Inshallah

Rabat

L’anno scorso mi son spinta con amici formidabili alla scoperta di una landa meravigliosa e piena di storia, quella del Marocco.

Per dieci giorni di bagaglio a mano ristrettissimo e tanta sete di conoscenza negli occhi, abbiamo davvero visitato il possibile: da Marrakech, a Essaouria, a Casablanca, a Rabat, passando poi per Meknes, attraverso Volubilis, per la preziosa Chefchaouen fino alla imperiale Fes.

Un viaggio davvero tale, fatto di profumi, sapori, spezie, colori mai uguali e territori vari e culture variegate.

Quel che più mi affascina di ogni viaggio però, sono sempre le esperienze fatte di ricordi inusuali e dalle loro persone. Insieme a noi viaggiava Hajar, una bellissima marocchina italianizzata residente a Torino, ma originaria di Rabat.

E se è vero che i viaggi li fanno le persone.. viaggiare con una ragazza così moderna ma con una cultura così differente dalla mia, non poteva che regalarmi un inevitabile “segno”.

Il ricordo più magico della vacanza la ripongo in alcuni dettagli: il conoscere la storia e la religione di Hajar, lo scoprire le tante complicità nonostante punti di vista svariati, l’assistere alle preghiere quotidiane che lentamente divenivano un rito anche per me, e poi quelle chiacchierate genuine su ogni aspetto della vita.

E poi lo scoprire quanta dolcezza, perseveranza e costanza, riponesse Hajar nei riguardo della sua idea di amore, ancora così ingenua, sognante e casta. Ma ricca di sana speranza.

E ancora quella sera famosa e improvvisata, in cui da una notte di hotel a Casablanca ci trovammo a modificare tratta e a dormire ospitati gentilmente dalle zie di Hajar in Rabat. Una notte epica, decisamente poco turistica, ma speciale: non mi succede di rado di venire invitata a dormire a casa di una famiglia intera- dolcissima e iper generosa- di assaggiare un mega cous cous fatto in casa e di bere del buon the alla menta in orario notturno. Ma ancor più inusuale ritrovarci a notte fonda attorniati in tavola, a ringraziare per la gioia del cibo, mentre simpaticamente e assonnatamente proviamo a condividere le nostre storie nonostante la difficoltà comune della lingua.

E come scordare il momento in cui da vera ospite marocchina, son stata letteralmente invitata dalle donne di casa a cambiarmi e ad indossare i loro vestiti regali marocchini, mentre con gli occhi brillanti color ebano delle simpaticissime e dolcissime zie di Hajar, mi sono sentita coccolata come un cucciolino abbandonato.

Un mondo così diverso, ma così prezioso.

Queste sono le piccole cose che mi fanno apprezzare ore ed ore di trasporti, di chilometri, di sballottamenti e che mi ripagano nel profondo.

Ed è proprio quando cercavo di trattenere le risate in mezzo a quello sfavillare di luci e vestiti che mi rendevano così buffamente goffa, che ancora una volta mi è venuta chiara la consapevolezza che il diverso- quando lo impari a conoscere, a interpretare, a studiare senza giudizio- sia bello così com’è, con quelle contraddizioni e quelle stranezze che caratterizzano il mistero dell’Altro.

Un viaggio che cosa non è se non fare i conti, per poi apprezzare, quella diversità: nei sorrisi e negli occhi profondi di chi ancora crede, di chi ti sa mostrare un mondo di valori tutti suoi, e di chi ti rispetta, perchè in fondo- dietro a quegli sguardi timidi e a quella capacità di tenere alti i sogni senza bisogno di condividere troppe parole- siamo così inspiegabilmente simili.

“Inshallah” amica mia.

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Il Teatro..che Magia!

“Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.”

Non so bene cosa mi abbia spinto ad iscrivermi al corso di iniziazione teatrale quest’anno. Forse la mia smania di esperienze, la mia ahimé incurabile irrequietezza, la mia smodata passione per l’arte, la mia grande curiosità, o forse solo il fatto che molti dei miei più cari amici recitassero da tempo e volessi provarci anche io. Tante le domande che mi ero posta prima di buttarmi a bomba – un po’ come per tutte le esperienze degne di esser tali e che ho più volte vissute a nervi tesi- nel magico mondo della recitazione. Poi senza troppe esitazione l’ho fatto, e bum, pronti e via.

Con il passare del tempo e delle lezioni ho maturato l’idea che il teatro ti conquista, non tanto nel cercare di comprenderlo- perché credete, spesso capire il teatro è alquanto probabile- quanto nel farlo, nel rendersi conto che ogni lezione riusciva a tirar fuori una piccola parte sempre nuova di te stessa. E con il passare dei giorni anche quel nucleo di ragazzi che condividono questa passione assieme diviene una piccola grande famiglia. Improvvisata, ma una famiglia. Avete mai provato a ballare, a far versi, a cambiare voce o peggio a svenire e a urlare davanti a sconosciuti? Beh ecco, questo è il teatro. E molto, molto altro.

Non riesco ancora a capire se sia portata o meno per questa forma d’arte, ma so che ha rappresentato un tassello straordinario di esperienza quotidiana, un qualcosa di forte e di indelebile che ti si appiccica addosso, un pò come quando ti viene in mente una musica o un profumo che non riesci più a cacciare via. Il teatro mi ha insegnato in primis ad osservare, dote questa per nulla scontata ai tempi nostri, e poi a fidarmi del prossimo- che cosa così faticosa, penserete- a coordinarmi con i miei movimenti e con quelli altrui, a improvvisare e ad esasperare. Ma soprattutto, ha permesso che mi lanciassi- con grande divertimento- nel reale e nella finzione e nel reale che diviene magia: nulla è sbagliato, non esiste l’errore, esiste solo la tua capacità di raccontare storie. Questa è una splendida lezione che ho appreso durante questo intenso percorso teatrale. E risate e commozioni e pianti e fatica. Un mix di sensazioni indefinibili.

E nonostante fino alla fine non avessi creduto troppo nella causa, perché mi chiedevo spesso se ne valesse la pena, dopo un tran tran quotidiano fatto di ore di lavoro e di sveglia all’alba, la passione si instaurava pian piano creando costanza.

E poi, il giorno del saggio- finalmente il primissimo approccio con un palcoscenico- magicamente ti diviene tutto così chiaro. E’ come quando dopo un lungo viaggio di ore ed ore di sballottamenti aerei (e io non godo mai ma mai mai in aereo) ti risvegli nel posto tanto desiderato e pensi ”si, ne è proprio valsa la pena”. E’ un impulso elettrico, un attimo che si fa fuggente, un momento tanto intenso quanto unico, adrenalina allo stato puro, una scossa che ti risveglia da ogni torpore, lo scorrere di sangue nelle vene e la voglia di spaccare ogni cosa e di abbracciare tutti allo stesso tempo. E’ tutta Vita che scorre e che non credevi possibile sentire in quel momento così breve.

Mi piace pensare che i sognatori vivano mille vite, e che non siano mai realmente soddisfatti, perchè cercano, sperimentano e ne immaginano di sempre nuove: così è quando reciti, puoi vivere mille vite differenti, crearne di tue, farlo in maniera sempre diversa e unica, infiniti che collimano e che coesistono, ed entrare in un mondo che si è fatto altro.

E forse alla fine, non siamo poi tutti un pò personaggi?

E posso assicurarvi.. non c’è niente di finto in quell’attimo, ma è tutto incredibilmente vero. L’arte che si fa reale e che ti porta ad Essere nel momento, ma esserci per davvero con carne e spirito. E voi, quante volte vi siete sentiti così?

Che poi- a dirla con le parole del grandissimo Vittorio Gassman- è proprio vero che il teatro è una zona “franca della vita, lì si è immortali” (…).

E sapete cosa penso?

La parte più bella del debutto non sta tanto nel recitare- nonostante l’indefinibilità nello spiegare quel cuore che sobbalza e l’emozione sempre diversa e quel mix di sentimenti inspiegabili che ti rimbalza adosso- quanto quell’attimo precedente all’entrata sul palco, quando il tuo maestro e i tuoi compagni- sconosciute persone che hanno incrociato il tuo cammino e ne hanno inevitabilmente stravolto un pò la forma- ti abbracciano, ti urlano parole che riscoppiano di emozioni e, come una centrale elettrica, ti trasmettono una carica piena di coraggio e di desiderio di unione. Si è un tutt’uno. Un momento che si fa eterno.

Perchè alla fine ci sei tu, sei solo con te stesso, ma insieme a quei compagni straordinari che hai imparato a sentire come spalla destra, come quel complice pronto a prenderti nelle difficoltà. Un faro, una guida, un sentirsi insieme invincibili eppure soli. Questa è la magia del teatro, uno scossone che ti piglia e ti butta avanti al pubblico, alle sfide, alla tormenta e alla turbolenza, e ”the show must go on”, come nella vita, e vai, non puoi fermarti ma solo andar avanti, e prendi il volo.

Uno splendido Viaggio che forse è solo l’inizio.

Grazie ragazzi, grazie Arte, grazie Curiosità, ancora una volta non mi sapete deludere.

Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.
(Victor Hugo)

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Apparenze

“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel ondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare.”

“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu… lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie… e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.”

American Beauty

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La via della Bellezza

Occorre sapere che avere un limite ed esserne consapevoli non ti rende limitato, ti rende perfetto, cioè pienamente compiuto, come una grande opera d’arte a cui non si deve togliere o aggiungere nulla.

Questo appare anche dal valore cognitivo del termine finis, visto che esso deriva da “definire” e “definizione”. Ovvero: quando di una cosa non si conoscono i suoi fini, nel senso dei suoi con-fini, la si comprende veramente e se ne può dare una de-finizione.

Per questo Paul Tillich, uno dei più importanti teologi del Novecento, ha potuto scrivere: “il confine è il luogo migliore per acquisire conoscenza”.

Il che ovviamente non significa non aspirare a migliorarsi,  significa piuttosto lavorare fino a raggiungere il confine del territorio a noi assegnato, senza volerlo oltrepassare e così sconfinare; significa curare quello che si è e solo quello che si è, senza desiderare di diventare quello che non si è nè mai si potrà essere.

Essere lieti del nome che si porta, del corpo che si ha, dell’intelligenza ricevuta, dei talenti di cui ci ha dotati il destino o la provvidenza: accettare tutto ciò significa raggiungere la propria perfezione, la quale in quanto compimento, è sempre strettamente individuale.

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Fire.

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Jerusalem light of the World

 

Difficile descrivere l’impatto di quando arrivi in Israele, terra da sempre così complessa, e ti accingi a visitare la magica Gerusalemme.

Città controversa, discussa, di luce, di ombre, di energie e di storia secolare.

Gerusalemme è contesa da israeliani e arabi palestinesi dalla fine della Seconda guerra mondiale. I primi rivendicano di averla fondata e averci costruito il luogo più sacro per l’ebraismo, il Tempio Santo, di cui oggi rimane solo un pezzo, il cosiddetto Muro del pianto: il Muro del pianto era un basamento del Tempio, che oggi possono vedere e visitare anche i turisti rispettando alcune precise regole.

 

Le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Un impatto davvero forte: quello che più mi ha colpita sono state le giovanissime donne preganti e piangenti (si perché la preghiera sembra più vicina ad un lamento sofferente e ripetitivo) accanto a donne di ogni età. Una ragazza rasta con uno zaino con scritto ‘we can run the world’, che prega accanto ad una donna anziana di ben altro stile. Ma l’effetto che mi produce osservarle è tutt’altro che scomodo, anzi: mi sembra quasi di sentirne un senso di inspiegabile pace.

I secondi, gli arabi palestinesi, l’hanno abitata per secoli, un periodo nel quale hanno costruito l’edificio più emblematico della città, la Cupola della roccia, ovvero quella cupola d’oro che svetta guardando Gerusalemme da lontano. La Cupola della roccia e la vicina moschea di al Aqsa si trovano sulla cosiddetta “Spianata delle moschee”, cioè il luogo dove si trovava il Tempio Santo.

Gerusalemme è un luogo fondamentale e venerato anche per i cristiani, perché si ritiene che lì abbia vissuto per qualche tempo e sia morto Gesù Cristo: nel luogo della sua morte è stata edificata una basilica, la Chiesa del Santo Sepolcro, meta di milioni di pellegrini, di un’energia così potente da immaginarsi Gesù Cristo uscire dalla sua tomba da un momento all’altro.

 

Tutti gli edifici religiosi più importanti si trovano nella città vecchia, uno spazio di un chilometro quadrato circondato da mura imponenti, costantemente pieno di turisti, pellegrini, soldati israeliani e venditori ambulanti. Sembra quasi di perdersi (che dire, ci si perde!) nei loro labirinti fatti di stradine, scale e scalette irregolari, bazar, intrecci di spezie, profumi e tappeti.

La città vecchia è divisa in quattro quartieri: ebraico, cristiano, musulmano e armeno. Le tensioni non mancano, in particolare il venerdì, quando centinaia di fedeli musulmani entrano nella città vecchia per pregare alla moschea di Al Aqsa. Ma la cosa che più mi sorprende è constatare quanto all’interno di quel piccolo mondo pacifico, le stesse culture coesistano e condividano un senso di pace e di rispetto quasi commovente. Uomini bianchi con splendidi occhi azzurri accanto a uomini più scuri, dalla carnagione più arabesca, e poi vestiari tipici ebraici insieme a ragazzini dalla tipica calzatura da ‘aladino’, accenti differenti e costumi ben riconoscibili: eppure tutto convive ‘apparentemente’ insieme, rispettosamente, in un mix di etnie accumunate forse solo dal senso di profonda riconoscenza verso quella che è per tutti la Terra Santa.

Ma è il Monte degli Ulivi a regalarmi un’emozione davvero particolare. A Est di Gerusalemme, oltre il Cedron, si trova questo monte, spesso attraversato da Gesù. Fin dai primi secoli vi furono costruiti chiese e monasteri. Alla metà della discesa dal monte si trova la chiesa del Dominus Flevit, in cui si ambienta il lamento di Gesù su Gerusalemme.

 

Mi colpisce la navata della Chiesetta, così regolarmente precisa. Ma più di tutto mi imbatto sorpresa nella vetrata della stessa che si apre lungo la spianata che abbraccia tutta la città: non sapevo se scattare una fotografia che rappresentasse la splendida Cupola delle Rocce, o se focalizzarmi sulla bella finestra vetrata della Chiesa cristiana in cui mi trovavo. Poi mi accorsi che la croce scolpita all’interno della vetrata si ergeva perfettamente all’interno del centro del simbolo mussulmano là di fronte. Un gioco di geometrie così perfetto da darmi l’impressione di un messaggio pieno di significato.

La Old City di Gerusalemme risplende davvero di una luce mai vista, sembra quasi riflettere secoli di storia e di culture millenarie direttamente dal bianco del suo marmo, di cui la città è interamente costellata.

 

 

Eppure è di sera che la magia si svela: percorrendo le sue viette oscure quando cala il buio e nel silenzio finalmente incombente, il mistero si fa reale: non un suono, non un rumore, solo i suoi profumi caratteristici, le sue luci tra le ombre. E’ nel buio che quel pezzo di terra sembra manifestare tutta la sua dose di spiritualità.

E non esiste illusione che tenga. Gerusalemme è davvero un piccolo universo irradiante di una luce non comune, unica di una superficie così piccola per uno spazio così conteso e così tanto colmo di storia.

Gerusalemme emana un calore senza eguali. E sian perdonati anche la stanchezza, la difficoltà nel farsi capire, i continui sali-scendi su per le viuzze districate. Quando arrivi in cima al Monte Degli Ulivi e la osservi, così, silenziosa, distinta e luminosa di tutta la sua bellezza, la perdoni eccome: quel posto dove i contrasti regnano perenni, quel posto dove il tempo sembra fermarsi definitivamente.

Non riesci proprio a dimenticarti della magnificenza inspiegabile di Gerusalemme, anche denominatathe light of the world.

La Gerusalemme del mistero, luogo della presenza salvifica di Dio, assume dei significati che possono essere letti in tutti gli aspetti della vita e possono riferirsi a mille realtà della ricerca che Dio fa dell’uomo e del cammino dell’uomo verso Dio.

 

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La musica. E l’oceano. Nulla che contasse di più.

“Tutta quella città… non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore. Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto. E io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema.

Col mio cappotto blu, primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo… Non è quel che vidi che mi fermò. E’ Quel che non vidi. Riesci a capire, fratello? E’ quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne… C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

Ma se tu… Me se io salgo su quella scaletta, e davanti a me… ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Se quella tastiera è infinita, allora… Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo, ma le vedete le strade? Anche solo le strade! Ce n’era a migliaia! Come fate voi laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo… Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce… e quanto ce n’è. Non avete voi paura di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità… solo a pensarla? A viverla…

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così.

La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò da questa nave… al massimo, posso scendere dalla mia vita.”

Novecento, di  Alessandro Baricco

 

 

 

 

 

 

Ti voglio bene Papà.

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Creuza de Ma

“Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä…”

Così cantava il grande Fabrizio De Andrè decantando la sua terra selvaggia e rocciosa, marittima e capricciosa.

E così, oggi più che mai, il 31 ottobre 2018 di una mattinata uggiosa e grigia, va anche a me di dedicare una dolce riflessione sulla sempre cara Liguria.

 

 
Un pensiero alla mia seconda casa, alla meta immancabile di tanti splendidi viaggi di giri straordinari, punto fermo di una vita intera, di amicizie secolari e di compagnie infinite.

E’ il ricordo dei miei nonni quando ancora ti portavano il gelato, il ritorno tanto atteso di persone che si ritrovavano puntalmente dopo un anno solare, di novità e di tradizioni.

Rapallo per me è famiglia, è storia, è mare calmo e in tempesta, è tuffarsi dalle sue boe con il sale ancora appiccicato alla pelle, è il ricordo di prime esperienze adolescenziali, di complicità e di silenzi, di risate e di emozioni più vere.

Rapallo è un’ infinità di pensieri, di malinconie struggenti e di contrasti. Di gente burbera, che andava e che veniva, quasi senza voler lasciare nulla di sé. Di piatti tipici, di tempi senza ore, di giorni che diventavano notti e di nuovo giorni che si ergevano luminosi di fronte allo stesso silenzioso e fedele Mare.

Ma quanta vita scorsa sotto quei colori.

Quanto e quanto hai saputo dare a chi sapeva prenderti per quella che sei, selvaggiamente ligure e marinaia.

D’altra parte non posso che essere più in linea con Vincent Van Gogh quando sosteneva che : “I marinai sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra.”

 

Oggi più che mai vicina a te, Rapallina mia.

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Panta rei os potamos

Altra chiave importante per cercare di avvicinarsi il più possibile al pensiero filosofico eracliteo è senza dubbio la teoria del divenire. Tutto il mondo viene considerato come un enorme flusso perenne nel quale nessuna cosa è mai la stessa poiché tutto si trasforma ed è in una continua evoluzione. Per questi motivi, Eraclito identifica la forma dell’Essere nel Divenire, dacché ogni cosa è soggetta al tempo e alla sua relativa trasformazione. Eraclito sostiene che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l’identità delle cose uguali a se stesse sia illusoria: per Eraclito tutto scorre (panta rei). Il panta rei è una conseguenza di polemos (guerra, conflitto), che regna su tutto. Di conseguenza Eraclito di Efeso non è il filosofo del “tutto scorre” ma del “tutto scorre in quanto risultato della tensione continua degli opposti che si fanno guerra”.

 

« Tutto scorre, non ci si può immergere due volte nello stesso fiume »

 

A proposito del divenire, Eraclito ha detto: “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”.

Il fuoco come ‘stoichèion’. Se il principio unitario che accomuna tutte le cose del mondo è il divenire, per Eraclito l’elemento fisico del quale tutti gli altri elementi sono composti (lo stoichèion), è il fuoco. Questo perché il fuoco è visto come elemento destabilizzante, in grado di provocare quel cambiamento che permette alle cose di mutare da uno stato all’altro.

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Noi non cesseremo la nostra esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere la’ dove siamo partiti..

“Guarda l’invisibile e vedrai cosa scrivere”-Bobby diceva sempre così. Era con la gente invisibile che lui voleva vivere..quelli a cui passiamo davanti ogni giorno,quelli che a volte diventiamo, quelli dei libri che vivono solo nell’occhio della mente di qualcuno.

Era un uomo destinato ad attraversare la vita, non a girarci attorno. Un uomo sicuro che la via più breve per il paradiso passasse attraverso l’inferno. Ma la sua vera disgrazia era una mente troppo esaltata e mutilata da troppe storie e dall’aver scelto di diventare una di esse. La tragica debolezza di Bobby Long fu il suo amore per tutto ciò che vide, e immagino che se la gente crede in qualche forma di giustizia, Bobby l’abbia avuta grazie a una canzone.

“Se un epitaffio dovesse raccontare la mia storia, ne avrei uno breve già pronto sulla mia lapide:

Ho avuto una lite d’amore con il mondo“.

– Una canzone per Bobby Long

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Eppure te ne sei andato Ulisse…

Eppure tu te ne sei andato,
Ulisse,
lasciando qui sull’Isola un amore di donna inconsolato
un figlio appena divezzato, che scorderà il tuo sguardo
Hai scelto la tua conoscenza, i sogni incandescenti,
le voci di sirena e i nubifragi…
cercando per il mondo la formula segreta della felicità.
Re, scaltro avventuriero, d’ingegno simile a nessuno
credi forse di colorare la tua esistenza col molto tuo sapere?
e di segreti hai piena l’anima e di mille cose mai dette ad alcuno.
E serbi forse dentro te la melanconica immagine di ciò che hai lasciato ad Itaca
e di ciò che lascerai lasciando questa vita.
Qualcuno aspetta il tuo ritorno,
facendo e disfacendo ogni giorno i sogni intessuti in questo tempo
mentre che tu, correvi controvento incontro alle tue sirene
eppure non ti riconoscerà che un cane quando tornerai..
perché ciò che tu sei val più di ciò che sai
Troppe lacrime spese… troppi mari attraversati..
Eppure tu sei un navigante
sai leggere i misteri nel cuore d’un passante.
La vita scorre Ulisse, come l’acqua del tuo mare
e prima o poi tu ti dovrai fermare…
Il meglio del tuo tempo l’hai regalato al mondo
e il mondo ti ha donato l’immane sua sapienza
presto ora chiudi tutto in un cassetto prima che te lo porti via
folle la morte impavida e guerriera
prima che questa sera Penelope dimentichi chi sei
prima che siano vani gli anni tuoi
e giunga il fato a farti prigioniero, mandato dagli dei.
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Traguardi indelebili

Non so bene a quel tempo a cosa pensassi, se non che finalmente avrei oltrepassato la soglia dell’università, con una tesi faticata che non avrei potuto sentire più mia. Ma una cosa adesso la so, ovvero che gli esami da lì a poco non sarebbero finiti, ma anzi..la cosa meravigliosa della vita è che non finisce mai di metterti alla prova,  e per una alle quali le sfide altro non sono che benza che ne accendono il moto, beh, è solo regolarità. Ah, non so dirvi bene che cosa mi abbia dato in maniera pratica la mia laurea, (in un mondo dove senza subbio conta di più avere like, essere influencers, o youtubers o si salvi chi può) se non che quel preciso giorno lì si annoveri tra i momenti più belli della mia fanciullezza..

Ma una cosa, rivedendo con una certa saudade questa foto, l’ho imparata: non dimenticarti di chi è sempre stato là di fronte ai tuoi ‘progressi’ e ai tuoi traguardi, perchè alla fine ciò che davvero conta è il cammino ed esserselo goduto in buona compagnia.

Che poi diciamocelo.. di sicuro riconosco da chi abbia imparato a posare con no-chalance, ma sempre e solo con la metà del suo stile.

Grazie di cuore nonno, e grazie alle splendide persone che ci sono sempre state.

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La Vita di Pi – Ang Lee

“In ogni essere vivente si nasconde una dose di follia che scatena comportamenti bizzarri, a volte inspiegabili. Questa follia può costituire un’ancora di salvezza: è parte integrante della capacità di adattamento. Senza, nessuna specie al mondo sopravviverebbe.”

“Io penso che la vita non sia altro che un atto di separazione, ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio.”

Film straordinario, che mi riporta a tante innumerevoli considerazioni: sul senso della vita, sull’improvvisazione, sulla sopravvivenza, sul distacco, sulla brutalità e sulla ferocia della vita, ma anche sulla sua assoluzione  e clemenza, sul rapporto uomo-natura, sulle coincidenze di percorso e sul definitivo abbandono.

Com’è possibile, dopo aver convissuto con qualcuno i nostri pensieri, le nostre paure più profonde, le intimità, le risate e le complicità che un rapporto intenso presuppone, che due vite si dividano per sempre, lasciando dietro una scia di inevitabili ricordi destinati a sfumare lentamente nel vuoto?

A questa domanda non riesco ancora a darmi una risposta, eppure mi consola pensare che certi incontri, intensi o meno che siano, facciano davvero parte di un disegno cui ci è negato conoscere.

Vivere e abbracciare qualsiasi cosa, questo forse è il vero senso dell’esistenza.

 

 “L’incapacità di arrendersi è un dato caratteriale. Forse è semplicemente stupida fame di vita.”

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Art&Science

“Principles for the Development of a Complete Mind: Study the science of art. Study the art of science. Develop your senses―especially learn how to see. Realize that everything connects to everything else.”

Leonardo da Vinci

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Long live Rock ‘n’ Roll

E’ fiume gelato che in primavera resuscita e con una pressione lenta ma inesorabile manda in frantumi il pesante mantello di ghiaccio.
è una forza che ti prende e ti schiaccia contro le pareti della stanza e non puoi reagire,devi ascoltare.
è un turbine che ti investe e la tua vita non è piu’ la stessa.
è il Rock.
è il rock che ti fa sentire qualcuno quando per il mondo non sei nessuno.”

 

11.06.2017 Imola, Guns& Roses:

E poi ci sono i concerti, quelli veri, quelli che sono in grado con un solo battito di trasportarti altrove e di farti emozionare come non succedeva da tanto, troppo tempo. Perché la musica e’ vita e perché non esiste paura ne’ angoscia ne’ cattiveria quando lei ti vibra dentro con un impeto così potente. E tutto intorno non hai più persone ma luci, energia pura e allora in quel momento capisci che non c’è male da temere- visti i tempi che corrono-ma solo tanto troppo star bene. Perché la musica e’ amore per definizione. Una famiglia che come te in quel momento invoca la bellezza.E quando le miliardi di teste che si muovono allo stesso modo, gioendo e vibrando, diventano un tutt’uno e allora si, comprendi che vale la pena ancora una volta rischiare di sentirsi vivi. Questo per me è il rock, il sound dell’anima che brinda alla vita. #stayrock

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