Seven Seconds

Dubai Desert
Dubai Desert

Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio.
(Antoine de Saint-Exupery)

Anni fa visitai gli Emirati Arabi e come sempre ciò che più ricordo con fervore sono stati gli “incontri” (oltre che con la realtà locale) in solitaria con i paesaggi che mi capitavano a tiro.

Inutile dire che all’infuori del materialismo e dello scintillio commericale di Dubai, risiede una pace e uno splendore naturale che nulla avrebbero da invidiare a nessun’altra beltà.

Si tratta dell’immenso deserto di Dubai, dove i colori ocra e oro non hanno bisogno del benchè minimo filtro; laddove occhi e sguardo si perdono di fronte a una vastità così infinita, così silenziosamente perfetta, così maestosa.

Ma come sempre amo ricordare, paesaggio e meta sono poca cosa in confronto al viaggio compiuto per giungerci. E che viaggio, ancor ora mi vengono i brividi!

E’ proprio una volta arrivati in pieno deserto che inizia infatti l’esperienza più divertente, quando assieme al fidato zainetto e alle sole gambette si inizierà a salire e scendere dalle dune rosse di Al Hibab, un vero paradiso idilliaco per gli amanti delle montagne russe, del surf, dell’adrenalina a manetta; un vero ‘omaydaymayday’ per coloro che invece soffrono del mal d’auto e sono pronti a vivere delle esperienze memorabili, ma anche a maledire qualsiasi cosa in quel momento di possa avere la possibilità (assai remota) di riconoscere (in preda di ululati e di urli da film horror).

Ebbene sì, perchè i guidatori più esperti non mancano mica di folle fantasia: su e giù per dirupi ripidissimi, come adolescenti in preda al loro nuovo giochino si incaponiscono con ruote e giri panoramici senza mezze misure, impennando con tanto di musica ‘tuz tuz’ estrema e sterzando come se non esistesse altro modo di guidare che quello alla “Fast and Furious” orientale.

Una vera giostra di emozioni oltrechè di scongiuri e di frenesie, ma all’ennesima discesa a mille all’ora e all’ennesimo ‘aiuto oddio ma chi me lo ha fatto fare mannaggiaaa!’, finalmente una consapevolezza: ci si ferma insieme alla scorribanda complice del tuo momento glorioso e avventuroso e si tira un respirone di sollievo e ogni paura scivola via come neve al sole non appena si torna a toccare ‘terra’.

Giusto qui se clicchi su ‘dubai’ ti preparerai a capire ciò di cui sto parlando…

Insomma, dopo questa bomba adrenalinica, il traguardo al calar del sole è unico e ricompensa di tutti gli scompensi cardiaci in atto: l’arcobaleno di colori dorati tra mille sfumature di oro e di rosso non ha eguali. Come una tavolozza dipinta da un artista puoi disegnare le dune e vederci riflessi anche i colori più offuscati e con loro i tuoi pensieri più reconditi.

Dev’essere proprio questa la sensazione di pace tanto contemplata ed auspicata dai viaggiatori nomadi: un senso di profonda riconoscenza verso tutto il Creato, quella piacevole scoperta di sentirsi immensamente connessi con il qui e l’ora, mentre il contorno e la mente si perdono in un unico tutt’uno.

L’esperienza tra le dune continua fino a sera, dove il buio pesto si fa improvviso e gelato, dove l’escursione termica non conosce certo vie di mezzo.

Così proseguiamo la gita in accampamenti dei tipici beduini, ricchi di tappeti colorati, di tavole imbandite di riso e di mille spezie, di donne che danzano danze ‘tannura‘, di allegre truccatrici che espongono soddisfatte i loro tatuaggi hennè, insomma, un vero e proprio mix di giochi, suoni e colori.

Che vuoi uscire dal deserto senza aver prima allegramente dialogato con tipici beduini e aver condiviso con loro il tipico shisha, comunemente conosciuto come narghilè?

E no eh! Eccovi una riprova del misfatto:

Che poi da non fumatrice non ho mai amato i ‘fumi’, ma assicuro sulla bontà di quel gusto alla mela e cannella. ooooommmmmh.. Un soffice momento di relax dei più veri, che mette pace anche al cuore dei meno impavidi.

Devo ammettere che il deserto di notte- privato di ogni minimo tassello di luce- trasmette un senso di timore non da poco, ma allo stesso tempo affascina e incanta anche i più scettici alla magia.

A fine serata, al calare del sole, si tornerà ai bagliori di Dubai, segnale che il rientro in hotel è ormai vicino.

Ma vuoi mica perderti l’ultima estrema avventura del rientro? Qualcosa può mai essere del tutto semplice e lineare per me? Giammai!! Tanto si fa che la nostra folle jeep buca una ruota, e quindi bisognerà attendere un bel pò prima che il nostro amato autista- in quel momento imprecando in ottomila dialetti beduini non so bene che cosa ma immaginate- risolva la situazione da bravo aggiustatutto self-made.

Eh si, perchè se non ti fai le ossa nel deserto, dove te le fai?

Questa è stata una delle tante meravigliose e forse un pò buffe avventure che mi son capitate fra tanti viaggi portati (stranamente) a termine nella mia lista di Ricordi indelebili.

Di fronte a mesi e mesi di comfort zone in casa a causa di una quarantena causata da pandemia Covid, mi sovviene alla mente l’immagine ben chiara e vivida di quel mare di granelli color ocra sfumati dal vento e quel silenzio che voleva dire tutto e che sapeva sussurrarmi piano un’ennesima sacra verità:

“Viaggiare nel deserto significa camminare nella nostra solitudine per imparare a dar valore anche alle più piccole cose.”

Ora sì, forse lo so. Anche la solitudine ha la sua gloria, il suo incanto, la sua notte improvvisa e senza via d’uscita, il suo senso più temuto, la sua benevolenza: la capacità inconfutabile e assoluta di saper rimettere a posto ogni pepita di sabbia al suo luogo. Esattamente lì, dove doveva STARE.

Perchè mi piace pensare che sì, in quello spazio indefinito e inafferrabile che è il deserto assolato vi giaccia qualche granello di polvere che si trova esattamente dove sognava, esattamente con chi voleva.

E se lo ha fatto l’immenso deserto, dopo millenni di grande Storia, possiamo concentrarci a farlo poco alla volta tutti noi. In un minuzioso sacro Silenzio nella nostra preziosa Esistenza color ocra.

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Tempo di Quarantena e Compleanno nostrano

La vita è un naufragio, ma non dobbiamo dimenticare di cantare nelle scialuppe di salvataggio.” Voltaire


E’ stato un compleanno di certo alternativo, considerando che avrei dovuto esser a Parigi..Ebbene, in realtà sono stata DAVVERO felice di esser dove mi trovavo (prima foto- con occhi stropicciati, capelli scapigliati, tuta sponsored by @seashepherd, no trucco da che mi ricordi e nel letto di casa mia) perché alla fine è proprio dove avrei dovuto essere, travolta da affetti, messaggi e chiamate (di molte inaspettate), pensieri da tutto il mondo e una gioia di casa che non provavo da tanto. Ebbene, tra l’incertezza di passare a festeggiare (in un momento dove tutto si vuol fare fuorché festeggiare) in giardino o in cucina, beh, io ho capito davvero che la felicità è cosa preziosa e che nonostante tutto io mi sento così grata e così serena. Certo magari preoccupata, giustamente e tristemente preoccupata, ma non voglio mai perdere di vista quanto bello sia sentirsi a casa, valorare il tempo che prima era cosa così scontata, non fissare forsennatamente l’orologio, godersi quegli attimi semplici che sono diventati il vero senso del tempo, quello del cuore e digli affetti veri, e del mio personale Stare.
Travolta da un calore semplice che mi ha rimosso ogni paura. Ancora una volta lo riconosco: e’ il calore dell’Amore che mi circonda e che e’ sempre stato lì.
Non so cosa sarà di tutto questo, oggi mi va di ringraziarvi uno ad uno per il tempo dedicato a farmi un augurio, in un momento così delicato per tante troppe persone. Ma di una cosa sono certa: ci penserò mille volte quando sarò insieme a qualcuno prima di dire “va beh ma c’è tempo..” e via andare, di correre all’ impazzata senza fermarmi un attimo, di fantasticare di essere sempre altrove. Oggi finalmente imparo a Stare, con gli affetti più cari (vedi seconda foto), e riesco a focalizzarmi solo sul Presente. Speriamo che tutto questo passi per potervi abbracciare ad uno ad uno come se non l’avessi fatto mai.
Torneremo a respirare a pieni polmoni il vento dal finestrino andando incontro a terre sconosciute? (Terza foto)
Io voglio pensare di sì e che sarà tutto ancora più sentito, con una consapevolezza nuova e non scontata: ogni momento va gustato per quello che e’, non per quello che dovrebbe essere.
Un abbraccio virtuale a tutti, specialmente a chi ha perso qualcuno in un momento così surreale. 💙


” A ogni passo del suo cammino Siddharta imparava qualcosa di nuovo, poichè il mondo era trasformato e il suo cuore ammaliato. Vedeva il sole sorgere sopra i monti boscosi e tramontare oltre le lontane spiagge popolate di palme. Di notte vedeva ordinarsi in cielo le stelle, e la falce della luna galleggiare come una nave nell’azzurro. Vedeva alberi, stelle, animali, nuvole, arcobaleni, rocce, erbe, fiori, ruscelli e fiumi; vedeva la rugiada luccicare nei cespugli al mattino, alti monti azzurri e diafani nella lontananza; gli uccelli cantavano nelle risaie. Tutto questo era sempre esistito nei suoi mille aspetti variopinti, sempre erano sorti il sole e la luna, sempre avevano scrosciato i torrenti e ronzato le api, ma nel passato tutto ciò che non era stato per Siddharta che un velo effimero e menzognero calato davanti ai suoi occhi, considerato con diffidenza e destinato a essere trapassato e dissolto dal pensiero, poichè non era realtà: la realtà e era al di là delle cose visibili. Ma ora il suo occhio libero s’indugiava al di qua, vedeva e riconosceva le cose visibili, cercava la sua patria in questo mondo, non cercava la “Realtà”, nè aspirava ad alcun al di là. Bello era il mondo a considerarlo così: senza indagine, così semplicemente, in una disposizione di spirito infantile. (..)
(..) Tutto ciò era sempre stato, ed egli non l’aveva mai visto: non vi aveva partecipato. Ma ora si, vi partecipava e vi apparteneva.
Luce e ombra attraversavano la sua vista, le stelle e la luna gli attraversavano il cuore”.

Kamala, “Siddharta”-Herman Hesse
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Memorie di una Geisha

☯️

Il cuore muore di morte lenta. Perdendo ogni speranza come foglie. Finché un giorno non ce ne sono più. Nessuna speranza. Non rimane nulla.
Se un albero non ha né foglie né rami, si può ancora chiamarlo albero?
Lei si dipinge il viso per nascondere il viso.
I suoi occhi sono acqua profonda.
Non è per una geisha desiderare.
Non è per una geisha provare sentimenti.
La geisha è un’artista del mondo che fluttua.
Danza.
Canta.
Vi intrattiene.
Tutto quello che volete.
Il resto è ombra.
Il resto è segreto.
Non si può dire al sole “più sole”.
O alla pioggia “meno pioggia”.
Per un uomo, la geisha può essere solo una moglie a metà. Siamo le mogli del crepuscolo.
Eppure apprendere la gentilezza, dopo tanta poca gentilezza, capire come una bambina con più coraggio di quanto creda, trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi felicità?
Dopo tutto, queste non sono le memorie di un’imperatrice, né di una regina. Sono memorie… di un altro tipo.

Memorie di una geisha – Arthur Golden, 1997

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Personali riflessioni

Freedom

Che belle le Persone che antepongono l’ambizione alla
Competizione. Che ridono con la gente e non della gente, che son così prese a migliorarsi e a vivere da non aver mai tempo per il becero pettegolezzo.
Quelle che si adattano ai contesti pur senza perdere di personalità,
Che se ne fregano delle apparenze e delle chiacchiere senza anima,
Che cercano, si perdono, scardinano, indagano, si umiliano e si stravolgono per davvero.
Che non pensano di essere stocazzo, perché preferiscono sporcarsi le mani e crescere a loro modo, comprendendo che la gentilezza può molto più dell’arroganza.
Che prima di giudicare i terzi si fanno ottomila domande e ne rispettano la diversità.
Che ti portano a ballare e a bere non appena ti sentono giù di tono, che ti scrivono canzoni improvvisate e che ti apportano più calore di un camino acceso. Che ci provano a non amare con tutti loro stessi, non senza fracassi e terribili figuracce, ma non riescono e non gli importa perche quella e’ la sola risposta possibile a tutto.
Che credono ancora nei sogni e nelle idee, e che sanno difenderli con le unghie, se indispensabile.
Ed anche quando le sorprese sono tante e non sempre come le vuoi, la vita è’ così preziosa e bella se la sai prendere col verso giusto. Magari rosso e con bollicine e assaporata insieme a Persone così.
Meravigliose lampadine fisse in un universo di vai e vieni scostante e incerto. Da non ringraziare mai abbastanza.
Che senso ha farsi così tante domande, se poi cambiano le risposte di continuo.
Ma certe, certe proprio no. 💎

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Lady Shalott

Romance&Poetry

«On burnish’d hooves his war-horse trode;
From underneath his helmet flow’d
His coal-black curls as on he rode,
As he rode down to Camelot.
From the bank and from the river
He flashed into the crystal mirror,
“Tirra lirra,” by the river
Sang Sir Lancelot.»

The Lady Shalott- Alfred Tennyson

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Boa Sorte

wonderlust

Ultimamente ho letto un libro meraviglioso, che narrava di imprese e di giorni trascorsi nelle terre amazzoniche da parte di un giovane avventuriero italiano.

Mi han colpito dei pezzi che espongo qui di seguito e che si avvicinano tantissimo al concetto dei miei viaggi e delle mie scoperte nel mondo,in totale fusione con il contesto.

Viaggiare non significa visitare, fotografare e correre via; viaggiare significa immergersi, immedesimarsi, cogliere nel profondo e farsi travolgere e sconvolgere dal mondo. Viaggiare non significa solamente posare lo sguardo, ma diventare parte della visione.
“..ogni ambito della nostra conoscenza e’ infatti, come noi e il nostro parere, in costante evoluzione. Qualsiasi situazione sperimentata in passato, non sarà mai uguale a qualcosa di simile che deve ancora accadere; un bacio dato ieri non poterà con se’ le stesse emozioni di quello che stiamo per dare. E’ in questa novità, nell’ irripetibile unicità di ogni momento, di ciascun essere e di ogni emozione, che possiamo gioire. Scopriremo così che la felicità vibra in ogni singolo istante di gioia che avremo il coraggio di provare. Se avremo coraggio, se sapremo agire con il cuore, ci accorgeremo che la felicità non si incontra esclusivamente in ciò che ci va bene, ma anche nelle prove e nelle difficoltà che sapremo superare; se vivremo con gioia e positività ogni istante della nostra esistenza, allora sarà lì che la riusciremo a trovare.

Sono sempre stata una piccola nomade, ho vissuto all’estero e sono profondamente legata alla scoperta, al valore dello scambio, alla condivisione tra differenti approcci culturali.

Quest’estate mi sono riproposta di volermi stupire, e, misurando la vecchia vera me-ahimè spesso assopita da giorni di lavoro fatti da ore scandite da orologio, traffico e mail aziendali- sono salpata verso l’ignoto.

Nonostante la pigrizia, le voci esterne e i consigli dei più (“attenta! sono luoghi molto pericolosi!“), presa dalla voglia maniacale di conoscere, mi son finalmente convinta e son volata via per terre inesplorate..destinazione: Brazil.

Il viaggio è stato molto intenso, non senza difficoltà e ‘pericoli’ quotidiani, ma ne è davvero valsa la pena: è proprio vero, i paesaggi erano incommensurabili, le atmosfere genuine e solari, la vegetazione folta e selvaggia. Da Rio de Janeiro, a Salvador de Bahia, passando per Morro de Sao Paulo (che paradiso!), quindi Recife, Japaratinga, Penedo, Sao Cristovao, per giungere fino Pipa e quindi terminare attorniati dall’oceano più blu in quel di Fernando de Noronha.

Un viaggio che ha rappresentato l’ennesima conferma di quanto poco mi freghi delle dicerie e dei giudizi esterni, e di quanto sia profondamente salutare vagare- ovviamente con accorgimenti e le dovute attenzioni- curiosare, immedesimarsi, approfondire un mondo non sempre e solo chiaro e lucente, ma riflesso di ombre e sfumature.

Come quando siamo andati in visita della favela più grande e forse più conosciuta di Rio de Janeiro, la comunità di Rocinha.

Conoscere la parte più difficile e reale di Rio mi ha permesso di relativizzare i miei problemi, che spesso mi avvolgono e mi totalizzano quasi come se il mondo ci girasse attorno. Ebbene la favela è un micro mondo, dove trovi di tutto, parrucchieri inclusi. Nel caos strutturale e labirintico del piano urbano, mi ha colpito la puntuale organizzazione con cui gli abitanti serpeggiano per le vie, non curanti dei turisti che passeggiano con aria sospettosa ed impaurita.

Un ragazzino ci insegna l’arte dell’attesa e del sorridere di cuore nonostante le difficoltà. Chapeau. Più affronto la traiettoria grigia delle scalinate pericolanti della favela, più mi capacito di quanto fortunata sia ad aver voluto partecipare a quel tipo di esperienza, così differente dal sogno brasiliano fatto di cartoline magnifiche e di spiagge tropicali che siamo abituati a conoscere.

Una Rio povera e misera, ma non di cuore: ricorderò sempre l’allegria e l’integrità infinita degli abitanti di Rocinha, che senza volerlo mi hanno donato un sorriso sincero. Uno scambio equo quello che ha visto i miei pensierini affidati ai bimbi della Onlus ”Il sorriso dei miei bimbi” di Barbara Olivi, in cambio della loro contentezza e della loro contagiosa solarità. Piccole grandi cose che fanno bene al cuore. Eh si, forse di fronte alla scelta così impegnativa di viaggio ho desiderato in parte proprio questo, un motivo semplice e spontaneo, che annullasse i tanti troppi musoni frutto di una società abituata al lusso.

E ancora una volta ripenso a quanto sia bello “tuffarsi” in un luogo, che immergersi non significa solo fare pit stop e ”piazzarsi” la firma, ma letteralmente farsi travolgere, sconvolgere, capovolgere, porsi domande ripetutamente e di nuovo ricrearsele, senza sosta né limitazioni. Che viaggiare non è solo stare con le persone del gruppo, ma conoscere gente locale e abbracciarne anche gli aspetti più infelici. Che meraviglia viaggiare. Quando lo si fa davvero non puoi farne più a meno, si dice che ne torni con occhi diversi. Con occhi nuovi.

Potessi vivrei tutta la mia vita rincorrendo il sogno di esplorare sempre nuovi confini, e spero di non stancarmene mai.

Sono partita con innumerevoli dubbi e paure istillate perlopiù dai media (grande arma a doppio taglio, seppur da lavoratrice ne faccia strumento anche io) , e sono tornata con ben altre conferme: così come per conoscere le persone bisogna studiarle e non lasciarsi condizionare da giudizi esterni, lo stesso vale per i posti da visitare, talvolta banalmente giudicati e frettolosamente categorizzati.

I brasiliani non sono affatto falsi, bugiardi o aggressivi. Probabilmente, una piccola parte del totale popolazione lo è. Come oer tutti i popoli, zero eccezioni.

E come sempre è bene dosare le parole, perché le stesse possono infierire e approssimare e creare stereotipi, proprio quelli che contribuiscono a diffondere pregiudizi. E i pregiudizi sono impossibili da rimuovere senza la volontà di andare oltre, di approfondire, di non lasciarsi influenzare, ma con rigore bisogna permanere oggettivi. E credetemi, per farlo ci vuole grande pazienza e ancor più grande apertura mentale.

Io auspico questo alle persone che vogliono intraprendere viaggi in posti lontani, o che semplicemente vogliono vivere la vita lontano dalla superficialità collettiva: abbiate ubris, coraggio, follia, usate testa ma lasciatela flessibile; se ci tenete, fate voi stessi quei famosi giudizi, testate con occhi imparziali e neutrali quelle considerazioni ma non prima d’esservi avvicinati al mondo con le vostre stesse gambe.

Conoscere persone belle, chiudere gli occhi e decidere di far scorrere tutte le dicerie si può.

Viaggiare è cambiare opinioni e giudizi, è allentare il discorso di confini e di barriere territoriali. E se davvero esse esistessero solo nella testa di qualcuno?

E poi, quando prendi la funivia per salire a Pan de Azucar e gustare il tramonto della città dall’alto, ti mancano le parole per quanto è bella. Rio, ciudad maravillosa, e’ come un quadro impressionista di Monet che lascia senza fiato.

Dall’alto del suo silenzio assordante e dei suoi infiniti contrasti colorati, commuove.

Manca il respiro da quanto è bella da lassù, con le sue luci, i suoi colori, le sue baie, i suoi promontori, la nebbia, il sole e l’aria frizzante.

Così come lo fa tutto quel territorio così vario e mutevole da non poter essere racchiuso dignitosamente in nessuna foto.

E ti sovviene una frase letta e riletta che calza a pennello di fronte alla contemplazione di questo paradiso:

Il viaggio comincia laddove il ritmo del cuore s’espone al vento della paura.

Perciò ricordatevi sempre che non potrete attraversare e l’oceano se non avrete il coraggio di perdere di vista la riva. La riva della confort zone, dei pregiudizi, delle frasi fatte, del ”sento ma non provo”.

Quindi Vivete e rivivete quelle emozioni, fidatevi dell’istinto e lasciatevi trasportare dal ritmo più vero che fa rima con samba, colores, bossanova, dolcezza, alegria e passione.

Saudade y coragem. C’è un mondo intero là fuori, bisogna solo andarselo a prendere.

Obrigada por conhecêrte querido Brazil.

Santa Teresa, Rio de Janeiro

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Inshallah

Rabat

L’anno scorso mi son spinta con amici formidabili alla scoperta di una landa meravigliosa e piena di storia, quella del Marocco.

Per dieci giorni di bagaglio a mano ristrettissimo e tanta sete di conoscenza negli occhi, abbiamo davvero visitato il possibile: da Marrakech, a Essaouria, a Casablanca, a Rabat, passando poi per Meknes, attraverso Volubilis, per la preziosa Chefchaouen fino alla imperiale Fes.

Un viaggio davvero tale, fatto di profumi, sapori, spezie, colori mai uguali e territori vari e culture variegate.

Quel che più mi affascina di ogni viaggio però, sono sempre le esperienze fatte di ricordi inusuali e dalle loro persone. Insieme a noi viaggiava Hajar, una bellissima marocchina italianizzata residente a Torino, ma originaria di Rabat.

E se è vero che i viaggi li fanno le persone.. viaggiare con una ragazza così moderna ma con una cultura così differente dalla mia, non poteva che regalarmi un inevitabile “segno”.

Il ricordo più magico della vacanza la ripongo in alcuni dettagli: il conoscere la storia e la religione di Hajar, lo scoprire le tante complicità nonostante punti di vista svariati, l’assistere alle preghiere quotidiane che lentamente divenivano un rito anche per me, e poi quelle chiacchierate genuine su ogni aspetto della vita.

E poi lo scoprire quanta dolcezza, perseveranza e costanza, riponesse Hajar nei riguardo della sua idea di amore, ancora così ingenua, sognante e casta. Ma ricca di sana speranza.

E ancora quella sera famosa e improvvisata, in cui da una notte di hotel a Casablanca ci trovammo a modificare tratta e a dormire ospitati gentilmente dalle zie di Hajar in Rabat. Una notte epica, decisamente poco turistica, ma speciale: non mi succede di rado di venire invitata a dormire a casa di una famiglia intera- dolcissima e iper generosa- di assaggiare un mega cous cous fatto in casa e di bere del buon the alla menta in orario notturno. Ma ancor più inusuale ritrovarci a notte fonda attorniati in tavola, a ringraziare per la gioia del cibo, mentre simpaticamente e assonnatamente proviamo a condividere le nostre storie nonostante la difficoltà comune della lingua.

E come scordare il momento in cui da vera ospite marocchina, son stata letteralmente invitata dalle donne di casa a cambiarmi e ad indossare i loro vestiti regali marocchini, mentre con gli occhi brillanti color ebano delle simpaticissime e dolcissime zie di Hajar, mi sono sentita coccolata come un cucciolino abbandonato.

Un mondo così diverso, ma così prezioso.

Queste sono le piccole cose che mi fanno apprezzare ore ed ore di trasporti, di chilometri, di sballottamenti e che mi ripagano nel profondo.

Ed è proprio quando cercavo di trattenere le risate in mezzo a quello sfavillare di luci e vestiti che mi rendevano così buffamente goffa, che ancora una volta mi è venuta chiara la consapevolezza che il diverso- quando lo impari a conoscere, a interpretare, a studiare senza giudizio- sia bello così com’è, con quelle contraddizioni e quelle stranezze che caratterizzano il mistero dell’Altro.

Un viaggio che cosa non è se non fare i conti, per poi apprezzare, quella diversità: nei sorrisi e negli occhi profondi di chi ancora crede, di chi ti sa mostrare un mondo di valori tutti suoi, e di chi ti rispetta, perchè in fondo- dietro a quegli sguardi timidi e a quella capacità di tenere alti i sogni senza bisogno di condividere troppe parole- siamo così inspiegabilmente simili.

“Inshallah” amica mia.

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Il Teatro..che Magia!

“Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso.”

Non so bene cosa mi abbia spinto ad iscrivermi al corso di iniziazione teatrale quest’anno. Forse la mia smania di esperienze, la mia ahimé incurabile irrequietezza, la mia smodata passione per l’arte, la mia grande curiosità, o forse solo il fatto che molti dei miei più cari amici recitassero da tempo e volessi provarci anche io. Tante le domande che mi ero posta prima di buttarmi a bomba – un po’ come per tutte le esperienze degne di esser tali e che ho più volte vissute a nervi tesi- nel magico mondo della recitazione. Poi senza troppe esitazione l’ho fatto, e bum, pronti e via.

Con il passare del tempo e delle lezioni ho maturato l’idea che il teatro ti conquista, non tanto nel cercare di comprenderlo- perché credete, spesso capire il teatro è alquanto probabile- quanto nel farlo, nel rendersi conto che ogni lezione riusciva a tirar fuori una piccola parte sempre nuova di te stessa. E con il passare dei giorni anche quel nucleo di ragazzi che condividono questa passione assieme diviene una piccola grande famiglia. Improvvisata, ma una famiglia. Avete mai provato a ballare, a far versi, a cambiare voce o peggio a svenire e a urlare davanti a sconosciuti? Beh ecco, questo è il teatro. E molto, molto altro.

Non riesco ancora a capire se sia portata o meno per questa forma d’arte, ma so che ha rappresentato un tassello straordinario di esperienza quotidiana, un qualcosa di forte e di indelebile che ti si appiccica addosso, un pò come quando ti viene in mente una musica o un profumo che non riesci più a cacciare via. Il teatro mi ha insegnato in primis ad osservare, dote questa per nulla scontata ai tempi nostri, e poi a fidarmi del prossimo- che cosa così faticosa, penserete- a coordinarmi con i miei movimenti e con quelli altrui, a improvvisare e ad esasperare. Ma soprattutto, ha permesso che mi lanciassi- con grande divertimento- nel reale e nella finzione e nel reale che diviene magia: nulla è sbagliato, non esiste l’errore, esiste solo la tua capacità di raccontare storie. Questa è una splendida lezione che ho appreso durante questo intenso percorso teatrale. E risate e commozioni e pianti e fatica. Un mix di sensazioni indefinibili.

E nonostante fino alla fine non avessi creduto troppo nella causa, perché mi chiedevo spesso se ne valesse la pena, dopo un tran tran quotidiano fatto di ore di lavoro e di sveglia all’alba, la passione si instaurava pian piano creando costanza.

E poi, il giorno del saggio- finalmente il primissimo approccio con un palcoscenico- magicamente ti diviene tutto così chiaro. E’ come quando dopo un lungo viaggio di ore ed ore di sballottamenti aerei (e io non godo mai ma mai mai in aereo) ti risvegli nel posto tanto desiderato e pensi ”si, ne è proprio valsa la pena”. E’ un impulso elettrico, un attimo che si fa fuggente, un momento tanto intenso quanto unico, adrenalina allo stato puro, una scossa che ti risveglia da ogni torpore, lo scorrere di sangue nelle vene e la voglia di spaccare ogni cosa e di abbracciare tutti allo stesso tempo. E’ tutta Vita che scorre e che non credevi possibile sentire in quel momento così breve.

Mi piace pensare che i sognatori vivano mille vite, e che non siano mai realmente soddisfatti, perchè cercano, sperimentano e ne immaginano di sempre nuove: così è quando reciti, puoi vivere mille vite differenti, crearne di tue, farlo in maniera sempre diversa e unica, infiniti che collimano e che coesistono, ed entrare in un mondo che si è fatto altro.

E forse alla fine, non siamo poi tutti un pò personaggi?

E posso assicurarvi.. non c’è niente di finto in quell’attimo, ma è tutto incredibilmente vero. L’arte che si fa reale e che ti porta ad Essere nel momento, ma esserci per davvero con carne e spirito. E voi, quante volte vi siete sentiti così?

Che poi- a dirla con le parole del grandissimo Vittorio Gassman- è proprio vero che il teatro è una zona “franca della vita, lì si è immortali” (…).

E sapete cosa penso?

La parte più bella del debutto non sta tanto nel recitare- nonostante l’indefinibilità nello spiegare quel cuore che sobbalza e l’emozione sempre diversa e quel mix di sentimenti inspiegabili che ti rimbalza adosso- quanto quell’attimo precedente all’entrata sul palco, quando il tuo maestro e i tuoi compagni- sconosciute persone che hanno incrociato il tuo cammino e ne hanno inevitabilmente stravolto un pò la forma- ti abbracciano, ti urlano parole che riscoppiano di emozioni e, come una centrale elettrica, ti trasmettono una carica piena di coraggio e di desiderio di unione. Si è un tutt’uno. Un momento che si fa eterno.

Perchè alla fine ci sei tu, sei solo con te stesso, ma insieme a quei compagni straordinari che hai imparato a sentire come spalla destra, come quel complice pronto a prenderti nelle difficoltà. Un faro, una guida, un sentirsi insieme invincibili eppure soli. Questa è la magia del teatro, uno scossone che ti piglia e ti butta avanti al pubblico, alle sfide, alla tormenta e alla turbolenza, e ”the show must go on”, come nella vita, e vai, non puoi fermarti ma solo andar avanti, e prendi il volo.

Uno splendido Viaggio che forse è solo l’inizio.

Grazie ragazzi, grazie Arte, grazie Curiosità, ancora una volta non mi sapete deludere.

Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.
(Victor Hugo)

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Apparenze

“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel ondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare.”

“Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. Per me, fu… lo starmene sdraiato al campeggio dei boy scout a guardare le stelle cadenti; le foglie gialle, degli aceri che fiancheggiavano la nostra strada; le mani di mia nonna, e come la sua pelle sembrava di carta. E la prima volta che da mio cugino Tony vidi la sua nuovissima Firebird. E Janie, e Janie… e Carolyn. Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta. E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete.”

American Beauty

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La via della Bellezza

Occorre sapere che avere un limite ed esserne consapevoli non ti rende limitato, ti rende perfetto, cioè pienamente compiuto, come una grande opera d’arte a cui non si deve togliere o aggiungere nulla.

Questo appare anche dal valore cognitivo del termine finis, visto che esso deriva da “definire” e “definizione”. Ovvero: quando di una cosa non si conoscono i suoi fini, nel senso dei suoi con-fini, la si comprende veramente e se ne può dare una de-finizione.

Per questo Paul Tillich, uno dei più importanti teologi del Novecento, ha potuto scrivere: “il confine è il luogo migliore per acquisire conoscenza”.

Il che ovviamente non significa non aspirare a migliorarsi,  significa piuttosto lavorare fino a raggiungere il confine del territorio a noi assegnato, senza volerlo oltrepassare e così sconfinare; significa curare quello che si è e solo quello che si è, senza desiderare di diventare quello che non si è nè mai si potrà essere.

Essere lieti del nome che si porta, del corpo che si ha, dell’intelligenza ricevuta, dei talenti di cui ci ha dotati il destino o la provvidenza: accettare tutto ciò significa raggiungere la propria perfezione, la quale in quanto compimento, è sempre strettamente individuale.

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Fire.

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Jerusalem light of the World

 

Difficile descrivere l’impatto di quando arrivi in Israele, terra da sempre così complessa, e ti accingi a visitare la magica Gerusalemme.

Città controversa, discussa, di luce, di ombre, di energie e di storia secolare.

Gerusalemme è contesa da israeliani e arabi palestinesi dalla fine della Seconda guerra mondiale. I primi rivendicano di averla fondata e averci costruito il luogo più sacro per l’ebraismo, il Tempio Santo, di cui oggi rimane solo un pezzo, il cosiddetto Muro del pianto: il Muro del pianto era un basamento del Tempio, che oggi possono vedere e visitare anche i turisti rispettando alcune precise regole.

 

Le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Un impatto davvero forte: quello che più mi ha colpita sono state le giovanissime donne preganti e piangenti (si perché la preghiera sembra più vicina ad un lamento sofferente e ripetitivo) accanto a donne di ogni età. Una ragazza rasta con uno zaino con scritto ‘we can run the world’, che prega accanto ad una donna anziana di ben altro stile. Ma l’effetto che mi produce osservarle è tutt’altro che scomodo, anzi: mi sembra quasi di sentirne un senso di inspiegabile pace.

I secondi, gli arabi palestinesi, l’hanno abitata per secoli, un periodo nel quale hanno costruito l’edificio più emblematico della città, la Cupola della roccia, ovvero quella cupola d’oro che svetta guardando Gerusalemme da lontano. La Cupola della roccia e la vicina moschea di al Aqsa si trovano sulla cosiddetta “Spianata delle moschee”, cioè il luogo dove si trovava il Tempio Santo.

Gerusalemme è un luogo fondamentale e venerato anche per i cristiani, perché si ritiene che lì abbia vissuto per qualche tempo e sia morto Gesù Cristo: nel luogo della sua morte è stata edificata una basilica, la Chiesa del Santo Sepolcro, meta di milioni di pellegrini, di un’energia così potente da immaginarsi Gesù Cristo uscire dalla sua tomba da un momento all’altro.

 

Tutti gli edifici religiosi più importanti si trovano nella città vecchia, uno spazio di un chilometro quadrato circondato da mura imponenti, costantemente pieno di turisti, pellegrini, soldati israeliani e venditori ambulanti. Sembra quasi di perdersi (che dire, ci si perde!) nei loro labirinti fatti di stradine, scale e scalette irregolari, bazar, intrecci di spezie, profumi e tappeti.

La città vecchia è divisa in quattro quartieri: ebraico, cristiano, musulmano e armeno. Le tensioni non mancano, in particolare il venerdì, quando centinaia di fedeli musulmani entrano nella città vecchia per pregare alla moschea di Al Aqsa. Ma la cosa che più mi sorprende è constatare quanto all’interno di quel piccolo mondo pacifico, le stesse culture coesistano e condividano un senso di pace e di rispetto quasi commovente. Uomini bianchi con splendidi occhi azzurri accanto a uomini più scuri, dalla carnagione più arabesca, e poi vestiari tipici ebraici insieme a ragazzini dalla tipica calzatura da ‘aladino’, accenti differenti e costumi ben riconoscibili: eppure tutto convive ‘apparentemente’ insieme, rispettosamente, in un mix di etnie accumunate forse solo dal senso di profonda riconoscenza verso quella che è per tutti la Terra Santa.

Ma è il Monte degli Ulivi a regalarmi un’emozione davvero particolare. A Est di Gerusalemme, oltre il Cedron, si trova questo monte, spesso attraversato da Gesù. Fin dai primi secoli vi furono costruiti chiese e monasteri. Alla metà della discesa dal monte si trova la chiesa del Dominus Flevit, in cui si ambienta il lamento di Gesù su Gerusalemme.

 

Mi colpisce la navata della Chiesetta, così regolarmente precisa. Ma più di tutto mi imbatto sorpresa nella vetrata della stessa che si apre lungo la spianata che abbraccia tutta la città: non sapevo se scattare una fotografia che rappresentasse la splendida Cupola delle Rocce, o se focalizzarmi sulla bella finestra vetrata della Chiesa cristiana in cui mi trovavo. Poi mi accorsi che la croce scolpita all’interno della vetrata si ergeva perfettamente all’interno del centro del simbolo mussulmano là di fronte. Un gioco di geometrie così perfetto da darmi l’impressione di un messaggio pieno di significato.

La Old City di Gerusalemme risplende davvero di una luce mai vista, sembra quasi riflettere secoli di storia e di culture millenarie direttamente dal bianco del suo marmo, di cui la città è interamente costellata.

 

 

Eppure è di sera che la magia si svela: percorrendo le sue viette oscure quando cala il buio e nel silenzio finalmente incombente, il mistero si fa reale: non un suono, non un rumore, solo i suoi profumi caratteristici, le sue luci tra le ombre. E’ nel buio che quel pezzo di terra sembra manifestare tutta la sua dose di spiritualità.

E non esiste illusione che tenga. Gerusalemme è davvero un piccolo universo irradiante di una luce non comune, unica di una superficie così piccola per uno spazio così conteso e così tanto colmo di storia.

Gerusalemme emana un calore senza eguali. E sian perdonati anche la stanchezza, la difficoltà nel farsi capire, i continui sali-scendi su per le viuzze districate. Quando arrivi in cima al Monte Degli Ulivi e la osservi, così, silenziosa, distinta e luminosa di tutta la sua bellezza, la perdoni eccome: quel posto dove i contrasti regnano perenni, quel posto dove il tempo sembra fermarsi definitivamente.

Non riesci proprio a dimenticarti della magnificenza inspiegabile di Gerusalemme, anche denominatathe light of the world.

La Gerusalemme del mistero, luogo della presenza salvifica di Dio, assume dei significati che possono essere letti in tutti gli aspetti della vita e possono riferirsi a mille realtà della ricerca che Dio fa dell’uomo e del cammino dell’uomo verso Dio.

 

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La musica. E l’oceano. Nulla che contasse di più.

“Tutta quella città… non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore. Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto. E io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema.

Col mio cappotto blu, primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo… Non è quel che vidi che mi fermò. E’ Quel che non vidi. Riesci a capire, fratello? E’ quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne… C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

Ma se tu… Me se io salgo su quella scaletta, e davanti a me… ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Se quella tastiera è infinita, allora… Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo, ma le vedete le strade? Anche solo le strade! Ce n’era a migliaia! Come fate voi laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo… Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce… e quanto ce n’è. Non avete voi paura di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità… solo a pensarla? A viverla…

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così.

La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò da questa nave… al massimo, posso scendere dalla mia vita.”

Novecento, di  Alessandro Baricco

 

 

 

 

 

 

Ti voglio bene Papà.

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Creuza de Ma

“Bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
Che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä…”

Così cantava il grande Fabrizio De Andrè decantando la sua terra selvaggia e rocciosa, marittima e capricciosa.

E così, oggi più che mai, il 31 ottobre 2018 di una mattinata uggiosa e grigia, va anche a me di dedicare una dolce riflessione sulla sempre cara Liguria.

 

 
Un pensiero alla mia seconda casa, alla meta immancabile di tanti splendidi viaggi di giri straordinari, punto fermo di una vita intera, di amicizie secolari e di compagnie infinite.

E’ il ricordo dei miei nonni quando ancora ti portavano il gelato, il ritorno tanto atteso di persone che si ritrovavano puntalmente dopo un anno solare, di novità e di tradizioni.

Rapallo per me è famiglia, è storia, è mare calmo e in tempesta, è tuffarsi dalle sue boe con il sale ancora appiccicato alla pelle, è il ricordo di prime esperienze adolescenziali, di complicità e di silenzi, di risate e di emozioni più vere.

Rapallo è un’ infinità di pensieri, di malinconie struggenti e di contrasti. Di gente burbera, che andava e che veniva, quasi senza voler lasciare nulla di sé. Di piatti tipici, di tempi senza ore, di giorni che diventavano notti e di nuovo giorni che si ergevano luminosi di fronte allo stesso silenzioso e fedele Mare.

Ma quanta vita scorsa sotto quei colori.

Quanto e quanto hai saputo dare a chi sapeva prenderti per quella che sei, selvaggiamente ligure e marinaia.

D’altra parte non posso che essere più in linea con Vincent Van Gogh quando sosteneva che : “I marinai sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra.”

 

Oggi più che mai vicina a te, Rapallina mia.

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Not. Erin Hanson

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Panta rei os potamos

Altra chiave importante per cercare di avvicinarsi il più possibile al pensiero filosofico eracliteo è senza dubbio la teoria del divenire. Tutto il mondo viene considerato come un enorme flusso perenne nel quale nessuna cosa è mai la stessa poiché tutto si trasforma ed è in una continua evoluzione. Per questi motivi, Eraclito identifica la forma dell’Essere nel Divenire, dacché ogni cosa è soggetta al tempo e alla sua relativa trasformazione. Eraclito sostiene che solo il cambiamento e il movimento siano reali e che l’identità delle cose uguali a se stesse sia illusoria: per Eraclito tutto scorre (panta rei). Il panta rei è una conseguenza di polemos (guerra, conflitto), che regna su tutto. Di conseguenza Eraclito di Efeso non è il filosofo del “tutto scorre” ma del “tutto scorre in quanto risultato della tensione continua degli opposti che si fanno guerra”.

 

« Tutto scorre, non ci si può immergere due volte nello stesso fiume »

 

A proposito del divenire, Eraclito ha detto: “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume sono gli stessi”.

Il fuoco come ‘stoichèion’. Se il principio unitario che accomuna tutte le cose del mondo è il divenire, per Eraclito l’elemento fisico del quale tutti gli altri elementi sono composti (lo stoichèion), è il fuoco. Questo perché il fuoco è visto come elemento destabilizzante, in grado di provocare quel cambiamento che permette alle cose di mutare da uno stato all’altro.

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Noi non cesseremo la nostra esplorazione e la fine di tutto il nostro esplorare sarà giungere la’ dove siamo partiti..

“Guarda l’invisibile e vedrai cosa scrivere”-Bobby diceva sempre così. Era con la gente invisibile che lui voleva vivere..quelli a cui passiamo davanti ogni giorno,quelli che a volte diventiamo, quelli dei libri che vivono solo nell’occhio della mente di qualcuno.

Era un uomo destinato ad attraversare la vita, non a girarci attorno. Un uomo sicuro che la via più breve per il paradiso passasse attraverso l’inferno. Ma la sua vera disgrazia era una mente troppo esaltata e mutilata da troppe storie e dall’aver scelto di diventare una di esse. La tragica debolezza di Bobby Long fu il suo amore per tutto ciò che vide, e immagino che se la gente crede in qualche forma di giustizia, Bobby l’abbia avuta grazie a una canzone.

“Se un epitaffio dovesse raccontare la mia storia, ne avrei uno breve già pronto sulla mia lapide:

Ho avuto una lite d’amore con il mondo“.

– Una canzone per Bobby Long

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Traguardi indelebili

Non so bene a quel tempo a cosa pensassi, se non che finalmente avrei oltrepassato la soglia dell’università, con una tesi faticata che non avrei potuto sentire più mia. Ma una cosa adesso la so, ovvero che gli esami da lì a poco non sarebbero finiti, ma anzi..la cosa meravigliosa della vita è che non finisce mai di metterti alla prova,  e per una alle quali le sfide altro non sono che benza che ne accendono il moto, beh, è solo regolarità. Ah, non so dirvi bene che cosa mi abbia dato in maniera pratica la mia laurea, (in un mondo dove senza subbio conta di più avere like, essere influencers, o youtubers o si salvi chi può) se non che quel preciso giorno lì si annoveri tra i momenti più belli della mia fanciullezza..

Ma una cosa, rivedendo con una certa saudade questa foto, l’ho imparata: non dimenticarti di chi è sempre stato là di fronte ai tuoi ‘progressi’ e ai tuoi traguardi, perchè alla fine ciò che davvero conta è il cammino ed esserselo goduto in buona compagnia.

Che poi diciamocelo.. di sicuro riconosco da chi abbia imparato a posare con no-chalance, ma sempre e solo con la metà del suo stile.

Grazie di cuore nonno, e grazie alle splendide persone che ci sono sempre state.

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Art&Science

“Principles for the Development of a Complete Mind: Study the science of art. Study the art of science. Develop your senses―especially learn how to see. Realize that everything connects to everything else.”

Leonardo da Vinci

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Long live Rock ‘n’ Roll

E’ fiume gelato che in primavera resuscita e con una pressione lenta ma inesorabile manda in frantumi il pesante mantello di ghiaccio.
è una forza che ti prende e ti schiaccia contro le pareti della stanza e non puoi reagire,devi ascoltare.
è un turbine che ti investe e la tua vita non è piu’ la stessa.
è il Rock.
è il rock che ti fa sentire qualcuno quando per il mondo non sei nessuno.”

 

11.06.2017 Imola, Guns& Roses:

E poi ci sono i concerti, quelli veri, quelli che sono in grado con un solo battito di trasportarti altrove e di farti emozionare come non succedeva da tanto, troppo tempo. Perché la musica e’ vita e perché non esiste paura ne’ angoscia ne’ cattiveria quando lei ti vibra dentro con un impeto così potente. E tutto intorno non hai più persone ma luci, energia pura e allora in quel momento capisci che non c’è male da temere- visti i tempi che corrono-ma solo tanto troppo star bene. Perché la musica e’ amore per definizione. Una famiglia che come te in quel momento invoca la bellezza.E quando le miliardi di teste che si muovono allo stesso modo, gioendo e vibrando, diventano un tutt’uno e allora si, comprendi che vale la pena ancora una volta rischiare di sentirsi vivi. Questo per me è il rock, il sound dell’anima che brinda alla vita. #stayrock

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Il grande sole di Hiroshima

Quando arrivi a Hiroshima e decidi di visitarla, nonostante i dovuti dubbi e le preoccupazioni, l’effetto che hai è così strano.

Sarà che quel giorno di ennesimo giro nipponico, dopo km e km di cammino e di solo tre ore in media di dormita per notte, il mio fisico ha patito i primi ‘acciacchi’ da strapazzo; sarà che la parole Hiroshima mi ha sempre destato inquietudine, sofferenza, rispetto; sarà che fin dai tempi della scuola la sentivo nominare e nominare quasi come se quel traumatico evento l’avessimo patito un pò tutti, silenziosamente e attentamente, scorrendo i titoli dei capitoletti tra i libri di storia.

Non so bene cosa mi abbia spinto a percorrere quel giorno assolutamente sola  senza compagni di viaggio, (un giorno avventuroso e da annoverare fra i più storici della mia vita, ma questa è un’altra storia),  quella tappa culturale così temuta, così importante.

Ma, da tipa curiosa e ostinata qual sono, dentro di me qualcosa mi ha detto che dovevo andarci a tutti i costi, senza sé e senza ma. Dovevo vederla, dovevo sentirmi parte di un mondo spesso così dimenticato, reduce da un evento fra i più brutali mai avvenuti nella storia dell’umanità.

Ed ecco che, dopo due ore e mezza di rilassante viaggio da Kyoto a bordo di uno splendido treno Shinkansen (ormai fedele e affettuoso amico), esco e varco l’uscita della fermata dal nome “Hiroshima”.

Mi dirigo munita di cartina della città a osservare (con solo un’oretta e mezza di autonomia) immediatamente il fulcro di ciò che desideravo vedere, il famoso ‘cerchio’ (perché geograficamente  si tratta proprio di un confine a forma circolare) che delimitava la zona dello scoppio della bomba del famoso e nefasto 6 agosto del 1945.

La mia prima tappa è stata quella del Museo della Bomba Atomica di Hiroshima, un museo modernissimo e   spazioso, da lunghi corridoi bianchi e così incredibilmente silenziosi.

Un intero padiglione ospita una fotografia a 360° del panorama di Hiroshima devastata dalla bomba, realizzata con 140.000 piastrelle sulle quattro mura (il primo numero stimato delle vittime): l’ingresso di questo memoriale è sovrastato da un orologio fermo alle 8.15, l’ora dell’esplosione.

E’ stato lui che più di tutto mi ha parlato, lasciandomi un senso di incredulità e di smarrimento per tutto il resto della visita.

Alle 8.15 quell’orologio si è fermato per sempre, e con sé si è fermato per un istante tutto il Giappone, e a seguito il mondo intero.

Quando di fronte a me osservo con i miei occhi oggetti storici, ritrovamenti e incedibili reperti di un’epoca così decisiva, mi sento così piccola, e riscopro quanto sia reale e contemporanea la sua materia. Materia del tempo che mai s’arresta, ma in quel preciso istante si è fermato con le lancette ancora là, immobili, quasi come a volerci dire che quell’istante fosse davvero troppo anche per il seguire imperterrito del tempo.

Così seguo la visita fra una serie di foto strazianti e di memorie, trattati storici e scientifici sull’effetto del nucleare, tutto incredibilmente utile quanto surreale. “E’ successo davvero“, continuo a ripetermi fra me e me.

Sorvolando le innumerevoli immagini impattanti del museo, mi soffermo su una zona che mi riporta alla memoria uno dei libri più profondi e belli che abbia mai letto, “Il grande sole di Hiroshima“: davanti a me, un corredo fotografico circa la storia della giovane Sadako Sasaki, bimba giapponese che visse l’incubo della bomba, sopravvivendo allo scoppio, ma accusando anni dopo la morte a causa dei devastanti effetti che avrebbero provocato le radiazioni con gli anni.

“Il leggero chiarore diventò una luce abbagliante. Gli occhi di Sadako si spalancarono. Contemplavano il cielo, nel suo eterno splendore”.

Si dice che mentre attendeva, ignara, la sua morte, Sadako non abbia mai perso la sua grande voglia di vivere, e che abbia continuato fino alla fine a costruire mille gru di carta, con la convinzione che l’avrebbero aiutata a guarire.

Ciò spiega il perché le gru colorate con i colori dell’arcobaleno costituiscano il simbolo stesso della città di Hiroshima e dell’invocazione alla pace: un’intera zona del museo è strettamente dedicata a piccole composizioni di gru da parte di bambini e da pensieri per Sadako, divenuta leggendaria a livello mondiale, e per numerosi altri bambini che come lei hanno dovuto soccombere a causa di una guerra spietata.

Gru di carta e arcobaleni che si ritrovano anche lungo tutto il parco del Memoriale della Pace, al di fuori del Museo, dove l’attenzione è rivolta ai bambini di Hiroshima e alle loro gru di carta, simboli di pace, di innocenza e di libertà.

Continuando a passeggiare, il senso di desolazione e di inquietudine mi sembra via via scomparire, sostituiti da una certa pace dei sensi, sarà forse perché il verde e i fiori dei giardini che compongono il parco sono tornati a brillare con i colori accesi di maggio.

Mi perdo in quell’istante, ma non sono turbata, tutt’altro; mi lascio trasportare da quell’evasione sensoriale tutta giapponese, permettendo che ricordi di guerra spariscano, portando avanti quelli di una calma e apparente serenità.

La città è perfettamente moderna, si è alzata dalle ceneri e si presta alla vita meravigliosamente, caratterizzata da un sole caldo e da canali lungo tutto il confine del parco.

Una città non diversa dalle straordinarie metropoli giapponesi, moderna ed efficiente, che più di tutte ha dimostrato la strabiliante operatività dei suoi abitanti nell’averla resa una città rinnovata e con la spiritualità ancora più forte.

Arrivo alla fine della mia passeggiata, e non posso non prestare lo sguardo al monumento che più di tutti è divenuto simbolo stesso dello scoppio della bomba, l’Atomic Dome, ciò che rimane dell”edificio progettato dall’ architetto ceco Jan Letzel risalente al 1915: il palazzo fu destinato a ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima.

Di fronte ad esso un cartello spiega che Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare  avvenne a pochissima distanza dall’edificio  (con ipocentro a soli 150 metri di distanza), unico a sopravvivere (ma solo in parte) alla strage. Questa costruzione rimase nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico, e viene oggi utilizzata come un monito a favore dell’eliminazione di ogni arsenale nucleare e un simbolo di speranza.

Non so bene definire la sensazione avvertita nel momento della visione in vicinanza del monumento, ma so di per certo che di colpo ho avvertito un calore così forte, ma così forte, da volermi convincere di andare e di tornare a raggiungere i miei amici. L’ora di autonomia era già volata, e avrei dovuto riprendere il treno per il mio rientro a Tokyo.

Eppure si, quel calore forte quasi come il sole a ferragosto l’ho percepito bene, ed era così reale da lasciarmi ancora perplessa e stordita.

Quel momento faceva male agli occhi.

Così mi incammino con passo spedito,  raggiungo uno dei tanti pulitissimi ed elegantissimi taxy giapponesi,  saluto quella città così tranquilla, e un fruscio di vento e un lieve rumore di uccellini che volano in cielo mi riporta alla realtà di un clima nuovamente  rasserenato e quieto, fatto anche di bambini che giocano sui marciapiedi perfettamente ricostruiti, di coppie innamorate, di ragazzi in bicicletta. Di Vita nuova, di vita piena di energia.

Perchè si, non mi pento di aver visitato in solitudine quella città, perchè l’emozione di aver potuto fare un salto nel tempo in due ore appena di passeggiata, non la scorderò mai.

Mi allontano dentro il taxy e mi giro quasi come di impulso, salutando con lo sguardo l’Atomic Dome che si fa sempre più piccolo, ma che rimane là, indistruttibile: e ripenso alla piccola Sadako che ancora gioca a costruire gru di carta mentre guarda al mondo speranzoso e sorride come solo i bambini sanno fare.

Con tutta la grinta di chi ha vissuto una tragedia e non ha mai perso la fantasia e la gioia.

Così per me è stata e sarà sempre Hiroshima, fenice risorta dalle tenebre e dalle ceneri più scure.

Giusto in tempo per tornare in stazione, un ultimo sguardo veloce all’epitaffio del memoriale che sembra ammonire in silenzio:

“Riposate in pace perché noi non ripeteremo l’errore.”

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La Nike pro Hijab

Inutile negarlo: le campagne marketing della Nike sono sempre impeccabili.

Volenti o non volenti, d’accordo o in disaccordo, le loro pubblicità rimangono impresse nella memoria e fanno discutere.

E’ quanto è accaduto con l’ultima chiacchieratissima campagna della Nike in Medio Oriente, un elogio al coraggio e all’intraprendenza delle donne nel praticare liberamente le proprie attività sportive, contraddistinta dalla voce fuoricampo che recita : “Che cosa diranno di noi?” -“What Will They Say About You?“, e dal claim finale: “Forse diranno che sei la prossima campionessa”.

In un periodo storico come quello che sta vivendo ora l’America di Trump, tra un’ondata di Islamofobia e una lotta alla chiusura di confini, Nike rischia e vuole arrivare a quell’un milione e sei di mussulmani nel mondo ottenendo seguito e fedeltà modernizzandosi alle esigenze più basiche.

E’ infatti apparso pubblicizzato il primo Hijab firmato Nike, in tessuto poliestere e traspirante, adatto a tutte quelle donne che vogliono praticare la loro passione sportiva, sentendosi a proprio agio in ogni occasione.

Si chiama “Nike Pro-Hijab“, e sarà commercializzato il prossimo anno, a pennello per le Olimpiadi invernali del 2018 in Corea del Sud.

Ero davvero colpita ed emozionata quando ho saputo dell’iniziativa – ha affermato alla Cnn Money la pattinatrice Zahra Lari, testimonial della campagna pubblicitaria – ho provato diversi modelli, offrono ottime prestazioni”.

Effettivamente tante sono ormai le atlete musulmane che hanno dichiarato di trovarsi confortevoli indossando il velo anche e soprattutto nelle attività sportive.

 

Una cosa è certa: la chiave di volta della Nike è sempre stata quella di partire da un prodotto per vendere l’intero brand, e non viceversa.

Riuscirà il logo “Pro Hijab” a convertirsi nel nuovo “Just do it”?

Senza dubbio l’intento è già molto perspicace.

Personalmente trovo che il la risposta al claim della campagna “What will they say about you?“- “Maybe they will say that you outdid all expactations“- sia un grido forte e di accezione universale nei confronti di tutte le grandi o piccole donne che riconoscono di potercela fare con le proprie forze.

 

Pro Hijab, Nike

D’altra parte si sa, Nike ha sempre desiderato battere qualsiasi limite, e forse – almeno strategicamente parlando- sa farlo molto bene.

Ancora una volta, per me, ottima riuscita Nike.

Just do It, Nike

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°Il mito di Horus e Seth°

La trasmissione del potere regale da padre in figlio era, nell’Antico Egitto, consacrata dalla leggenda e della disputa tra Horus e Seth.

Si racconta che un tempo Osiride fosse il re di tutti gli dei. Secondo una versione del mito, il fratello Seth, volendo usurpare il trono di Osiride, ne dilaniò il corpo in tanti pezzi, che sparpagliò per tutto l’Egitto.

La moglie di Osiride, Iside, insieme alla sorella Neith raccolsero ogni pezzo e, con l’aiuto di Anubi, lo ricomposero trasormandolo così in una mummia. In questo modo Osiride rinacque e divenne il dio dell’Alidlà.

Iside riuscì a farsi ingravidare dal marito e da questa unione nacque il dio Horus. Diventato adulto il dio falco Horus si scontrò con Seth per riottenere il trono del padre.

Gli dei, per porre fine alla diatriba, si riunirono in consiglio e Ra decise di chiedere alla dea Neith chi fosse il legittimo successore di Osiride.

La dea scelse Horus, che, da quel momento, divenne re, mentre Seth divenne il dio del deserto e dei paesi stranieri, simboleggiando così la lotta tra la fertilità della valle del Nilo e il deserto arido.

Horus è raffigurato con la corona doppia con testa di falco o di un falco solare alato, che serviva come emblema  di protezione delle porte e dei corridoi dei templi. Con suo padre, Osiride e Iside formarono la triade più importante nella mitologia egizia.

 

Horus Faucon
Musée du Louvre

Nell’ideologia regale egizia, ogni faraone che muore è Osiride, ed il figlio che gli succede al trono Horus.

 

Stele dedicata a Atum e Osiride dallo scriba regio, sovrintendente ai granai del Sud e del Nord, Amenhotep
Museo Egizio di Torino

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Classico&Contemporaneo

Ecco come risulterebbe oggigiorno un piccolo frammento d’arte classica trasposta nel presente.

Enjoy it. 🙂

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Mata Hari: arte, amore e libertà

Sono una donna nata nell’epoca sbagliata. Ed è qualcosa che nulla potrà emendare. Non so se il futuro serberà memoria di me ma, se ciò dovesse accadere, mi auguro di non essere mai considerata una vittima, bensì una persona che ha coraggiosamente scelto i propri passi e ha pagato senza paura il prezzo che le è stato imposto.

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Margaretha Geertruida Zelle, ai più nota come Mata Hari, non è stata solo una spia, una danzatrice affascinante e capace di incantare fra  gli uomini più potenti e invidiati, ma soprattutto una donna di grande personalità, emblema della libertà che si incarna in  una femme fatale dotata di un carattere senza precedenti.  Ricca non lo era, forse, ma ha danzato sui palchi di molti teatri, ha avuto amici e amanti importanti, era conosciuta da molti e tutti meraviglia nel mondo dorato della Belle Époque. Dall’inizio della guerra ha incontrato e amato tenenti, colonnelli e capitani, dai quali,  a quanto si dice, ha carpito informazioni da vendere al miglior offerente. Così, nonostante le prove inconsistenti, Mata Hari viene arrestata, processata e condannata a morte.

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Insomma, una donna di cui si può disquisire su tutto, ma ci si trova d’accordo sul fatto di non poterla additare come una persona indifferente.

Mata Hari

Mata hari è quella stessa impersonificazione della definizione tutta francese de La Vraie Vie, la vita vera, fatta di momenti di bellezza indicibile e di profonda depressione, di lealtà e di tradimenti,di paure e di momenti calmi e tranquilli.

Una vita come molte altre, ma Vera, intensa, controversa, combattuta.

Opera d’arte umana, Mata Hari conferma e raggiunge, fin all’atto estremo della morte, quella spettacolarizzazione e quell’evasività tanto ricercate ed adulate in vita, affrontando a testa alta i suoi carnefici al suono di un  “Sono pronta”.

«Mata Hari – sostiene Paulo Coelho – fu una delle prime femministe: ha sfidato gli uomini dell’epoca e scelto l’indipendenza. Dalla sua storia possiamo trarre una lezione anche oggi, quando gli innocenti pagano ancora con la vita le accuse dei potenti»

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Una donna complessa e in linea con la modernità, nel suo essere imprendibile e fuori dagli schemi, saggia, amante del bello e della semplicità, ma in perenne contrasto con una vita fatta d’arte, di scandali e di difficoltà.

Stratega, tattica, invidiata, spesso odiata; ma dotata di grande profondità, sensibilità e in perenne speranza nei confronti dell’Amore, come lo si deduce da uno dei tanti estratti dei suoi scritti:

«C’è un mito greco che mi ha sempre affascinato e e che, penso abbia molti elementi che ricorrono nella vostra storia, perlomeno in una variante adottata presso alcuni popoli.

C’era una volta una bellissima fanciulla , ammirata e temuta nel contempo, perché si mostrava troppo indipendente. Si chiamava Psiche.

Disperato perché la figlia sarebbe rimasta nubile, il padre si rivolse al dio Apollo, il quale escogitò una soluzione: la giovane doveva salire sulla cima di una montagna, vestita a lutto, e trascorrere lì la notte, in solitudine. Prima dell’alba, sarebbe comparso un serpente che l’avrebbe sposata. La giovine seguì gli ordini del Dio, e, giunta sulla cima della montagna, infreddolita, si addormentò. Il giorno dopo si svegliò in un palazzo bellissimo e scoprì di essere la regina di quelle terre. Ogni notte veniva raggiunta dal suo sposo, il quale, in cambio dell’amore e della passione, aveva previsto che si impegnasse a non cercare mai di vedere il suo viso.

Dopo alcuni mesi, la giovane era follemente innamorata dello sposo, che si chiamava Eros. Adorava conversare con lui, provava un piacere immenso nel fare l’amore e si sentiva trattata con un rispetto sincero e profondo. Tuttavia viveva nel timore di essere sposata con un serpente orribile.

Una notte, non riuscendo a frenare la curiosità, attese che il suo sposo si addormentasse, scostò delicatamente il lenzuolo e, alla luce di una lampada a olio, potè ammirare il volto di un uomo dalla bellezza incredibile. Una goccia d’olio cadde dal lume e risvegliò Eros che, sentendosi tradito nella sua unica richiesta, scomparve.

06_98Ogniqualvolta ripenso a questo mito, mi domando: potremo mai scorgere il vero volto dell’amore? E comprendo ciò che i greci intendevano insegnare con quella storia: l’amore è un atto di fede nell’altro, e il suo volto misterioso deve restare sempre celato.

Bisogna vivere ogni momento con trasporto ed emozione perché, se cerchiamo di decifrarlo e comprenderlo, la magia di quel sentimento supremo scompare. Ecco perché dobbiamo seguire i sentieri luminosi e tortuosi, accettare che ci conduca sulla vetta più alta o nel mare più profondo, sempre confidando nella mano che ci guida. Se vinceremo i nostri timori, ci risveglieremo in un palazzo fiabesco; se avremo paura di compiere una rivelazione, non otterremo mai nulla.»

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Spiegato, forse, il più grande errore della splendida e indecifrabile Mata Hari: dopo anni e anni vissuti in tortuose montagne brulle, aveva cessato di credere all’ amore, svilendolo e trasformandolo nel proprio servo.

L’amore non obbedisce a nessuno e tradisce solo coloro che tentano di decifrarne il mistero.” (cit. La Spia, Paulo Coehlo).

E così, mi piace pensare che sì, la sua unica immensa colpa è stata proprio quella di essere una donna libera.

Una libertà che echeggia in eterno e che  rende contemporaneo anche un remotissimo 1917.




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Alda Merini

GOOD_NIGHTLa donna è un firmamento, ma se un uomo non sa leggerle dentro, vede solo la notte

Io sono con te in ogni maledetto istante che ci vuole dividere e non ci riesce

Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della edf3cd4ef61443ecd6134726d359efbatua vita rimpiangerai per tutto quello che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto




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