Non si può esaurire la creatività,

più ne usi, più ne hai.




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“Loving Vincent” e la vita di Van Gogh

Loving Vincent” sarà un nuovo avvincente film animato dedicato alla vita di Vincent Van Gogh, realizzato totalmente attraverso quadri fatti con tecnica ad olio su tela. L’animazione appare già spettacolare, ecco qui sopra il trailer.

Sarà un lungometraggio interamente dipinto su tela, realizzato mediante un progetto di crowdfunding attraverso l’utilizzo di tele dipinte da più di 40 artisti.

Loving Vincent- creato dallo studio cinematografico Breakthru Productions– attraverso un misto tra l’esperimento creativo, tecnologico e pittorico, racconta l’intrigante e misteriosa vita dell’artista olandese fino a giungere alla sua morte, avvenuta a soli 37 anni e per vicende tuttora poco chiare.

Un modo unico e rivoluzionario per raccontar la vita di un genio creativo che ha influenzato e ammaliato intere generazioni.




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Salvador Dalì e la sua Musa

Quando Salvador Dali incontra Elena Ivanovna Diakonova, donna sposata con Paul Eduard e madre di una bimba di dieci anni, lei è un anno più anziana,  – uno schema di famiglia classica dal quale la stessa vorrebbe fuggire – e si definisce amante del famoso artista Max Ernst. Gala abbandona rapidamente i due uomini per vivere la sua passione con il pittore spagnolo, sposandosi nel 1932. Diventa rapidamente la sua personale Musa – appare spesso nelle sue opere d’arte, mentre lui la trasforma in una icona vivente – oltre che sua agente e mecenate. E come amante? Difficile da comprenderne le dinamiche, sapendo che Salvador Dalì avesse affermato di essere ‘vergine’ e completamente impotente e che, dal canto suo, Gala non si intimorisse nell’aver reso pubblici i propri ‘affari’ con altri uomini . Nonostante ciò, a quell’epoca, entrambi sono profondamente innamorati l’uno dell’altro e, proprio nel creare il reciproco alfabeto romantico e nell’incoronare la loro storia d’amore, detta cerebrale più che fisica, risiederà la chiave del successo dell’eccentrico pittore:

Vorrei dedicarmi a Gala per farla risplendere , renderla il più felice possibile, prendermi cura di lei più di me stesso , perché senza di lei tutto sarebbe andato perso“.

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Salvador DALI in Cadaques.
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Salvador DALI, à Cadaqués.
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Original caption: 12/24/51-New York: Salvador Dali, surrealist painter, and his wife, Gala, arrive in New York, Dec. 24, aboard the Liner America. Dali, whose newly-regrown handlebars mustache is twirled by his playful spouse, returned to the U.S. after eight months abroad. The whimsical artist has had exhibitions in France, England and Spain. --- Image by © Bettmann/CORBIS
Original caption: 12/24/51-New York: Salvador Dali, surrealist painter, and his wife, Gala, arrive in New York, Dec. 24, aboard the Liner America. Dali, whose newly-regrown handlebars mustache is twirled by his playful spouse, returned to the U.S. after eight months abroad. The whimsical artist has had exhibitions in France, England and Spain. — Image by © Bettmann/CORBIS

20 Apr 1972, Paris, France --- Spanish surrealist painter Salvador Dali with his wife Russian model Gala, born Helena Dmitrievna Delouvina Diakonova. --- Image by © Marc Simon/Apis/Sygma/Corbis
20 Apr 1972, Paris, France — Spanish surrealist painter Salvador Dali with his wife Russian model Gala, born Helena Dmitrievna Delouvina Diakonova. — Image by © Marc Simon/Apis/Sygma/Corbis




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Accion Poetica

Sin Poesia no hay Ciudad..10593208_943226452358475_6707065053251801387_n 2 10153666_218370681689856_5349693112703309698_n 2 10152673_218370641689860_4643399577515046465_n 210152653_218372855022972_4636446851816297750_n 210151434_218375565022701_4630463447430004504_n 210151402_218375261689398_2884131939932487291_n 210150545_218375218356069_4175451772487112973_n 21454701_218382815021976_9216280486240112059_n 21384289_727005027313953_184362416_n 21239494_218371268356464_7624054345215480659_n 2485567_218371011689823_6225409917103956719_n 2999840_218372781689646_8801543483378862768_n 2883700_218373088356282_6813706016058259996_o 2249099_10151665393276974_111899988_n 210177426_219307478262843_8309566166136782123_n 210177936_218375115022746_2587681259827144689_n 210171088_218375158356075_1271639621037648203_n 210157378_218371295023128_3134865502268465150_n 21014457_218375385022719_6728788177463296526_n 21014293_218382591688665_8841587167647484948_n 2




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